Carlo Quaglia
Carlo Quaglia

Di CARLO ENRICO PAOLO QUAGLIA

PLEBATA 45°3′22″N 8°3′4″E

[ɑlenɑstorjɑ’beːlɑ fɑpjɑzikuŋ’teːlɑ vəlɛskətlɑ’kuŋːtɑ?]
[pːrkɛɑlenɑ’storjɑ ‘beːlɑ fɑpjɑzikuŋ’teːlɑ vəlɛskətlɑ’kuŋːtɑ?]
[mɑlenɑstorjɑ’beːlɑ kɑfɑpjɑzikuŋ’teːlɑ vəlɛskətlɑ’kuŋːtɑ?])
[ɑlenɑstorjɑ’beːlɑ fɑpjɑzikuŋ’teːlɑ vəlɛskətlɑ’kuŋːtɑ?]
[pːrkɛɑlenɑ’storjɑ ‘beːlɑ fɑpjɑzikuŋ’teːlɑ vəlɛskətlɑ’kuŋːtɑ?]
[mɑlenɑstorjɑ’beːlɑ kɑfɑpjɑzikuŋ’teːlɑ vəlɛskətlɑ’kuŋːtɑ?])

Oltre le pieghe della tua forma
lunare un vento trapassa
i crocicchi, trabocca
la forza dalla terra sibila il tiglio/una ragazza
a pregare per un momento il più puro
cristallo la luce, nella sua bocca

quel giorno costruivamo i ricami e il dolore
miravamo all’oro creandolo
in mano per gioco, mentre con le ciglia
il sole delimitavano le ore, e il solco
restituiva
conchiglie, -abili un poco

ora salivano piano sulla collina diafana, saliva
dove il tempio la raccoglie
ognora il tempo, dovuto
«chi scoprirà» chiese alla nonna «la nostra
fatica lontana?»
il Nulla seppe dire
marcito é caduto.
Tutto ebbe inizio in un post
meriggio, un pranzo, ma essa
(la fame) non c’era e provava
il desiderio, un rantolo di pressione
bisbiglio [ηλει ηλει λεμα σαβαχθανει], lui che non aveva
niente della gravità del solaio eppure e un metallo
pestava l’asfalto, lo stronzio della famiglia
verdeunita, e rovistare attraverso i bambini
alla fontana intorno
sulla decisione di un mostro/
io (il cacciatore risponde)

di riutilizzare le scorie come se fossero inutili
o niente: un papà, la madre
sorella, ha qualcosa di blu, bambina,
la nonna, il vestito da morto.

 

 

Ho visto il tuo corpo venire tutto, all’altezza del vertice destro
dell’area e rimanere immobile dentro
il carico fibroso delle ghiandole innumeri rigide di atomi e stringere
i denti allo specchio: è il sistema del caso, tu.

Tu potessi se mi guardi tu, ridare al canale e questo
pezzo molle (intendere *cibo*, anche solo in una possibile
sequenza) dove la specie comincia o s’è avviata da sola e si sfoglia
come cronologia, al catalogo, mi(o)raggio chiaro conseguente con minimo margine
d’errore otlovopac, spettrale e d’oriente: Castigliano, una spallata
e Sentimenti III si schianta.

Proprio qui vedo quel corpo cadere, ho detto
al vertice dell’area, biblicamente
immobile.

 
Il passo mio scrostato su che cosa resta
della cava, una crosta ridotta a uno negro
sporco che passa, un altro bisbiglia
e sussurra alla madre che Allah ha dipinto
di blu tutti i cuscini stasera ed è ora di fare
la barba a qualcuno, avendo tutto un po’ marcio
uno negro o uno ebreo non Dio – fa 0 in differenza
e la morte, le porte del palazzo sono solo il delta, la bocca,
la tua ora in un lago [«Lo vedi? Luccica Aralsk!»]
[«Si, una bella merda!»], e lei
la legge nei fegati mappa
dove rispunta il cancro.

Dappertutto solo e tutta questa the temple is holy because it is not
for sale, ma chi ora ancora ed io m’arrangio
a mungere vacche in un campo e quel che ne resta,
i nemici di Q, (una bara speciale in fibra di vetro
rivestita di piombo).

 

 

(J’era ‘na volta, a Turin‚ ‘n ‘dì ‘d nuvember, lòntan lòntan…)
Winterrain to the end, heaviness of the railway.
Rain: io e l’oro con un tizio, una cosa chiamata Er
Ida
no – non
ricordo – o Paolo, la santa parola con
-divisione che affossa, dall’altra parte del Po
sbucati nel bene a redigere buono *ciò che era prima* (refrein)
un fiume e felice e ora: lo spazio ospedaliero,
dall’oftalmico, dal cranio attraverso la fessura orbitaria
un giorno di neve bucato da polvere mammaria superiore
e bianca, *rein*, perfetto, ordinato e innerva la ghiandola
lacrimale, i tegumenti della regione frontale, le palpebre,
i muscoli ciliari e la regione del naso/là fuori uscito il caso è valore
del bianco: è la volta del fiume distesa, a scavare una rivolta e l’amore dà il vomi
to refrain the rain
fine

« a l’è ‘n po’ ch’a l’è prònt … » così comincia, finalmente la monta
«taca a mangè … ven a …
va nen …»

 
V-HERO

La genesi della mia
memoria risale l’incesto e
trasale le ghiandole pro-
ba-bal-b-abili che secernono l’idea-
immagine-violenza e la parola Divina:

Maestro, che mi
neghi e t’esibisci in me, da sé e ci
offri meticolosa la sfera
s-ficata la parola Nulla e
V- ero***.

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