Layne Staley
Layne Staley

Di SIMONE GHELLI

Sapete, per me i due punti sono un po’ come le quinte teatrali, che si aprono e ci svelano l’attore, lo mettono in scena insieme a tutto il resto. Scrivere “Layne Staley: il grunge” per me è un po’ come dire: «Eccolo Layne, lo sapevate che lui è il grunge?» 

Insomma, i due punti affermano una verità, e lo fanno con quel minimo di suspence che serve. La verità è che ogni anno, per il 5 aprile, non si fa che parlare di Kurt Cobain, dei Nirvana, della colpa di chi è stata, del cattivo mondo dello spettacolo. Quest’anno poi, che di anni ne son passati ben 20, qualcosa l’hanno dovuta scrivere un po’ tutti, in Italia persino sui siti che in genere si occupano di letteratura. Nessuno o quasi* che accenni ogni tanto anche a Layne, a quel corpo irriconoscibile che ritrovarono nel suo appartamento il 19 aprile di 12 anni fa, solo come un cane per ben due settimane, poiché morì il 5 di aprile proprio come il cantante dei Nirvana – a tal proposito, occorre ricordare che l’ultimo disco degli Alice in Chains, dall’omonimo titolo, in copertina riporta proprio l’immagine di un cane con una zampa mancante, che rappresenta una sorta di prefigurazione della scomparsa successiva di Staley (gli AIC erano in quattro).
Questa sì che è una storia scappata al successo, finita fuori dai riflettori del mio bel palco annunciato dai due punti, mi dico. Non ha niente della fine spettacolare di Cobain, che col suo gesto si trasforma definitivamente in icona pop, ossigenata e patinata come nel video di Heart-Shaped Box. La fine di Layne è una fine per consunzione, la si può già intuire rivedendo i suoi occhi nel video dell’unplugged a MTV, la sua posa inerte, schiacciata dal peso di una storia che si legge dappertutto nei testi. Si respira ovunque come una mancanza di spazio [I’m the man in the box, buried in my *** (Sono l’uomo nella scatola, sepolto nella mia merda), Man in the box, dal disco Facelift, 1990], una stanchezza fisica accentuata dall’uso di droghe [I can feel the wheel but I can’t steer / when my thoughts become my biggest fear / Ah, what’s the difference / I’ll die in this sick world of mine (Posso sentire la ruota ma non riesco a guidare / quando i miei pensieri diventano la mia più grande paura / Ah, qual è la differenza / morirò in questo mio mondo), Sickman, dal disco Dirt, 1992] che opprime, ma che esplode e si libera grazie alla musica degli Alice in Chains, agli accordi aperti e ai suoni saturi delle chitarre elettriche, alle voci di Layne Staley e Jerry Cantrell che si rincorrono in meravigliose fughe, e noi ascoltatori con loro. Per me, diciottenne all’epoca di Jar of Flies (1994), che interrompe in un certo senso la furia sonora dei precedenti lavori e si raccoglie in composizioni più intime [come dimenticare la denuncia della propria solitudine in Nutshell (And yet I fight / this battle all alone – Malgrado tutto io combatto / questa battaglia tutto solo) e la richiesta finale, straziante, della meravigliosa Don’t Follow, dove Layne continua a ripetere Take me home?], il grunge era soprattutto questa compresenza tra dolore e furia iconoclasta [che ritroviamo senz’altro anche nei primi Nirvana di Bleach (1989), ma soprattutto in quelli che sono stati i capostipiti della vena punk del movimento di Seattle, i seminali Mudhoney, nati dalle ceneri dei Green River, di cui facevano parte anche Jeff Ament e Steve Gossard, che avrebbero poi formato i Pearl Jam]. Per me, che ho preso coscienza dei miei pensieri e dei miei sentimenti accompagnandoli a queste sonorità sporche, a questo modo trasandato di stare al mondo, che del punk aveva interiorizzato la rabbia e annullato l’estetica, mettendo un punto definitivo al decennio degli Ottanta, non poteva che esserci lavoce dolce e straziante di Staley.

Certo, anche il grunge è stato a suo modo una moda (le camice a quadri, la flanella, i maglioni larghi e un po’ sdruciti), ma non poteva che essere fugace, troppo particolare per farsi globale (guarda caso a Seattle, nel 1999, nacque quello che fu poi definito movimento no global). Oggi mi guardo attorno e non trovo più traccia di quell’attitudine (per molti di voi, non nascondetevi, lo so che questo è un bene), di quel nichilismo che non poteva che sfociare in autodistruzione (We die young era d’altronde il titolo del primo Ep degli Alice in Chains) e di cui Layne Staley fu il maggior cantore. Di tutto questo dolore, di questo senso di struggimento, la canzone Down in a hole (dal disco Dirt) fu senz’altro il manifesto musicale di quegli anni: bury me softly in this womb / I give this part of me for you I sand rains down and here I sit / holding rare flowers / in a tomb (Seppellitemi dolcemente in questo grembo / Io do questa parte di me per voi / sabbia piove e qui mi siedo / in possesso di fiori rari / in una tomba). Il buco, the hole, che si porterà via Layne è anche all’inizio della prima canzone (Grind) dell’ultimo disco (Alice in Chains, 1995) con Staley alla voce, in cui le prime parole risuonano oggi come una sorta di testamento: In the darkest hole / you’d be well advised / not to plan my funeral before the body dies (Nel buco più oscuro / faresti meglio a / non organizzare il mio funerale prima che il corpo muoia). Il corpo, vissuto come prigione**, ritrovato in stato di avanzata decomposizione quindici giorni dopo la sua morte, non è più il corpo di Staley. Il 19 aprile del 2002 Layne è già libero da tempo e il grunge con lui (quella “cattiva stagione” che sarà anche il nome del progetto parallelo agli Alice in Chains, i Mad Season). Can I start over and get over it / so the sun shines upon me / I’m havin’ fun / the killer is me (Posso ricominciare da capo e passarci sopra / così che il sole splenda su di me / mi sto divertendo / l’assassino sono io) canta nel ritornello dell’ultima canzone inedita, Killer is me, eseguita durante l’unplugged a MTV. Alice è finalmente senza catene.

*Ad esempio Pasquale Rinaldi in questo articolo apparso sul Fatto Quotidiano il 5 aprile del 2013: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/05/tributo-a-layne-staley-cantante-degli-alice-in-chains/552483/

**Recentemente è uscito un libro scritto da Jack Frusciante, intitolato Running with monster: a memoir, dove il chitarrista dei Red Hot Chili Peppers riporta un aneddoto sul cantante degli AIC, che rispondendo alla madre che gli stava raccontando proprio di quello che aveva passato Frusciante, al quale era andato in cancrena il braccio, le disse:« Il suo braccio? È terribile, mamma. John è un chitarrista. Ha bisogno delle mani e delle braccia. Io sono solo un cantante. Posso anche farne a meno.»

Discografia

Alice in Chains
We die young (EP 1990)
Facelift (1990)
Sap (EP 1992)
Dirt (1992)
Jar of Flies (EP 1993)
Alice in Chains (1995)
Unplugged (live 1996)

Mad Season
Mad Season (1994)