Il mal bianco come collasso e riscatto della ragione. “Cecità” di José Saramago

José Saramago, Cecità, Feltrinelli 2010
José Saramago, Cecità, Feltrinelli 2010

Di SONIA COMINASSI

“Quello che racconto in questo libro sta succedendo in qualche parte del mondo in questo momento.”

José Saramago

Aristotele definì l’uomo un animale razionale. Lo stoico Crisippo vide nella ratio il fattore distintivo dell’uomo rispetto all’animale bruto. Due delle più prolifere stagioni umane hanno fatto della ragione il proprio cavallo di battaglia. Ancora risuonano solenni le parole del filosofo di Königsberg, “Sapere aude!”. Eppure, toccando con mano quella Cecità di cui è co-narratore José Saramago, il lettore noterà ben presto quanto sia innaturale per gli esseri umani comportarsi razionalmente. La perdita della vista è il collasso della ragione. Collasso come “essere immersi in un mare di latte ad occhi aperti”. Di quegli uomini affetti dal “mal bianco” è dato conoscere solo la bianca cecità ed il progressivo abbruttimento. Rimangono sconosciuti i lineamenti del viso di tutti gli individui che si affacciano ad un lungo ed angosciante incubo che si dispiega per l’intera lunghezza del libro. I visi non sono più spigolosi o rotondi; la pelle non assume il colore della pesca e le gote non vedono alcuna rosea sfumatura; i nasi non sono né adunchi né aquilini né pronunciati né greci. Il lettore non conosce i suoi protagonisti, non li potrebbe riconoscere per strada, non li potrebbe nemmeno additare. Li perde nell’anonimità in cui sono calati fin dalle prime righe: il primo cieco, la di lui consorte, il medico, la di lui moglie, la ragazza con gli occhiali scuri, il bambino strabico, il vecchio con la benda nera…

L’offerta che Saramago porta all’altare è la conoscenza della notte dell’etica in cui l’umanità è sprofondata. Una conoscenza che ci viene dagli occhi privi di cecità della moglie del medico. Questa l’espressione corretta: “privazione”. Essi non hanno scampato la cecità, essi ne sono privi. A lungo ci si può interrogare sul perché questa donna, la moglie del medico, sia l’unica, tra la popolazione di un’indefinita nazione, a vedere. Il suo non può che essere il compito più arduo. Come la singolare eroina non vuole condannare i membri del branco da lei guidato, perché di branco si tratta, alla più cruda delle cecità, così il lettore, attraverso i suoi occhi, ha il dovere di salvare questi infelici alla pena di non essere più visti da alcuno . “Le immagini vedono con gli occhi che le vedono”. Raccoglie e prende su di sé, così come si incarica di trasportare sulle affaticate spalle i viveri necessari per il branco, l’eredità di Antigone. Prestando attenzione alle discrete azioni di questa donna qualsiasi, si colgono gli ultimi fumi di un’umanità a brandelli. È lei a dare sepoltura ai morti nel manicomio, a chi era caduto per mano dei soldati e non. Lei che, dopo aver subito, insieme alla ragazza dagli occhiali scuri e alla moglie del primo medico (senza dimenticarsi di tutte le donne rinchiuse nelle varie camerate, poiché così è giusta memoria), il ricatto sessuale, prese quel poco d’acqua che ancora sgorgava dai lavandini arrugginiti per lavare l’ignominia di ognuna. Fu sempre questa donna ad andare alla ricerca di un lenzuolo il più possibile pulito per avvolgere il cadavere imputridito e maciullato dagli animali della vecchia vicina di casa della ragazza dagli occhiali scuri, così come fu adagiato il Cristo nel sepolcro. Ciò dà un’idea di come vi siano gesti che non perdono di significato con il passare dei secoli. Si odono delle risate dal balcone della casa del medico. Sono tre donne: la moglie del medico, la moglie del primo cieco e la ragazza dagli occhiali scuri. Canova non avrebbe potuto desiderare tre grazie portatrici di un più intenso senso della vita. La moglie del medico come Eufrosine porta a sé in un intimo abbraccio la moglie del primo cieco e la ragazza con gli occhiali scuri, Aglaia e Talia. Il suo tratto distintivo è il “qualsiasi”. La moglie del medico è una donna qualsiasi. Il medico, il primo cieco, la di lui moglie, il vecchio con la benda nera, il bambino strabico, la ragazza con gli occhiali scuri sono individui qualsiasi. È l’uomo qualsiasi ad essere cieco per gran parte della sua esistenza. La moglie del medico confida al marito come la cecità sia il vedere di chi non vede. Nel regno delle ombre, gli esseri umani regrediscono, alcuni consapevolmente altri no, allo stato di natura. Ed è, per dirla alla maniera di Hobbes, “bellum omnium contra omnes”: uno stato di miseria, di paura, di lotta continua e di morte. Individui-atomo obbedienti alla sola legge di natura, ligi al proprio appetito e tornaconto, dimentichi di come anche l’Altro versi nelle medesime tragiche condizioni. Guidati da una legge che sola rende ciechi, questi individui si lanciano, non senza calpestare qualcuno, alla conquista di un letto nelle camerate del manicomio; non hanno rimorsi (e come potrebbero laddove non esistono più concetti di giustizia e ingiustizia, equità e iniquità, ed è quindi l’assenza di categorie morali) nell’appropriarsi di due o tre razioni di cibo in più rispetto a quella pensata di modo che ce ne sia per tutti. E l’appetito sessuale che diviene violenza. Ben più utile approfittare di una pistola e di qualche cartuccia per ricattare la miseria e la fame, che è così facilmente ricattabile. Gli escrementi, sparsi in ogni camerata e corridoio che sia, sono ormai un’estensione del loro corpo.

Lo stesso potere politico si mostra miope come questi uomini ridottisi allo stato naturale. D’altronde, questo fantomatico Leviatano, che si erge, in un’assenza di prospettiva, al di sopra di qualsivoglia città, non è costituito da altro se non da uomini. La miopia dell’uomo è la miopia della politica. Una miopia che si è presentata immancabilmente nelle più svariate situazioni di crisi, il che potrebbe indurre a ragione a credere che l’uomo sia inabile a far fronte a catastrofi più o meno gravi. Una miopia che spesso non sa strappare le radici della crisi e che si limita a internare o a esiliare chi ne è il primo portatore. Il primo, poiché da questa cecità nessuno è immune. Ancora i governanti non hanno recepito la lezione della tradizione repubblicana, secondo la quale lo stato ha il compito ben preciso, non solo di garantire la vita e la prosperità dei cittadini, ma di educarli alla ragione. Laddove la sopraffazione ha la meglio sulla mutua assistenza ed il timore della morte nulla può, il potere politico si sgretola. Una fine che lo scrittore portoghese ben rappresenta descrivendo come il primo ministro di questa indefinita nazione morì presumibilmente per la mancanza d’ossigeno nonché di viveri e di acqua nell’ascensore del palazzo poiché non vi era più nessun manutentore vedente.

La cecità, questo sostantivo che, privo di un articolo connotativo, indica la condizione propria a tutto il genere umano, è atto ultimo della progressiva tragedia che volge al collasso della ragione e atto primo della ricerca della conoscenza. Edipo ne è l’emblema. Dopo aver saputo dall’indovino Tiresia di essere l’uccisore del padre Laio e lo sposo della madre Giocasta, egli si acceca. Un gesto che non rivela solo la disperazione portata al parossismo, ma che è nello stesso tempo il simbolo del rifiuto di vedere. È lo sguardo interiore ad accecarsi. Lo spirito muore laddove la colpa non viene sublimata, bensì rimossa. Preso per mano dalla figlia Antigone, Edipo ritroverà la pace nella consapevolezza della propria colpa, nell’accettazione di sé e del suo destino presso il bosco delle Eumenidi. La cecità diviene, quindi, espiazione e riscatto per l’uomo di ieri e di domani. Ed il prenderne coscienza l’unico modo per superarla.

  • Jose Saramago, Cecità
  • Universale Economica Feltrinelli, 2010
  • pp. 288, 9,50 euro
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