Il diritto e il rovescio. Considerazioni sul piano dell’edilizia scolastica del governo Renzi

Matteo Renzi fra i bambini della scuola di Siracusa
Matteo Renzi fra i bambini della scuola di Siracusa

Di ALERINO PALMA

Ogni mercoledì, Matteo Renzi si reca in una scuola dove gli stendono un tappetino rosso. Qualche giorno fa era a Siracusa, accolto da cornamuse e merende a base di dolci tipici. Poi, per dovere di cronaca, una ex studentessa dell’Istituto comprensivo, oggi maestra precaria, lo ha allietato leggendogli una lettera sul disagio dei giovani.

Ha parlato come al solito delle priorità: rilanciare la Scuola, investire sulla cultura, ridare prestigio agli insegnanti, senza calcare troppo per ora sul come (ci sarà tempo), tranne che sul tema dell’edilizia scolastica, il cavallo di battaglia. Come ha scritto in una lettera ai sindaci: “Vogliamo che il 2014 segni l’investimento più significativo mai fatto da un Governo centrale sull’edilizia scolastica.” Appunto.

Mi viene in mente un film come L’uomo dal vestito grigio. A un certo punto il protagonista Tom Rath entra a far parte di una società in cui il presidente ha deciso di intraprendere una carriera politica di successo. Rath dovrebbe occuparsi di formare un comitato per la cura delle malattie mentali. Il tema è stato scelto ad hoc perché è in grado di colpire al cuore l’opinione pubblica americana degli anni Cinquanta. Previa indagine di mercato.

 Con il programma di edilizia scolastica si sfondano porte aperte. Sappiamo tutti in che condizioni sono le scuole. Sappiamo quanto sia difficile ottenere due spiccioli per risolvere problemi contingenti e spesso rovinosi. E pensiamo ai bambini della scuola e dell’infanzia che non hanno un giardino dove giocare perché da quando è caduto un albero (sette anni fa), non è più permesso uscire da scuola. Gli infissi, i pavimenti delle palestre, gli arredi. Anche le tegole, per dire. Mi viene da mettermi una mano sul cuore.

Sarebbe molto bello, tutto. Se non fosse che è solo un’immagine patinata e non un vero programma. E che lo pagheremo lacrime e sangue, questo piano per l’edilizia scolastica. Intanto Renzi scrive ai sindaci che per favore scelgano un edificio nel loro Comune da segnalargli. Immagino perché concentrando gli interventi su un singolo edificio sia poi più facile organizzare un bel servizio radiotelevisivo che non intervenendo su tutti per tamponare le emergenze. E non perché vuole studiare i preventivi.

Ho sentito che vuole spendere un miliardo e mezzo. È una bella cifra. Forse qualcuno si può illudere che Renzi cominci a restituirci parte di quei sette miliardi e più che ci sono stati sottratti e che, lo sosteneva la Gelmini, e qualcuno nel PD faceva anche il verso, dovevano tornare alla scuola sotto forma di innovazione. L’innovazione che è passata attraverso l’autoinnovazione.

In questo momento storico pensare che qualcuno voglia investire nella Scuola aprendo il portafogli e pagando sembra semplicemente fantascientifico. Se si farà questa operazione di lifting sulla facciata, si prenderà la pelle dalle natiche della Scuola. E probabilmente avanzeranno dei soldi per qualche altro capitolo di spesa. Per finanziare le scuole non statali, in primis, l’unico tra i buoni propositi di cui il ministro Giannini non abbia parlato in modo fumoso.

Tempo fa ho letto che non si può tagliare più niente perché è già stato tagliato abbastanza. Errore. Chi la pensa in questo modo non tiene conto che “abbastanza” è un concetto molto relativo. La Gelmini sosteneva che nella scuola primaria si impara a leggere e a far di conto. Si può semplicemente tagliare tutto. I tentativi di spremere la scuola in questi due-tre anni sono sotto gli occhi di tutti.

In tutti i casi Renzi otterrà il plauso o l’assenso tacito (e compiaciuto) di una buona fetta dell’opinione (ex) pubblica che si è disabituata da tempo a pensare alla Scuola (ex) pubblica come a un bene comune.

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Un pensiero riguardo “Il diritto e il rovescio. Considerazioni sul piano dell’edilizia scolastica del governo Renzi

  1. Certo che quando non si fa nulla abbiamo da dire. Quando ci si prova abbiamo da dire. Paese strano il nostro, grande produttore di polemica. Un po’ di ottimismo e provare a dare una mano? Dal disfattismo non nascono i fior.

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