Jep Gambardella coartato all'interno dell'ennesimo completino pastello
Jep Gambardella coartato all’interno dell’ennesimo completino pastello

1999, American Beauty: non narra solo cose brutte, è brutto di per sé. Vincitore di cinque premi Oscar. 2014, La Grande Bellezza: non narra solo cose brutte, è brutto di per sé. Vincitore di un Oscar.
Sembra quasi che gli esseri umani, messi di fronte alla visione coatta delle proprie sordide meschinità, non sappiano perdonarsele altrimenti che premiandosele, coccolandosele, tenendosele per buone.
La messa a nudo sociale, in questi film, sta solo nel fatto che ambedue citano nel titolo la “bellezza” dove non c’è: nella fattispecie, nella mente dei registi e della gente che andrà a vederli al cinema. Io la chiamo “la sindrome de La vita è bella“, citando il film più orrendo, offensivo e ignobile mai girato da un italiano. Guarda caso, anch’esso nomina nel titolo una bellezza che non c’è, anch’esso ha vinto un casino di Oscar, anch’esso è passato per un capolavoro. E’ il segno dei tempi, ragazzi.

Sonia Caporossi

Un film esteticamente affetto da coazione a ripetere (vedi movimenti di macchina ossessivamente dilatati, tesi a mostrare un peri-molto-patetico Jep Gambardella, in tenuta Disney, che osserva straniato e straniante le nefandezze/bassezze umane di una Roma fellinianamente vivisezionata e disumana), un’opera squallidamente ancorata ad una visione del vuoto cosmico, germinante nel sottobosco della pseudocultura, nitidamente superata dai tempi. Un film dunque che di grande bellezza ha soltanto il suo ossimorico, cristallizzato, opposto, essendo popolato da personaggi cristallizzati in un florilegio di citazioni da brivido, smaccatamente ridondanti, stucchevoli, per eccesso di significanza. Una magnifica, grande, perfetta assenza di bellezza domina infatti tutto il cursus del film, il cui mostrare, attraverso gli occhi dello stralunato e assai ripetitivo Servillo, la nullità pulsante e tangibile della classe dirigente diviene un gioco al massacro che lo spettatore abbandona subito al terzo cambio di occhiali e di giacca del protagonista- e alla terza passeggiata notturna alla Mamma Roma del simpatico, occhialuto, Jep Gargamella,  non me ne vogliano i Puffi – dopo aver scambiato la Ferilli, incartata in un completino color carne, per un cotechino che occhieggia con accento ciociaro fra il baluginare di una terrazza. Consigliato a tutti i devoti della fotografia da Mulino Bianco edizione Banderas…

Antonella Pierangeli 

Tornando al film di Sorrentino: il film sarebbe bello, in un’altra storia, in un altro tempo. In questa storia e in questo tempo, sul film si appuntano una serie di meccanismi di proiezione psicologica, per cui: in primo luogo, la classe “dirigente” o “intellettuale” che in esso si rispecchia, vi trova riflessi dei tic sociali e delle meschinità la cui sostanza umana degradata è talmente ovvia da risultare ridondante; il grande pubblico nazional-locale sente il tutto come estraneo, o si lascia abbagliare dallo scenario monumentale, o dalla natura (anche dalla natura femminile, convenientemente esposta e sempre consegnata per tempo alla morte senza realizzarsi, e dunque esorcizzata: vedi il personaggio della Ferilli, teso fra una giovinezza-memoria e un non futuro). Il film in sé racconta di un’umanità mediocre, che esorcizza la bellezza perché incapace di sopportarla: ne è portavoce ovvio lo stesso protagonista, una cristallizzazione del vecchio personaggio pirandelliano dello scrittore che sdegna di scrivere, incrociata con la versione anziana del seduttore alla Kierkegaard. Un film perfetto per l’estero -non a caso vince l’oscar. La ricezione che se ne ha qui, in questa periferia d’Occidente che è questo nostro centro scentrato, è l’ironico destino di un’opera la cui risonanza mediatica, fatta di apprezzamento che non comprende e di nausea proiettiva, si traduce in un ulteriore atto di esorcismo, fra rimbombo dei media -fin nella pubblicità FIAT (industria non a caso finita all’estero)- e saturazione intellettuale. In questo momento storico, in Italia, questo film ha la stessa forza pragmatica di un pugno sferrato nello stomaco di un’ameba.

Daniele Ventre

Non ho guardato La Grande Bellezza su Canale 5, sebbene Sorrentino sia senza dubbio il mio regista contemporaneo preferito. Non l’ho guardato per il paradosso intrinseco di un canale di proprietà di un Gambardella in carne, ossa e cerone che lucra (non solo economicamente, ma, ciò che è peggio, ideologicamente) mandando in onda un film che di tal Gambardella stigmatizza le miserie e le meschinità. Non avvertire lo stridore dell’operazione, o peggio, avvertirlo ma soprassedervi, è una sconfitta cocente del pensiero critico: il messaggio profondamente politico del film è svilito, pervertito, ricacciato in una retorica estetica, per meglio dire cosmetica, del tutto innocua e inefficace. E così vedi i bersagli critici del film lodarlo nei salotti televisivi, non sai se con tristezza consapevole, con cieca idiozia, programmatica negazione della realtà, o un misto sconcertante di tutte e tre.

Andy Violet

Sì ok, ma basta mettere “la grande bellezza” come didascalia a tutto. Ci sono anche dei sinonimi, che ne so, l’ampia gradevolezza, la vasta eleganza, l’estesa avvenenza, ecc.

Claudia Boscolo

A giudicare dai post qui sono l’unico in Italia a cui è piaciuto La Grande Bellezza. Mi devo preoccupare.

Alessandro Raveggi

La grande bellezza: un video clip barocco, ma con le luci fiamminghe, in una roma monumentale (e barocca) dove il tempo della ripetizione ha mangiato il tempo della novità e l’inettitudine novecentesca ritrova il suo nido. Grande allegoria dell’Italia parassitaria contemporanea, senza speranza. Molto bello.

Stefano Guglielmin

Per me la “Grande Bellezza” è ascoltare l’assolo di Starway to Heaven di Jimmy Page.

Marco Saya

L’ho trovato sconvolgente, inverosimile e reale. non mi è piaciuto, ma solo nel senso che sarebbe grave farsi piacere la visione di una triste caduta dell’Impero Romano con le sue mummie gozzoviglianti. quello che non piace è la verità del film, il contrasto tra le rovine di una ormai perduta tradizione di bellezza e la degenerazione intellettuale e sociale di una nazione che crolla, appunto, insieme alle rovine della sua vetusta memoria.

Natalia Castaldi

Paolo Sorrentino dice di essersi ispirato a Maradona. Poi Equitalia gli pignora l’Oscar.

Spinoza.it

Direi che tra adulatori e detrattori de La Grande Bellezza, il rigonfiamento testicolare è indicibile. Bei tempi quando a vincere l’Oscar era quell’ignobile e insulso polpettone de La vita è bella e tutti s’era d’accordo.

Heman Zed

Se Vecchioni avesse vinto il Nobel per la letteratura, ci sarebbe stata la terza guerra mondiale, che dire? Avete tutti la pancia piena.

Marco Saya

Un paese di allenatori con la vocazione di critici cinematografici in cui mi riconosco benissimo.

Fabio Milazzo

Improvvisamente gli Italiani sono tutti esperti di cinema, fotografia, sceneggiatura e regia. Che popolo meraviglioso!

Raimondo Santiprosperi

True detective, la grande bellezza ma che roba di lusso, dio cristo, pure senza Roma dentro.

Alessandro Zannoni

Ciao ho scritto una brutta poesia e volevo condividerla con voi. Ho guardato La grande bellezza per vedere quanto sto indietro a livello di arte. Ciò che posso dire è che mi ha ispirato questa brutta poesia, anzi, forse me l’ha ispirata la prima mezz’ora di Must be the place, a non ne sono sicuro (poi ho spento, troppa TV e troppo Sorrentino tutto insieme no).

Certe notti di sole anticipato
ti rincorre un mostro di pensiero
mentre la grande scala svanisce.
Invece contiene come uno specchio
l’indietro della tua ombra altre uscite
che non hai saputo vedere, ma che ora
tutte insieme riesci ad attraversare.
Come fai, ti sei chiesto, ma la risposta
è sempre un gesto ormai tradito,
la riposta è il corpo lasciato nell’infanzia,
trasmesso dall’inerzia di un troppo tardi
al futuro che non sposta come il tempo.
Tu rimani solo la tua entrata, con te stesso
dentro un ciclo inopportuno. Mentre il mondo
– quello spesso alternativo – entra in fondo
certe notti, quasi fosse un credo ben più vivo.

Antonio Bux

Mi dispiace ma siete tutti parenti di Jep Gambardella. Criticate, criticate, fate dell’ironia.. ma siete imprigionati dentro il film, ahahah.

Renzo Paris

Renzo lo sa per esperienza, che una critica è sempre un invischiamento.

Sonia Caporossi

Advertisements