Guernica contro tutti. Inammissibilità della distinzione kantiana “bello / gradevole” sulla scorta di un unico sentimento di piacere. Parte 2/4

Di FABIO VERGINE

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Immanuel Kant
Immanuel Kant

Prima di accennare anche solo a qualsiasi opera di confutazione, è necessario fare chiarezza sul significato di alcuni termini presenti nell’impianto filosofico kantiano, nella fattispecie all’interno del dualismo concettuale “bello / gradevole”.

Secondo Kant, può essere definito bello un oggetto per cui si è consapevoli di provare un compiacimento senza alcun interesse per la sua esistenza, o meglio, un compiacimento che contraddistingue un atteggiamento meramente contemplativo. Tale sentimento di piacere, che dà vita al compiacimento per l’oggetto bello, contiene un fondamento universale per il compiacimento di ciascuno, proprio perché indica una disposizione disinteressata nei confronti dell’oggetto. In questo senso, il soggetto kantiano opera una valutazione che ha la stessa legittimità di un giudizio logico – quindi validità oggettiva – se pur senza concetti, così che il giudizio contenga solo un riferimento della rappresentazione dell’oggetto al soggetto. In conclusione, dunque, la pretesa alla valenza universale da parte del giudizio di gusto deriva dall’accantonamento di ogni interesse particolare per l’oggetto che si giudica bello.

Per quanto riguarda il gradevole, invece, come abbiamo già accennato, esso “è ciò che piace ai sensi nella sensazione”: a tal proposito, quindi, il compiacimento – fondato sul sentimento di piacere – presuppone non solo il giudizio di gradevolezza, ma anche un preciso interesse, ossia il riferimento dell’esistenza dell’oggetto allo stesso stato di piacere del soggetto.

In breve, dunque, il bello comporta un compiacimento disinteressato mentre il gradevole un compiacimento interessato, e precisamente interessato all’esistenza dell’oggetto in questione: questa è la sostanziale differenza tra le due tipologie di giudizio estetico considerate da Kant.

Uno dei primi aspetti fondamentali la cui stravaganza logica può balzare all’occhio, sembra essere la priorità che, nel giudizio di gusto, Kant attribuisce alla valutazione dell’oggetto, nei confronti del sentimento di piacere; infatti, sulla scorta della supposta comunicabilità universale dello stato d’animo interiore, in questo caso piacere o dispiacere, il filosofo tedesco sostiene che la valutazione soggettiva dell’oggetto precede il piacere per lo stesso, e in tal senso, essa è il fondamento del sentimento, in quanto disciplina propria del giudizio tesa all’armonia delle facoltà conoscitive di intelletto e ragione. In altre parole, la comunicabilità universale del proprio stato d’animo – pretesa cui tende, appunto, il giudizio sul bello – comporta e presuppone il sentimento di piacere che inizialmente pare suscitato in modo genuino e diretto dall’oggetto: così, la relazione causale che intercorre tra sentimento di piacere e giudizio dell’oggetto viene inverosimilmente ribaltata, contrariamente a quanto, in maniera immediata, può essere suggerito da una mera acquisizione intuitiva.

Infatti, se come abbiamo implicitamente anticipato nella nostra prospettiva, il sentimento di piacere viene ad essere l’unico elemento sulla base del quale l’esperienza estetica – nella sua ancora enigmatica determinazione – assume un valore per il soggetto, sembra insensato attribuire una sorta di legittimità concettuale alla valutazione dell’oggetto estetico così che da essa possa derivare, in modo falsamente consequenziale, quel compiacimento interiore che, per Kant è sì soggettivo, ma non si esaurisce affatto nella sua privatezza, e che piuttosto si lascia caratterizzare dalla sua attitudine alla comunicabilità universale.

Ed è proprio in merito a questa seconda importante questione che alcuni nodi critici della Critica della capacità di giudizio possono spingere la nostra ragione a moti di disapprovazione. Senza approfondire la questione sulla presenza o meno di determinate proprietà estetiche intrinseche nell’oggetto, è la pretesa al consenso universale del proprio giudizio di gusto che disturba.

In modo non immediatamente comprensibile, sembra che l’opinione umana, unica se non valida alternativa all’inafferrabilità della verità, vada quasi a configurarsi come una condanna a morte nei confronti di un’analisi lucida e verosimile dell’ethos metastorico in cui l’uomo è chiamato ad esistere: una condanna a morte che, nel più brutalmente reale dei modi, lo costringe ad una solitudine nella privatezza dei suoi concetti, del suo pensiero, di tutto quel mondo interiore costituito di “non detto”. Ed è questo mondo interiore che, con non poche difficoltà, tenta di relazionarsi al mondo esteriore, al mondo dell’altro, al mondo della comunicabilità, al mondo del linguaggio, cercando di uscire fuori di sé dando forma  linguistica a degli stati mentali, a sensazioni, a sentimenti. E proprio in questo atto di estrinsecazione l’uomo incontra forse il maggiore sconcerto, nell’impossibilità di ricalcare in modo assolutamente esatto il proprio disegno interiore in continuo ed imprendibile divenire, nell’irrealizzabile attualizzazione linguistica dei propri pensieri, nella difficoltà a narrarsi, ed ancor più radicalmente, nella presa di coscienza che tale situazione di solitudine concettuale di sé con la propria interiorità è brutalmente ed irreversibilmente costitutiva della condizione umana.

La solitudine nella dimensione comunicativa dell’uomo, questa condizione costitutiva che impedisce a ciascuno di penetrare nell’interiorità dell’altro, questa condizione che ci impedisce di avere la garanzia veritativa che l’immagine dell’altro non è solo mera parvenza ma è anche oggettività: tutto ciò sembra essere sempre più occultato dalla buonafede derivante da un illusorio senso comune, quello che anche il vecchio Kant ha a cuore, e che, in senso fin troppo buonista, ci offre la possibilità di avere piena fiducia nell’uomo stesso, e che tende a configurarsi come quella  etica del gregge che livella ed appiattisce l’uomo; quella stessa etica contro cui Nietzsche sferrò ferocemente la sua critica, e che in Kant sembra uscire allo scoperto nell’identificazione di un modo di prendere forma del sentimento di piacere che è unidirezionale e comune a tutti gli individui, a partire dalla falsa presupposizione di un unico senso comune all’umanità intera.

Secondo il filosofo di Königsberg “il giudizio di gusto determina il suo oggetto riguardo al compiacimento (in quanto bellezza) con una pretesa al consenso di ciascuno, come se fosse oggettivo”. È chiaro che qui, il genio tedesco ha bene in mente la distinzione, già peraltro da egli preventivamente operata, tra il gradevole e il bello, distinzione che, come sosterremo più efficacemente poi, sembra non poter realmente sussistere. Tuttavia, se ci si concentra sul giudizio di gusto come se questo fosse l’unico giudizio possibile anche nel sistema kantiano, ci accorgiamo che, sulla scorta dell’impossibilità di comunicazione genuina ed autentica del contenuto vitale dell’interiorità che ci obbliga in una condizione di solitudine costitutiva – impossibilità che cerchiamo di celare con la falsificazione di un senso comune – il sentimento di piacere suscitato dall’oggetto estetico, che inerisce necessariamente alla sfera dell’interiorità come tutti gli altri stati mentali, non può essere comunicato universalmente, e ancor meno quest’ultimo può porsi a fondamento di un consenso comune intorno ad un determinato giudizio sulla bellezza: solo in questo senso, dunque, l’illusoria oggettività conferita da Kant al giudizio di gusto – malgrado non si basi, giustamente, su concetti – può autenticamente redimersi e tornare alla sua forma primigenia nel genuino principio della soggettività del giudizio, e quindi può tornare ad essere considerato estetico in piena essenza, senza peraltro poter avanzare alcuna ulteriore pretesa conoscitiva.

La chiave di volta senza la quale un’esperienza non si può dire estetica pare essere, dunque il sentimento di piacere – o il suo opposto sentimento di dispiacere – che resta comunque costitutivamente legato alla sfera del tutto privata e sola in sé della soggettività, o per meglio dire, dell’interiorità; su questo punto la nostra analisi sembra seguire passo dopo passo le orme del vecchio Kant; le nostre strade, tuttavia, si separano nel momento in cui il filosofo tedesco, nell’acquisizione di consapevolezza del sentimento di piacere, divide concettualmente il territorio del giudizio in due sezioni, la prima deputata alla bellezza e la seconda alla gradevolezza.

Come abbiamo già accennato precedentemente, il sentimento di piacere è tale per cui da esso e solo da esso possa scaturire un giudizio che voglia essere estetico in pieno senso, e non tecnico – concettuale o morale; esso può sì acquistare una forma più o meno intensa, può benissimo chiamare in causa altre facoltà conoscitive che esulano dalla mera facoltà del giudizio estetico kantianamente intesa – non è infatti nostro compito quello di confutare la suddivisione che Kant opera nel merito delle facoltà conoscitive – ma la natura originaria del sentimento è e resta univoca per le più differenti esperienze estetiche, e anche ciò che da esso deriva in quanto giudizio estetico non può che essere di natura univoca.

In questo senso, dunque, decade anche la suddivisione che Kant aveva a cuore, così che la rigorosità terminologica nella distinzione bello / gradevole non diviene altro che un vizio privo di alcun senso logico, in quanto l’univoco giudizio estetico scaturente dall’altrettanto univoco sentimento di piacere o dispiacere, privato, soggettivo ed incomunicabile tout court per propria costituzione, può assumere indifferentemente le due suddette forme linguistiche, senza che necessariamente i soggetti giudicanti debbano vivere la propria esperienza estetica in relazione a quella altrui come una disputa tesa ad individuare e premiare il gusto migliore e più genuino: piuttosto, proprio poiché abbiamo mostrato in che termini il kantiano giudizio sul bello non può nemmeno tendere al consenso universale, qualsiasi sia la forma linguistica mediante la quale esterniamo il nostro sentimento di piacere suscitato dall’oggetto estetico, sarebbe appropriato aggiungere il banale quanto estremamente necessario “per me”, assecondando così in maniera autentica quel principio soggettivo dell’esperienza estetica che vogliamo qui rivalutare.           

A questo proposito può risultare fondamentale riportare alla mente due passi sempre tratti dalla Critica della facoltà di giudizio, nel paragrafo 7, in cui Kant confronta il bello con il gradevole:

Riguardo al gradevole, ognuno si accontenta del fatto che il proprio giudizio, che egli fonda su un sentimento privato e col quale dice di un oggetto che gli piace, resti confinato appunto solo alla sua persona … Sarebbe da stolti discuterne, con l’intento di biasimare come erroneo il giudizio di altri, quando è diverso dal nostro, come se gli fosse contrapposto in senso logico; riguardo al gradevole vale dunque il principio secondo cui ognuno ha il suo proprio gusto.

e ancora Kant, questa volta in merito al bello:

Con il bello le cose vanno in modo del tutto diverso: sarebbe ridicolo se qualcuno ritenesse valida giustificazione il dire di un certo oggetto […]: è bello per me, perché non deve chiamarlo bello se piace solo a lui. Ci possono essere tante cose attraenti e gradevoli per lui: nessuno se ne fa un problema; ma se dichiara bello qualcosa, allora egli si aspetta dagli altri, appunto, lo stesso compiacimento: non giudica solo per sé, ma per ciascuno, e parla allora della bellezza come se fosse una proprietà delle cose.

Con le suddette considerazioni, dunque, Kant ammette l’esistenza di una sorta di “buon gusto”, che deve dunque tendere ad uniformare ognuno ai propri decreti, come se questi fossero fondati concettualmente e logicamente. In realtà, possiamo definire come acquisizione piuttosto intuitiva e derivante dall’esperienza più o meno quotidiana il fatto che, colpiti da oggetti che, in quanto suscitano in noi un sentimento di piacere o dispiacere si definiscono estetici, noi ci accorgiamo dell’insussistenza della distinzione kantiana semplicemente quando giudichiamo bello un monumento, una statua, un quadro, un brano musicale, o più semplicemente anche oggetti di uso quotidiano quali soprammobili, copertine di libri, automobili, o anche paesaggi naturali, sia errando se li giudichiamo belli in senso assoluto sia quando, con onestà intellettuale, li giudichiamo belli per noi; e le cose non cambierebbero affatto se la forma linguistica utilizzata fosse “gradevole”, piuttosto che “bello”: in questo senso, dunque, se ad un mero livello etimologico e semantico Kant ha ragione in modo esclusivo, sembra però cadere in errore quando vuole attribuire all’ambito della riflessione estetica questa dicotomia soltanto vacuamente linguistica.

È così, dunque, che bello e gradevole non circoscrivono più alcun proprio ambito di validità, poiché si identificano nell’evanescenza ed ambiguità che caratterizza la soggettività del giudizio: il fatto che ogni soggetto abbia un proprio personale gusto in materia estetica non circoscrive tale privatezza all’ambito del gradevole come avrebbe voluto il vecchio Kant, ma piuttosto restituisce la centralità del sentimento di piacere alla soggettività del giudizio estetico, che per sua natura tende a valutare e a rendere conto della bellezza in generale, ciò che piace all’interiorità, ciò che la solletica. Bellezza, senza ulteriori distinzioni.

 (continua)

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3 pensieri riguardo “Guernica contro tutti. Inammissibilità della distinzione kantiana “bello / gradevole” sulla scorta di un unico sentimento di piacere. Parte 2/4

  1. Articolo be delineato che si è lasciato leggere piacevolmente, e che mi trova concorde e in linea con il concetto filosofico Kantiano

    1. Ti ringrazio. Spero di trovarti comunque interessata anche quando, nelle ultime parti, si delineerà più chiaramente la posizione antitetica a quella kantiana, che ho espresso soprattutto in merito alla questione dell’interpretazione in campo artistico. Grazie nuovamente.

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