Di ALERINO PALMA

C’è una teoria che è un po’ più di una teoria. Dice che tutto quello che accade da vent’anni a questa parte nella scuola è frutto di un progetto di demolizione della scuola pubblica attraverso il suo dissanguamento. Questo progetto è iniziato con Berlinguer. La sua riforma tagliava un anno di scuola primaria. Produsse un esodo anomalo di maestre e maestri verso la scuola secondaria favorito da corsi di riconversione che apparentemente dovevano sanare la situazione dei precari storici. Per fortuna arrivò la Moratti che cancellò la riforma Berlinguer e impiegò altri quattro anni per presentare un’altra riforma. In questa riforma il taglio dell’ultimo anno era mascherato così bene sotto la forma pudica di un anno semifacoltativo che passò quasi inosservato. Poi, per fortuna, anche la Moratti è passata. In mezzo c’è stata la Gelmini sul cui operato non è degno che si spendano parole. Oggi i ministri sono diventati più prudenti. Non parlano della necessità di tagli, non dicono che ci sono più bidelli che carabinieri. Anzi dicono che non faranno nessun taglio. Che la scuola non può subire altri tagli. Comunque, questo è il punto, quello che è scritto in quel famoso progetto prima o poi torna fuori. Non è il piano P2, ma poco ci manca. Di certo tra i suoi ideologi c’è gente poco raccomandabile.

Solo un anno fa abbiamo sperimentato lo scollamento tra la scuola pubblica e l’opinione (ex) pubblica. La protesta contro le 24 ore di servizio a parità di stipendio è stata la più consistente rispetto a tutte le altre proteste precedenti, perché ci accomunava tutti, ci ha fatto sentire vittime di una rovina che avrebbe colpito tutti, ma si è svolta in mezzo all’incomprensione e al sospetto di tutti i possibili interlocutori per i quali insegnare è svolgere un lavoro part time. Se ora protestiamo contro il taglio di un anno di scuola, anche se naturalmente metteremo l’accento sugli aspetti didattici, sulla maturità o immaturità degli studenti, non potremo fare a meno di recitare la parte di quelli che vogliono sequestrare gli studenti fino a vent’anni per continuare ad annoiarli e appiattirli con i nostri discorsi inutili, con questa cultura inservibile a uso e consumo di futuri disoccupati, sicuri disadattati.

Semplice. Lo Stato vuole risparmiare altri cinque miliardi. Chiaro che non può farlo se non con una grande economia. Le classi di 40 alunni non può farle. La fusione di scuole non porterebbe grandi risultati. Diminuire ulteriormente l’orario rischia di esporre la scuola al ridicolo. Rimangono due vie: aumentare le ore di servizio e diminuire gli anni di scuola. Questo per quanto attiene al lato contabile della vicenda. Ma in sottofondo c’è il progetto di rinunciare a ogni parvenza di gestione pubblica della scuola. Va in questo senso anche l’abolizione del valore legale del titolo di studio. E non voglio parlare della privatizzazione che può penetrare nella scuola dalla porta principale attraverso l’ingresso di privati con tappetini rossi. La novità è che dopo anni di ballon d’essai ora il clima è diventato improvvisamente molto favorevole.

Sono molto scettico. Ora, si sta parlando di ciò che resta. Ciò che resta della nostra reputazione di insegnanti. Degli stipendi fermi a qualche decennio fa. Dei margini di apprendimento su cui si sono persi i riferimenti. Del perché dovremmo mantenere in piedi gli organi collegiali. E soprattutto di quanto siamo consapevoli di tutto questo. Il taglio di un anno di scuola, così come la riforma Gelmini, interviene in modo selettivo su un solo ordine di scuola e minaccia i più deboli, i precari in primo luogo e poi tutti gli insegnanti con pochi anni di ruolo, e in modo dilazionato nel tempo. Come ci ha insegnato Adam Smith, se sappiamo che domani mattina qualcuno ci darà una martellata sul piede appena svegli resteremo vigili per tutta la notte. Ma se sappiamo che deve scoppiare un incendio da qualche parte, magari mandiamo solo un sms.