Romanzo e antiromanzo nell’Italia del secondo Ottocento: “Memorie del Presbiterio” di Emilio Praga

Emilio Praga, Memorie del Presbiterio,  (libro di pubblico dominio), formato Kindle, scaricabile gratis
Emilio Praga, Memorie del Presbiterio, (libro di pubblico dominio), formato Kindle, scaricabile gratis

Di MATTIA NESTO

Per poter davvero essere contemporanei, affermava Friedrich Nietzsche, non bisogna essere aderenti in maniera chirurgica al proprio tempo (somma silloge di mode, usi, costumi e tendenze socio-culturali) ma si deve essere un poco sconnessi. Quel “grado di separazione”, in avanti o all’indietro, sarà la vera cifra della propria certificata contemporaneità. L’operazione è evidentemente quanto mai ardua, ma anche nei  tentativi falliti o abortiti è insita la visionaria grandezza del tempo che si fa. Nelle Memorie del Presbiterio, uscite a puntate sulla rivista milanese Il Pungolo nel 1877, realizzate da  Emilio Praga, pittore e scrittore scapigliato, c’è il germe della visionaria grandezza di volersi fare interprete del proprio tempo e del proprio mondo. L’autore non ci riuscì per una serie di cause che vanno dalla propria condizione di bohèmien di provincia (e quindi inabile al concludere in modo fattivo qualsiasi cosa) ad un ambiente culturale, le Lettere italiane della seconda metà dell’Ottocento, rigorosamente abbarbicato in stilemi sorpassati e poco aduso alle novità.

Le Memorie del Presbiterio sono la volontà di un autore scapigliato di fondare un nuovo tipo di romanzo, che prende le mosse abiurando la lezione manzoniana (più apparentemente che nella realtà) per costruire un racconto che nasce dalle sensazioni e dalle impressioni di un “viaggiatore del mondo” il quale scopre, fra le Alpi Pennine, il villaggio di Sulzena, quattro case abbarbicate fra la solitudine del mondo. La descrizione avviene per successivi disvelamenti, che rendono progressivamente più chiara la vicenda, la quale invece nelle battute iniziali viene presentata come oscura e ingarbugliata. Il viaggiatore, evidente e chiara proiezione dello stesso Praga ma di cui non sapremo mai il nome, crede sulle prime di trovarsi in mezzo ad un paese popolato di “santi”; fa la conoscenza del curato, il presbitero Luigi, uomo dalla grande fermezza morale, dotato di bonomia e ospitalità. Dal curato si dipana un mondo semplice, in cui il “campanile” è la pars construens, con il contadino Baccio che si occupa della fontana della piazza e le puerpera Mansueta (vero nomen omen alla maniera degli antichi) che tiene in ordine la locanda del curato. Dall’altra ecco la pars destruens, il municipio impersonato dal tracotante sindaco Deboni e il viscido Don Sebastiano, curato dei paesi vicini (a evidenziare il conflitto mai risolto fra fede e potere). In mezzo a questi schieramenti sta il farmacista Bazzetta, strano individuo che sa tutto di tutti, che odia tutto e tutti e che non ha altro interesse se non quello del proprio tornaconto personale. Successivamente fa la sua apparizione il giovane studente di seminario, Aminta, bel nome che risuona della memoria del Tasso, virgulto gentile e a modo, schiacciato da una sorta “di patria potestà” che il sindaco pare esercitare su di lui.  Le vicende di questi personaggi, nel prosieguo della narrazione, si intrecciano e si saldano progressivamente facendoci riscontrare come in un paese che veniva appellato “novella Tebaide” per significare la purezza di spirito dei suoi abitanti, si annidino, neppure troppo nascostamente,  i più torbidi segreti. Su tutto aleggia un mistero insoluto che lega come un marchio ancestrale tutti i personaggi, incarnato da un personaggio deceduto, ma comunque sempre presente nei pensieri di tutti.  Praga riesce con una prosa che suona molto diversa da quelle coeve a tenere il lettore (al quale, manzonianamente, spesso si rivolge direttamente) con gli occhi fissi sulla vicenda.

Perché si parlava di tentativo fallito? Perché Emilio Praga non portò a compimento il libro; l’autore aveva le idee abbastanza chiare su come dovesse sciogliersi nel finale, ma egli, forse affogato nelle nebbie dell’alcool, non ebbe la forza, la voglia o la possibilità di finirlo. Il compito lo svolse il torinese Roberto Sacchetti. Egli termina il romanzo discostandosi piuttosto evidentemente dallo stile di Praga, rendendo il tutto più netto e meno sfumato, ma lasciando intatta la forza delle sorprese narrative introdotte a suo tempo dall’autore. Memorie del Presbiterio prende forma lentamente, attraverso alcuni momenti topici, segnati con la dicitura “Storia del Sindaco”; in questi punti viene descritta, compiendo una deviazione dal solco cronologico dell’opera con ricchi flashback, la storia per filo e per segno del personaggio preso in disamina. La cosa notevole, per capire la finezza di questo ingranaggio letterario, è che noi non veniamo mai a sapere più di quanto sa il viaggiatore; questo permette di identificarsi appieno in questo narratore che sfugge dal ruolo per il fatto di essere al contempo dentro e fuori dal racconto: è dentro perché impersona un personaggio sulla “scena”, ma è anche fuori perché questo personaggio non ha quasi peso ai fini della vicenda, è una specie di concretarsi della coscienza critica dei reali protagonisti della storia, che si vedono agire di fronte a punti di rottura di quella falsa stasi rappresentata dal paesino da cartolina. Praga, un uomo sostanzialmente venuto dalla Provincia ma che risiedé a Parigi negli eroici tempi di Hugo e Baudelaire, ci dona un grande insegnamento, condotto attraverso il seducente filtro di una prosa sghemba e dettata dalle impressioni più che dall’aderenza letteraria: la provincia nasconde mostri neppure paragonabili a quelli presenti in città. La città per il suo ruolo di collante popolare moderno pone tutto sotto la luce della trasparenza, si sa tutto all’interno delle metropoli. È in provincia che gli orrori si consumano in famiglia e solo a fatica vengono fuori. Le mille tragedie che non si sapranno mai, se non per averle origliate o per un vicino spione, che avvengono nelle case della provincia sono segno tangibile dell’orrore di questo mondo. Ecco perché è doveroso portare alla memoria tale libro. Perché è una traccia importante, seppure poi abortita, di un altro modo di realizzare il romanzo all’italiana, che non fu mai il romanzo “delle città” come quello inglese o francese, ma che non fu neppure soltanto “incubo del subconscio” come quello russo o tedesco. La “terza” via di Praga è quella di un’operazione leggera, condotta in punta di penna, nella quale le tradizione cattolica si mescola alla boheme dei Fiori del Male.

La struttura del romanzo si compie a strappi, è nervosa e scorbutica come lo potrebbe essere un giovane artista come era Emilio Praga. Sembra quasi che non abbia il tempo di soffermarsi per cesellare meglio la sua opera, che la lasci quasi barbaricamente incompiuta per dare più forte il suo segnale di alterità rispetto alle mode letterarie. Ma è anche nostalgicamente ancorato all’amor fou dei feuilleton  che sempre meno venivano inseriti nei giornali. Il ragazzo che voleva farsi moderno, si scopre irriducibilmente troppo antico e sorpassato per i suoi tempi, un vinto dalla cultura che fu. 

Il viaggiatore/pittore che scala le Alpi è un italiano della seconda metà dell’Ottocento arrivato tardi per potersi fregiare del titolo di “eroe del Risorgimento” ma giunto troppo presto per potersi (auto)definire un decadente. Egli è un esule dalla vita, che può sfuggire alle bassezze e agli intrighi della città rifugiandosi sui monti. Ma anche questo ricovero è apparente, perché lo spettro della morale borghese, manto di Arlecchino con il quale si ricopre la mota dell’anima, è in agguato sia in paesi immersi nel gorgoglio di una fontana persa nella notte sia nelle caotiche megapoli del nostro ininterrotto tempo presente. 

  • Emilio Praga, Memorie del Presbiterio
  • E-book di pubblico dominio, formato Kindle
  • pp. 260, euro 0,00
  • scaricabile gratis presso Amazon.it
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