L’inconfessabile tocco del “nulla lucente”: una lettura di “Supplica a mia madre” di Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini e Susanna Colussi
Pier Paolo Pasolini e Susanna Colussi

Di ANTONELLA PIERANGELI

forte come la morte è l’amore

tenace come gl’inferi è l’amore 

Cantico dei Cantici 

Una sottile, impura, epifania del dolore s’incarna nel corpo della parola fin dall’incipit:  “È difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio. /Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, /ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.” Una confessione dall’impatto devastante, lucidamente consapevole, dell’impossibilità alla vita e alla ricerca inesausta dell’armonia cui la separazione dal corpo della madre sembra condannare gli uomini, dal momento della nascita per tutto il resto della loro vita. Una madre straziante quella di Pasolini, che è posta subito al centro della scena come l’unica a conoscere il cuore del figlio prima di ogni altro tempo e luogo e abisso di lacerato dolore.

Subito dunque, fin dai primi versi, una sensazione cerebrale, lucidamente consapevole come un’intellezione somatica, invade il campo del senso, proponendo un filo conduttore in grado di sottrarsi al dominio del poetico per affondare nella rivolta tragica e straziante di un urlo: “Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: /è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.” Simultaneamente carne e corpo, sinolo mostruoso di aristotelica materia e forma che non ha avuto il tempo e la pazienza di aspettare lungo percorsi di deviazioni e tangenti, sono cristallizzati nel tremore del tempo mentre Lei, la madre, ha avuto invece la possibilità di farlo e ora custodisce, nella fascinazione mortale della propria lucentezza, un segreto eroico e insostenibile: la grazia di una seduzione antica, quella dell’amore materno nei confronti del figlio che passa per una di quelle superfici interne del corpo che avvolgono la coscienza come una pelle invasa dalla lebbra.

Grazia e angoscia sono parole magnifiche e necessarie, segni corporei di un’intimità assoluta dalla pienezza senza limiti, il dentro assoluto, cripta di un’interiorità intoccabile all’interno della quale l’orrendo conoscere non è il nome di qualcosa che è esposto al dolore ma è il nome dell’ostensione stessa di un sacrario da crocifissione.

Un filo conduttore pervaso di angoscia sempre crescente s’insinua dunque nella trama inevitabile di un destino, lo guida in permanenza, attraversa tutto come il filo tenuto di un punto di sutura, il punto di una punteggiatura, la punteggiatura di un dolore e di questo suo farsi in un corpo a corpo tra la tenebra e la sua forma, tra l’immensità e la tirannia del desiderio e la percezione che la forma non basta mai a quietarlo perché essa non può essere una fuga per evitarne l’infinita dissimmetria: “Sei insostituibile. Per questo è dannata /alla solitudine la vita che mi hai data.” Mai parole più terribili e strazianti, più insanguinate e docilmente rassegnate pronunciate per una madre. Ecco allora dispiegarsi, con insaziabile perversità polimorfa, l’oscuro, l’impuro sentimento del tempo sospeso, della solitudine non voluta, non cercata, non vezzeggiata  – come lo sarà la morte negli anni che verranno – ma elargita dalla condanna dell’amore materno.

Una verità illuminante, di una chiarezza disadorna, quasi luterana: “sei insostituibile”. Non c’è ribellione a questo ma solo accettazione, in un abbandono al destino che scolora nel pensiero effettivo che non c’è altra via d’uscita e, soprattutto, che non la si vuole perché sarebbe come un’intrusione, come  l’immagine di un passaggio attraverso il nulla che approdi in uno spazio svuotato di ogni senso. La vita è dunque l’imperterrito accettare di essere soli in una faglia irrequieta di complicità privata e familiare, in una felice prigionia, inseguendo randagie vite parallele di fantasmi.

Punteggiando diversamente il suo clamore, la voce di figlio si spegne allora nel cielo plumbeo della consapevolezza di una inevitabile e sterile ribellione: “E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame /d’amore, dell’amore di corpi senza anima. /Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu /sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù: /ho passato l’infanzia schiavo di questo senso / alto, irrimediabile, di un impegno immenso.”. Corpi senza alfabetizzazioni affettive ed emozionali, dai protocolli d’amore privi di grammatica, la cui impersonale legge biomeccanica potrebbe essere enunciata alla terza persona: senza anima, in completa effrazione del cuore, agglomerati molecolari dallo scarto e dalla dilatazione empatica senza ritorno e senza scambio se non di liquidi corporei.

Questo supplizio quotidiano vuole infatti la schiavitù del “lucente nulla” che affonda le radici in un’infanzia mitizzata e imperdonabilmente felice, quando il cuore viveva tregue estatiche e la madre era soltanto un profumo di primule e viole che toglieva il respiro. Il prezzo altissimo da pagare per questa eredità è la rinuncia alla dimensione interiore nell’amore, al cuore dell’altro che si fonde nel proprio e non si lascia più separare: un cuore irrimediabilmente pronto a tutti gli abbandoni, i tradimenti, i dolori e all’inevitabile-impossibile fiducia nell’altro.

La condanna ad un’esistenza dal funebre cursus epigrammatico si consegna alla poesia con la durezza di una sentenza: “Era l’unico modo per sentire la vita, /l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita. / Sopravviviamo: ed è la confusione /di una vita rinata fuori dalla ragione.”. Una vita rinata fuori dalla ragione o una dilatazione fino allo spasimo di metaforiche visioni private?

Saltare sulle braci di un inferno della carne sembra essere a questo punto l’unica soluzione, come esercitare per sempre la dissoluzione del cuore: una vertigine di ebbrezza e poi lo strapiombo del proprio corpo e della carne in alterità di estranee sagome mute, perse in notti estatiche che nulla avranno più di umano.

Poi, di colpo, fine della supplica, ma mai della molteplicità infinita della sua bellezza: “Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. /Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…”. E’ apparentemente il contagio della grazia, l’accumulazione di partiture sinfoniche della coscienza che non prevedono stasi: madre mia non morire, metronomo della mia anomalia, non lasciare che la solitudine si popoli della tua volontà di scomparire.

Resta con me nel pensiero, nel corpo, nella carne.

 

***

 

In uno scritto a macchina, trovato postumo fra le sue carte, Pier Paolo Pasolini aveva scritto: “Ogni volta che mi chiedono di raccontare qualcosa su mia madre, di ricordare qualcosa di lei, è sempre la stessa immagine che mi viene in mente. Siamo a Sacile, nella primavera del 1929 o del 1931, mia mamma e io camminiamo per il sentiero di un prato abbastanza fuori dal paese; siamo soli, completamente soli. Intorno a noi ci sono i cespugli appena ingemmati, ma con l’aspetto ancora invernale; anche gli alberi sono nudi, e, attraverso le distese dei tronchi neri, si intravedono in fondo le montagne azzurre. Ma le primule sono già nate. Le prode dei fossi ne sono piene. Ciò mi dà una gioia infinita che anche adesso, mentre ne parlo, mi soffoca. Stringo forte il braccio di mia madre (cammino infatti a braccetto con lei) e affondo la guancia nella povera pelliccia che essa indossa: in quella pelliccia sento il profumo della primavera, un miscuglio di gelo e di tepore, di fango odoroso e di fiori ancora inodori, di casa e di campagna. Questo odore della povera pelliccia di mia madre è l’odore della mia vita”.

(da Enzo Siciliano, Vita di Pasolini, Mondadori, 2005 p.41)

 

Supplica a mia madre

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di rosa, Garzanti, aprile1964

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4 pensieri riguardo “L’inconfessabile tocco del “nulla lucente”: una lettura di “Supplica a mia madre” di Pier Paolo Pasolini

  1. Sopravviviamo: ed è la confusione
    di una vita rinata fuori dalla ragione.

    Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
    Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

    E’ impressionante come il genio Pasolini pur nel suo picco di drammaticità (l’uso dell’interiezione lo suggella) riesca a non apparire stucchevole.
    L’io non è una vuota maschera da teatro.
    La retorica della sofferenza (fatta di ripetizioni, suppliche, parallelismi, giustapposizioni) però non è solo un espediente formale, ma ricalca le volute d’un sentimento oscuro, “il nulla lucente” (icastico ossimoro). Il testo è un perfetto connubio di forma e contenuto. I punti sospensivi finali, poi, sono il colpo di grazia: “nulla conclude”, diceva Pirandello, e Pasolini sceglie di stemperare tutto nell’indeterminatezza dell’oblio.
    Non c’è conclusione e né logica a questa sofferenza: solo “dolore nudo”, terminazioni nervose scoperte. “Sopravviviamo: ed è la confusione/ di una vita rinata fuori dalla ragione”.
    Il filo logico razionale del discorso viene meno, Pasolini non scioglie il nodo gordiano, lo recide, stronca il singhiozzo in gola e il pensiero si perde in un oblio fulgido, lucente e non buio, luminoso e caldo come una tersa giornata d’aprile.

    Sempre relativo al tema del ricordo-luce-nulla vorrei citare, anzi condividere, una poesia di Sereni, contenuta ne “Gli strumenti umani” dal titolo “Di passaggio”.

    Un solo giorno, nemmeno. Poche ore.
    Una luce mai vista.
    Fiori che in agosto nemmeno te li sogni.
    Sangue a chiazze sui prati,
    non ancora oleandri dalla parte del mare.
    Caldo, ma poca voglia di bagnarsi.
    Ventilata domenica tirrena.
    Sono già morto e qui torno?
    O sono il solo vivo nella vivida e ferma
    nullità di un ricordo?

    E.B.

  2. Nelle vastissime notti
    io sento
    il rumore dell’ossatura delle cose,
    gli alberi che battono sulle strade.
    La terra tesa con spasimo
    che potrebbe schiantarsi
    come il ghiaccio di un lago.
    Io debbo reagire
    per non farmi sovrastare
    dal rumore del mio corpo,
    per non farmi tendere come la pelle della terra.
    Cerco di spezzare quelle corde
    che stirano ogni cosa.

    Paolo Volponi

  3. Sette o nove anni, aveva: età fatidica, quella, in cui l’odore di una pelliccia resta l’odore di una vita.
    Ognuno dei tuoi minima – è ovvio, non nel senso di nugae, ma, all’opposto, di grumi, addensamenti di disperazione – centellina la sottrazione d’aria, il soffocamento di tutte le corrispondenze: previsione e ricordo; poesia e commozione.
    Sette o nove anni, a primavera. Quando anche un dolore resta quello di una vita, radice rasposa di ogni lucente nulla.
    Grazie davvero per il tuo splendido articolo.
    Daniela Gliozzi.

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