Edward Hopper, Solitudine (particolare)
Edward Hopper, Solitudine (particolare)

Di Ivano Mugnaini                   

“Nasciamo tutti pazzi.

Alcuni lo rimangono.”

S.Beckett, Aspettando Godot

Secondo mio zio Anselmo, medico condotto della vallata, siamo tutti pazzi. Pazzi, non folli, strani o bizzarri. Pazzi. Serenamente e schiettamente tali. Siamo, dico, nessuno si offenda, noi, noi abitanti dei paesi. Così sostiene mio zio, e se lo dice lui c’è da crederci. Mio zio è obiettivo. Forse qualcosa di più. È capace di darti una simpaticissima diagnosi di tumore allo stato terminale con lo stesso risolino con cui commenta le camicie rosa e i foulards di Claudio e le sbruffonate del bar. Se lo dice lui che siamo pazzi, allora è vero. Lui è come la scienza. Anzi no, lui è la scienza. È un “fisiatra-filosofo”, se così si può dire. In senso lato ma neppure troppo. Studia la natura umana. Si è documentato, ha esaminato pile di documenti, resoconti, cartelle cliniche, statistiche e memorie, e, in più, ha dalla sua l’esperienza diretta ricavata da innumerevoli visite domiciliari.

Nonostante tutto, sebbene io non abbia al mio attivo alcuna laurea in medicina, psichiatria o discipline affini, devo dire, a onor del vero, che qualche sospetto modesto e autonomo in proposito lo avevo sviluppato anch’io: siamo tutti pazzi.

Io di sicuro. Vado spesso nell’albergo della vallata io, il solo che c’è. Un albergo ad una manciata di chilometri da casa mia. Il fatto è che lì fanno pagare poco, tutto sommato, il panorama è migliore e il letto è più morbido del mio. Arrivo là quasi sempre di pomeriggio. Oggi però ho voluto cambiare. Sono rimasto a casa tutto il giorno, in paziente attesa. Alle ventitre e trenta precise ho fatto il mio ingresso nella hall. Il portiere di giorno, come previsto, per quell’ora se n’era già andato. Aveva riempito diligentemente la valigetta ed aveva lasciato il posto al suo collega: il portiere di notte. Il custode della notte, immagine che per me è stata e rimane assolutamente ammaliante. L’uomo che blocca la luce sul portone con un’occhiata torva e lascia entrare con un riso untuoso il mantello blu del buio.

E’ lì di fronte a me, finalmente. Giacca grigio antracite e camicia candida a fare da contrasto alla pece densa dei capelli e degli occhi. Impeccabile, gentile; ma soprattutto bello. Troppo bello per un posto come questo. Come è finito qua? Quali percorsi, quali strettoie, quali pozze strangolanti lo hanno condotto a zigzagare e ruotare su se stesso per poi ritrovarsi in questo avamposto del nulla? Non lo so. Non ne ho idea e tutto sommato non mi importa più di tanto. So che è davanti a me ora. Imperfetto, inadeguato, fuori luogo eppure presente, quietamente e disperatamente inchiodato al suo tavolo e ad un sorriso gelido.

Mi interessa moltissimo, al contrario, scoprire cosa fa, cosa pensa soprattutto. Come passa la notte? In compagnia di quali sogni, desideri, torture, respiri. Questo sì, il suo presente, il suo essere attuale, mi interessa da morire. Come convive con il regno sterminato su cui impera? Re e schiavo, libero di disporre a piacimento del silenzio, dei minuti, delle ore lente e vuote come uno sbadiglio che divora se stesso.

Siedo su una poltrona della hall e fingo di leggere i giornali. Lo osservo di sbieco. Sta quasi sempre a testa china, l’occhio immobile, arrossato, divorato da un riflesso verdognolo. Fissa lo schermo di un computer, cerca di ipnotizzarlo, di dargli corpo, dimensione. Ne rimane annichilito. Lo immagino, notte dopo notte, a naufragare tra miriadi di siti di sesso sempre più estremo, sempre più assurdo, fino al momento in cui la sola trasgressione diviene lo schermo spento. L’immagine ferma di un panorama alpino, erba tenera baciata dal sole. Oppure un sito di modellismo, migliaia di minuscole parti di un aereo da montare una ad una come in un gigantesco puzzle. La pazienza, sconfinata, maniacale, per dare forma al sogno istantaneo del volo. Forse ancora possibile.

Occhi scuri sopra uno schermo rettangolare. Fino all’attimo in cui tutto diventa vomito, disgusto, assuefazione. Fino al momento in cui è necessario inventare qualcosa di diverso. Così, senza rabbia e senza scampoli lacerati di improbabili filosofie. Inventare qualcosa. Semplicemente. Per non morire.

L’idea arriva. Con il sorriso con cui da ragazzo l’amico del cuore ti passa la prima sigaretta, con la smorfia zuccherosa di un usuraio che ti sfiora la mano per concederti il primo prestito. Arriva, l’idea, sotto forma di gioco. Niente di meglio al mondo per sentirsi forte, vincente. Ogni notte, in media, nel suo, nel nostro albergo, si presentano una mezza dozzina di clienti. Da soli, in coppia, con esili ventiquattrore o con enormi valigie rullanti, ciarlieri o silenziosi, sereni o tetri come il gelo che portano con sé aggrappato ai soprabiti. Diversi, distanti migliaia di anni luce l’uno dall’altro, eppure, nel reame oscuro, tutti uguali. Identici, almeno per un dettaglio: l’ego diafano, lo spirito translucido come le ali di una falena. Trasparenti agli occhi di chi domina le tenebre. Libri aperti, capitoli passati e presenti di cui il padrone della notte si vanta con se stesso di conoscere ogni frase, l’esordio e l’epilogo.

Senza bisogno di ascoltarli parlare a lungo, basandosi su una sola acutissima occhiata professionale, il portiere scommette ghignando tra sé e sé di saper racchiudere ognuno di loro in una formula, un quadro, una radiografia del destino. Soprattutto si vanta di saper distinguere chi vale dalle nullità: non c’è aspetto esteriore, cappotti di cammello e orologi d’oro, che possano trarlo in inganno. Sa guardare al di là delle stoffe e dei metalli, sa scavare nelle pupille, nei gesti, nei battiti.

Il gioco, così, può prendere avvio. Può assumere come punto di riferimento il più vibrante dei modelli, la roulette russa: tra i vari signor-nessuno che entrano nella hall e svaniscono all’istante inghiottiti dai corridoi, individuare il personaggio, l’uomo o la donna di spessore e calibro, la rivoltella carica che riduce a brandelli i tessuti della noia.

Eccolo, sta entrando in questo momento. Silenzioso, sfuggente, animale da preda a sua volta braccato da qualcosa o qualcuno. Un serpente preso di mira da un rapace. Cerca di scivolare sinuoso sulla terra, prova a mimetizzarsi ma l’ombra degli artigli lo sovrasta e rende scura la pelle. Freme, si divincola, cerca di controllare il tremore finendo però per procedere a scosse e strappi.

Sorride, il portiere. Cortesemente spietato. Un sorrisino appena percepibile, l’angolo del dente del cacciatore che ha già la lepre all’interno del mirino.

Gli consegna le chiavi di una camera singola, risponde con voce nitida al saluto appena bisbigliato e lo osserva sparire rapido all’interno dell’ascensore. Attende un paio di minuti, si accende una sigaretta con occhi e labbra di amante appagato, e digita rapido su un motore di ricerca il nome e il cognome del cliente. Internet, grande invenzione: nel giro di un minuto e ventisette secondi ha di fronte a sé, in forma di testo e immagini, la schermata del proprio trionfo. Il cliente che in questo momento sta entrando nella propria stanza è esattamente ciò che pensava. Ha numerose pagine a lui dedicate: articoli, commenti, flash di notizie di radio e televisioni, ed un curriculum ricco, stimolante. Centro! Non aveva dubbi del resto.

Chiamare i giornali avrebbe come conseguenza immediata quella di movimentare notevolmente l’ambiente. Ma sarebbe gloria effimera. Due ore di chiasso e qualche intervista sconclusionata di un giovane cronista più assonnato di lui. Poco altro. No, questa volta il pesce che ha abboccato all’amo è decisamente grosso e pregiato. Merita un trattamento ad hoc, in proporzione diretta: colossale pazienza e dedizione. Seguirne i movimenti, e, al momento giusto non un attimo prima, tirarlo su, in superficie, stringerlo nella mano e gettarlo nella cesta ancora vivo.

Questa volta è deciso a fare tutto da solo, il portiere. E’ l’occasione propizia per spezzare le sbarre della gabbia. Da quel momento non sarebbe stato più l’usciere del nulla.

Questa notte – si ripete con gusto – tocca a me aprire o chiudere a piacimento la porta del destino di un uomo.

Sale sull’ascensore e in pochi secondi è davanti alla stanza. Deglutisce, si dà un’aggiustata al nodo della cravatta e bussa con insistenza. La scusa è valida, credibile: verificare l’efficienza dell’impianto elettrico per evitare che si ripetano i problemi lamentati da chi ha occupato la camera in precedenza. Il tutto richiederà pochi minuti. Un tempo breve ma forse sufficiente. Sì, basterà.  Per farlo parlare, per portare il cliente a confessare di essere lui il banchiere che ha trascinato sul lastrico decine di famiglie. Una bancarotta colossale, poi la fuga immediata, da una città all’altra, da un albergo all’altro, senza tregua.

Il cliente lo osserva mentre armeggia con leve e bottoni. Sorride anche lui. Sta pensando alla sorte, davvero poco benevola: se al posto del portiere fosse entrata in camera sua a quell’ora una portierina giovane e procace, e, con la scusa del quadro elettrico, si fosse passata una mano tra i capelli sprigionando un profumo elettrizzante, beh, la serata sarebbe stata un’altra cosa, sarebbe stata davvero da guardare sotto un’altra luce. Non è andata così. E’ venuto su quel tipo servizievole e appiccicoso che si danna l’anima per attaccare discorso. Tutto considerato però, pensa il cliente, non ho affatto sonno e due chiacchiere non mi uccideranno.

Il portiere di notte fa scattare e riscattare ancora le leve dell’accensione e spegnimento delle luci. Nel frattempo, parola dopo parola, si avvicina al quesito cardine. E’ pronto per porlo, ne ha la forza e l’occasione. Proprio in quell’istante una fiammata ed uno scoppio secco lo fanno arretrare di scatto di mezzo passo. L’impianto è difettoso davvero. Metà delle lampadine sono saltate e una porzione abbondante della stanza è al buio. Cerca di rimediare il portiere, preme di nuovo a caso bottone su bottone e cambia la posizione di tutte le leve. Con il risultato di oscurare tutto o quasi. Nuove scintille, nuove lampadine spente, nuovi elettrodomestici resi inattivi. Si scusa più volte con il cliente, scivola lento fuori dalla camera e promette di tornare al più presto con un tecnico.

Telefona immediatamente all’elettricista di fiducia dell’albergo, il quale ovviamente si è premurato prima di andare a dormire di spegnere il cellulare e staccare il telefono fisso. Il cliente, divertito dalla scenetta del portiere che gioca al piccolo-elettricista, ha perso anche il poco sonno che aveva. Guarda, nella penombra della stanza, il televisore spento. Solo questo gli dispiace. Avrebbe gradito quella notte guardare un film porno, uno di quelli trasmessi a circuito chiuso dall’albergo. Telefona in portineria e reclama il suo diritto di riavere l’energia elettrica all’istante.

Il portiere torna su di corsa, bussa sommessamente e torna a provare la fortuna con i tasti multicolori. Dopo vari minuti di tentativi a vuoto ottiene un qualche risultato. Metà della stanza si illumina di nuovo. Il bagno resta nel buio ma le lampade sul comodino si riaccendono, e, soprattutto, la spia rossa del televisore riprende vita.

Il cliente coglie l’attimo, afferra il telecomando e sintonizza immediatamente il televisore sul canale porno. L’audio del film giunge inesorabile alle orecchie del portiere che, un po’ per l’imbarazzo un po’ per la volontà assoluta di completare l’opera, continua a toccare le leve con dita frenetiche. Una nuova fiammata. La scossa stavolta è violentissima. Tutte le luci saltano all’istante. Solo il televisore continua a funzionare, tra gridolini di piacere e l’ansimare costante degli atti sessuali.

Entrambe le mani del portiere sono attaccate al quadro elettrico, saldate a plastica e fili. Impossibili da staccare. Le guarda, le vede rigide, bruciacchiate, intrise di fumo acre, come il viso, come le gambe incollate al pavimento. Abbassa la testa con immenso dolore e si guarda le scarpe, fuse in parte anch’esse. Si rende conto di essere diventato componente integrante dell’impianto, accessorio vivente che fa da massa, conduttore umano che consente il funzionamento del televisore.

Dal rettangolo luminoso posto di fronte al letto provengono ancora suoni ininterrotti di lussuria. Accompagnati dal controcanto, sommesso, cupo, di un rantolo, godimento solitario, vicino, quasi tangibile. Il ritmo prosegue incalzante, ad ogni orgasmo virtuale fa seguito un abissale sospiro. Vorrebbe urlare, il portiere, vorrebbe chiedere aiuto, ma sa che di notte non si può, non ha né la forza né il coraggio di infrangere la sacralità del buio e del riposo dei clienti. E’ sospeso tra il dolore fisico che cresce e si fa sempre più acuto, e, dal lato opposto, un piacere strano, insinuante. Un sospiro più alto ed intenso si diffonde nell’aria dall’altro lato della stanza. Seguito da un attimo di silenzio sterminato. Il clic di un televisore che si spegne.

Anche il portiere si rilassa, trova l’apice estremo della conciliazione tra spasimi di pena e brividi carezzevoli, l’alchimia di un istante che li accomuna. Ritrova anche la voce, l’energia per chiedere sommessamente una mano. Dopo una manciata di minuti sente passi leggeri alle sue spalle.

“Sei stato bravo! Hai fatto bene il tuo dovere. La direzione dell’albergo dovrebbe essere orgogliosa di te, ed io, in qualità di cliente, posso dire con piena convinzione che sei stato impeccabile: mi hai permesso di gustarmi il film fino in fondo. Davvero cortese e disponibile. Adesso tocca a me essere gentile con te. So che volevi parlarmi, volevi conoscermi. E’ giusto, davvero. Eccomi qua, pronto ad esaudire i tuoi desideri. Comincerei con le presentazioni. Ah, dimenticavo: non badare al nome scritto sul documento che ti lasciato alla reception. Ne ho tanti di documenti. A te ho dato quello con il nome di quel banchiere che qualche mese fa ha fatto quel casino colossale, quella bancarotta clamorosa. Mi piace quel pezzo di carta. Funziona bene: pochissimi ricordano il nome di quel tipo e ancor meno ne ricordano la faccia. Serve allo scopo alla perfezione. Specialmente negli alberghi la uso sempre con grande gusto quella carta di identità. Devi sapere però che il mio documento vero, quello autentico intendo, alla voce professione dovrebbe riportare una definizione che piace moltissimo ai giornalisti. Una di quelle etichette vaghe e imprecise, l’esatto contrario sia della chiarezza che della natura profonda dell’attività a cui fa riferimento: serial killer.

Sì, esatto amico mio. Ti vedo giustamente scosso e contrariato. Hai ragione. Io condivido il tuo disappunto, e, da parte mia, confermo e ribadisco che è stupidamente impropria come definizione. Io, te lo assicuro, uccido solo una persona per volta. Sono un artigiano io, un artista, nei momenti di ispirazione. Non c’è niente di seriale in ciò che faccio. Niente a che vedere con le catene di montaggio, puoi starne certo. Sono un artista, modestamente. Realizzo solo pezzi unici. Ho anche l’animo di un artista. So essere sensibile e riconoscente. Con te, ad esempio. Lo meriti, amico mio. Lo meriti”.

Le parole del cliente sono un’interminabile doccia gelida: stille lente colano una dopo l’altra sul petto e sulla schiena del portiere. Solo la frase finale gli regala il sollievo tiepido della speranza. Interrotta, una frazione di secondo dopo, da un getto freddo e concreto. Il cestino di plastica dei rifiuti riempito con l’acqua del bagno e gettato sul quadro elettrico e sul suo corpo. Una luce intensissima, una fiammata purpurea, un corpo scuro, divorato dal fuoco. Le braccia distese in alto, le gambe scarnite in una ponderatio mai conclusa. Forma di scultura dolente, essenziale. Iperrealismo pulsante di materia, buio e luce.

Sì, l’arte per l’arte. Il contrario, l’esatto antipode della becera ripetitività commerciale. Creazione fulminea, irripetibile, eterna.

La osservo, la assaporo, la incamero a lungo in ogni senso, in ogni anfratto del corpo e della mente, fino a saziarmene, ad inebriarmene.

Prevale il sonno poi, finalmente. La voglia possente e carezzevole di chiudere gli occhi. Solo un paio di cose mi restano da fare prima. Fare le valigie per tornarmene a casa, innanzitutto. E, come sempre, una volta al riparo delle mie quattro mura, in camera mia, nel mio letto duro ma familiare, telefonare a zio Anselmo. Da un lato gli dispiacerà alzarsi in piena notte per venire semplicemente a constatare un nuovo decesso. D’altra, in cuor suo, sarà contento. Potrà far scattare il suo inesorabile risolino compiaciuto. Potrà dire a se stesso che sì, non c’è alcun dubbio: la sua teoria si conferma esatta, scientifica, inoppugnabile.