Le Twin Towers in fiamme
Le Twin Towers in fiamme

Di ALESSIA CANTAGALLI

Cara B.,

saprai molto presto che quelle che seguono sono le mie ultime parole per te e la crudeltà del caso vuole che non sarai mai in grado di replicare. Per una volta sarai costretta ad accettare quello che ho da dirti senza negoziare, defraudata di ciò che tu hai sempre visto come un diritto, mentre io uno scomodo effetto collaterale dell’interazione tra umani.

Anche solo per questo, oggi è il giorno più bello della mia vita.

Non ti nascondo che la tua visita di oggi mi avrebbe scosso dalla specie di sonno che mi ha colto in queste ultime settimane, ma so anche che avremmo presto finito per ricadere nei soliti, stanchi discorsi, separandoci poi con quella sensazione che tante volte ho provato a descriverti senza mai riuscirci. Ecco, mi viene in mente un’immagine che forse, una volta per tutte, può chiarirti la cosa. Ricordi quando siamo andati al Luna Park? Avevamo iniziato a vederci solo da un paio di settimane e ci era sembrata una buona scusa per farci un giro a Coney Island. Una delle attrazioni era un marchingegno a forma di cilindro che ruota velocissimo attorno a un perno centrale. Come gli altri ci siamo seduti sulle panche sistemate lungo tutta la circonferenza e, quando quell’arnese ha cominciato a prendere velocità, la forza centrifuga ci ha schiacciato contro la parete alle nostre spalle. Noi eravamo seduti di fronte e dopo qualche giro abbiamo giocato a raggiungerci al centro, ma ad ogni tentativo ci ritrovavamo al punto di partenza, delusi che fosse così complicato vincere contro quello scherzo della cinematica. Allora non ero lucido per capire cosa fosse il silenzio tagliente che abbiamo messo su quando siamo scesi, ma adesso vedo nettamente che era il rimbombo sordo della rovina.

Ciò che è venuto dopo è stata, purtroppo, un’arrogante ricerca di assoluzione dalle leggi della fisica, che tanto chiaramente s’erano svelate fin dall’inizio.

Del resto, in queste ore sospetto di trovarmi a vivere la prova definitiva che avevamo già perso tanti anni fa, ma ci è mancato il coraggio di ammetterlo. Almeno fino ad oggi.

E anche per questo oggi è un giorno grandioso.

Ti starai chiedendo come mai io sia finito qui, al centro di questi eventi eccezionali.

E’ buffo, avevo un appuntamento alla AON per stipulare una polizza di assicurazione sulla vita. Non te l’ho mai detto, ma dal giorno dell’incidente è diventata un’ossessione. Mi ero convinto che fosse l’unico modo per sopravvivere alla mia fine. Fino ad oggi, almeno.

Oggi sarà una bellissima giornata, cielo sereno, scarsa umidità, insomma una magnifica giornata di settembre. La temperatura salirà a 27 gradi nel pomeriggio. Condizioni ottimali per le primarie. Serata limpida ma fresca. Questo cinguettava il notiziario stamattina. Così, ho deciso di uscire in anticipo e arrivare qui a piedi. Da Canal Street ho preso la Broadway, godendomi l’incolumità dal traffico congestionato delle 8 di mattina e anche l’idea di essere una parte serenamente irrilevante di quel formicaio di negozi appena aperti, casalinghe con la sporta, corrieri in bici, corrieri sui furgoni, colletti bianchi di fretta, turisti, segretarie, operai, donne delle pulizie, ambulanti, passanti al telefono o con cani o zaini o caffè a portar via.

Ho fatto tappa all’incrocio con Barclay Street, dove hanno aperto da poco un calzolaio che fa riparazioni in un’ora. Una vera fortuna, visto che è quasi impossibile trovare calzolai come si deve senza dover arrivare all’East Side e che i miei vecchi mocassini hanno solo bisogno di una mano di colla e di suole impermeabili. Sai bene quanto non sopporti l’idea di comprare delle scarpe nuove e farmi prendere in giro da commessi che fanno finta di non conoscere la differenza tra vera pelle e plastica di Taiwan.

In mezz’ora avevo i miei mocassini come nuovi e un posto a sedere nella sala d’attesa dell’AON Plc. La stanza occupava quasi la metà dell’intero piano, arredata come a suggerire in ogni dettaglio un senso di solidità ed equilibrio. Il bancone all’ingresso era un unico blocco di legno laccato bianco in cui era incastonata una segretaria di una gentilezza autentica ma senza alcun accenno di calore. Le poltroncine, i divani, i tavolini bassi e persino i portariviste avevano una robusta ed evidente struttura in rovere chiaro e le fodere di candido cotone grezzo. Tutta quell’algida pulizia mi era parsa una scelta strategica molto azzeccata, per un luogo in cui ci si prepara ad ipotecare il proprio futuro. Mentre passavo in rassegna le stampe alle pareti, mi sono sorpreso di trovare un’opera che avevamo visto insieme alla Tate di Londra, ricordi? Una donna abbandonata al sonno nella prima luce del mattino, come avesse provato a svegliarsi, ma fosse ripiombata per inerzia tra le lenzuola appena ripiegate. A te non piaceva, non ti sembrava una figura armoniosa, per via dei piedi grossi e tozzi e del viso rozzo. Ritrovarmelo davanti mi ha invece riportato al senso assoluto di grazia e quiete che avevo provato allora.

Una coincidenza che mi convinceva che fosse un giorno perfetto.

Ma Mr Finley non si è fatto vedere.

Suppongo che ora sia con gli altri, vicino alle vetrate in frantumi dall’altro lato del piano, mentre io mi limito a osservare l’assurda catena di eventi, cui accidentalmente mi trovo ad assistere. L’esplosione dell’altro edificio ha interrotto il silenzio, il ronzio di fondo e la noia di questa enorme stanza con vista. Quando le finestre sono esplose il vento che entrava s’e’ preso tutte le carte e gli oggetti che hanno seguito il flusso di ciò che cadeva dalla torre di fronte. I fogli, la cenere, i minuscoli frantumi di vetro e lamiere galleggiavano in aria in un prodigioso sfarfallìo verso il basso. Immagino di aver vissuto una specie d’incanto, sedotto dal caos di quella massa lattiginosa e brillante. Allo stesso modo mi rimbalzavano nella testa le avvertenze dell’informativa AON per l’assicurando: affinché si possa concludere un contratto di assicurazione, occorre che l’eventuale verificarsi del rischio non sia controllabile da nessuna delle due parti.

Capisci ora cosa intendo quando dico che avevamo gia’ perso? Come potevamo pensare di stare insieme trasformando il rischio in una sequenza periodica di fatti numerabili?

Nell’istante in cui anche sotto di noi c’e’ stato lo schianto ho realizzato che la stanza era vuota, la polvere spessa, l’aria opprimente.

Ho atteso di udire le voci degli altri, ma niente. Sento gli allarmi, le sirene a diversa frequenza, ma è solo un’eco ovattata. Un suono più forte, liquido, come di fiamme alimentate a benzina, arriva dal pavimento. E, in mezzo ai rumori che fanno le cose, distinguo qualcosa di umano: un ritmo di passi, compatto. E’ la folla che scende ordinata dai piani più in alto, cercando di uscire: una marcia implacabile verso l’inferno di fuoco qui sotto.

Sembra la nostra, mia cara, non trovi?

Voglio farti un dono, proprio oggi, il giorno più chiaro.

In questa trappola incandescente mi trovo a dover scegliere se bruciare tra le fiamme o galleggiare nell’aria, preso dal vento come il resto delle cose. Se mi credi spietato, prova a pensare a quali  dubbi risolvo. In quale elemento s’è perso il mio corpo? Qual è il terrore minore? T’avrei amato di più se non avessi saputo?

Ti regalo la fine migliore per me, per noi. Non andrò come gli altri a consumarmi nel fuoco, voglio volare là fuori, perdendomi tra gli altri detriti splendenti.

Non cercarmi, molto presto m’avrai perso per sempre.

New York, 11 settembre 2001 – WorldTradeCenter, Torre Sud, piano 98°

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