Femminicidio e filosofia del linguaggio
Femminicidio e filosofia del linguaggio

Di SONIA CAPOROSSI

Torno di nuovo, in un contesto meramente ragionativo, a parlare di uso distorto del linguaggio, e proprio nel momento in cui apparentemente i neologismi non sembrano che fare socialmente del “bene”. Ultimamente, infatti, è salita alla ribalta una parola che prima in Italia non esisteva, ma di cui, purtroppo, non si può dire lo stesso relativamente alla sua sostanza retrostante: “femminicidio”. L’uso del termine in questione sta sollevando il problema della violenza sulle donne in modalità mai ottenute prima: sui giornali, in TV, all’interno degli organi legiferanti ed in ogni casa italiana l’argomento sembra aver ottenuto, finalmente, la meritata rilevanza, prodromo di qualsiasi tentativo degno di risolvere o quantomeno combattere il problema. Tuttavia, ciò che preme a me è analizzarne le retrostanze al fine di individuare, se possibile, l’afferenza ai propri campi semantici o meno, in base a come la parola in questione viene utilizzata e significata dai media e dai parlanti nella dimensione della quotidianità, con la piccola ma determinante avvertenza del fatto che, ponendo la questione all’esclusivo rilievo della psicolinguistica e della filosofia del linguaggio, mi interessa individuarne solo sommariamente i risvolti psicosociali retrostanti quanto piuttosto mettere in rilievo l’uso specifico deviato che del linguaggio spesso si fa. In questo senso, a me sembra che le cose stiano nel modo che andrò ora ad esporre.

I media usano così liberamente la neoformazione “femminicidio” per far notizia su qualcosa che purtroppo c’è sempre stato, che la gente s’è convinta che esista qualcosa di nuovo e di diverso che prima non c’era, chiamato con quel nome, il quale fa notizia proprio perché la cosa retrostante è ritenuta nuova non foss’altro che nel senso di “(solo) attualmente rilevante”, mentre invece nuova è solo la parola che la identifica. Il rischio è che, come accade per tutte le situazioni che fanno notizia, la cosa retrostante, cioè il significato cogente dietro al segno può cadere nel dimenticatoio quando la neoformazione linguistica verrà assorbita come vox media, ovvero quando essa sia definitivamente trapassata dalla condizione di vox dei media a quella di vox media. La parola “femminicidio”, in questo senso, è come spesso accade un neologismo di usufrutto mediatico e comunque, ad ogni modo, consiste in un crasso esempio di costruttivismo linguistico. Mi spiego meglio.

Avviene, in definitiva, che una donna ogni due giorni venga uccisa dal proprio ex, e questo è un fatto; il factum, in se et per se, si manifesta oggigiorno in questi frangenti ma, probabilmente addirittura in termini statistici anche peggiori, nella storia della Donna c’è sempre stato: bisogna quindi dedurne che le persone, edulcorate dalla percezione personale e collettiva della vox media ripetuta a martello, siano colpite meno dal fenomeno in sé, compiutamente esistente e socialmente rilevante già molto prima (da secoli in modo massivo e, nonostante la precedente minoranza di culture patriarcali, fin dal sorgere della civiltà), piuttosto che dalla parola che lo identifica. Ne sia dimostrazione il fatto che, in Italia, il “femminicidio” è sempre esistito perché il maltrattamento della figura femminile è sempre stato profondamente radicato nella cultura patriarcale e maschilista dell’italiano medio ma non avevamo a disposizione una parola univoca per identificarlo, eppure adesso il termine in questione ha trovato un riscontro inequivocabile, espresso diuturnamente attraverso il tam tam mediatico sui giornali, su internet e sulle TV fino ad entrare profondamente nelle coscienze dei singoli individui a tal punto che la gente pensa spesso che si tratti di un fenomeno nuovo oppure, laddove consapevole del contrario, se ne preoccupa (molto meno se ne occupa) soltanto adesso.

Posto questo, è facile osservare come dalla sottovalutazione alla sopravvalutazione del problema ci passi davvero poco. Facciamo un esempio: l’altro giorno ho dovuto litigare perché una discreta conversatrice dichiaratamente femminista, incaponitasi a negare la presente argomentazione, sosteneva che la donna morta di parto per malasanità a Palermo il mese scorso non fosse stata vittima di “malasanità”, ma di “femminicidio”; neanche il femminismo ideologizzato degli anni d’oro del Sessantotto è giunto a tal punto da forgiare una neoformazione teratologica di questo tipo, così omnipervasiva e deviante. Eppure sono millenni che le donne subiscono violenze. Prima, però, si combatteva la violenza chiamandola semplicemente “violenza sulle donne”, con un’espressione più lunga, più contorta se vogliamo, più dispendiosa per il parlante in base al principio dell’economia linguistica di Martinet. Eppure, un’espressione significante c’era; ma non aveva tutto questo rilievo presso i media, non possedeva questa rilevanza sociale. Allora le domande che dovrebbero sorgere spontanee in un linguista malfidato sono le seguenti: perché “femminicidio” proprio ora? Perché in Occidente? A quale scopo recondito? È solo colpa del principio di Martinet? Oppure quali interessi pratici potremmo individuare dietro alla sollevazione mediatica massiva del problema che utilizza una neoformazione linguistica creata ad hoc? Ecco, forse dovremmo domandarcelo, invece di berci indiscriminatamente tutto ciò che ci propinano i media, invece di dire “beh! Meno male che adesso la parola c’è!”; perché donne!, stiamo sicure che se ora la parola univoca esiste, ciò avviene per un motivo ben preciso, che foucaultianamente è molto meno autodeterminato e liberale di quanto sembri.

A volte, bisogna ammetterlo, all’interno dell’analisi filosofica si infiltrano impressioni personali. Gli è che la definizione di “violenza sulle donne” personalmente mi sembrava molto più organica, significante, aperta; ma posso anche sbagliarmi. E tuttavia non posso non domandarmi con fare circospetto se il termine “femminicidio” appartenga o meno alla malsana categoria degli interessi economici retrostanti. Ma “economici” in che senso?

Non occorre l’immaginazione, bensì un paio di occhiali in caso di miopia per leggere quasi ogni giorno il titolone sui giornali: “NUOVO CASO DI FEMMINICIDIO”. Un po’ come quando scompare un bambino: la settimana dopo ne scompare subito un altro, e poi un altro, e poi un altro ancora. Il meccanismo, in termini di sociologia della comunicazione, è in questi casi ben noto: di infanti smarriti, in realtà, ce ne sono tutti i giorni, eppure i giornalisti vengono incaricati dalle proprie redazioni di spulciare presso le stazioni di polizia casi freschi di persone scomparse, con il preciso intento di generare eco mediatica che sfrutti l’ondata emozionale collettiva per un certo periodo di tempo, in modo da aumentare le vendite dei giornali. In realtà, com’è facilmente comprensibile, non è che quando non se ne parla più i bambini non scompaiano più. 

Allo stesso modo, la frequenza dei “femminicidi” in TV e sulle pagine dei giornali non deve ingannarci: nella realtà dei fatti, il fenomeno è prevalentemente sommerso, e ciò significa che di femminicidi, ogni giorno, purtroppo ne accadono molti di più. Andiamo quindi a ricercare l’origine della parola, e scopriremo che questa origine è meno importante rispetto alla sua attuale funzione mediatica d’uso (non sto qui ovviamente dicendo che la funzione della parola “femminicidio” si esaurisca con l’uso mediatico, perché essa possiede anche un ovvio e corretto utilizzo in base all’importanza sociale del fenomeno: sto qui solo dicendo che la funzione mediatica d’uso che detiene in sé uno scopo economico, ne determina la gran parte della rilevanza sociale sul piano dell’opinione pubblica la quale, giustamente in senso etico, uno scopo economico non ce l’ha).

Come recita wikipedia, “femminicidio” è parola d’origine antica: “in lingua inglese il termine femicide (femicidio) veniva usato già nel 1801 in Inghilterra per indicare “l’uccisione di una donna”.  Il termine è stato utilizzato dalla criminologa Diana Russell nel 1992, nel libro scritto insieme a Jill Radford Femicide: The Politics of woman killing. La Russell identificò nel femmicidio una categoria criminologica vera e propria: una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna «perché donna», in cui cioè la violenza è l’esito di pratiche misogine. Un anno dopo, nel 1993, l’antropologa messicana Marcela Lagarde utilizza il termine femminicidio […]”.

In Italia, la parola sembra abbia trovato diffusione e successo semiotico solo ultimamente, nell’ambito dell’attivismo dei centri antiviolenza: “Da pochi anni in Italia si parla di questo problema ed esiste una percezione sociale di questo problema. Esiste una oggettiva difficoltà di rilevare il fenomeno e la sua diffusione anche perché a livello istituzionale non vengono raccolti i dati in modo sistematico. Dal 2005 i Centri antiviolenza raccolgono i dati delle donne uccise dai casi riportati dalla stampa.” È questo, a mio parere, il principale problema legato all’utilizzo mediatico del termine: non si tratta infatti di una parola che venga alimentata, nel significato di pertinenza all’interno della semiosfera relativa, da una raccolta di dati oggettiva, bensì da una loro selezione meta-analitica, in quanto le statistiche raccolte dai centri antiviolenza utilizzano, a loro volta, come mezzo d’informazione e di raccolta dei dati i giornali stessi. È come se, in qualche modo, la parola in Italia sia stata creata o inventata dalla stampa che l’ha diffusa e, diffondendola, ne ha forgiato i significati oltre a fornirne i dati ufficiali, con le conseguenze negative che ho cercato di profilare: abuso del termine in contesti d’uso non pertinenti, utilizzo pilotato ed economicamente interessato.

Anche ad un’analisi semantica pura e semplice, la parola “femminicidio” sembra poco pregnante in termini di significatività. Mentre l’espressione sintagmatica “violenza sulle donne” detiene in sé sia il soggetto che l’oggetto che l’esecuzione, il neologismo “femminicidio” è, al contrario, un gioco verbale teratologico, differenziato da una sillaba con consonante nasale sorda in più o in meno  (“femminicidio” o “femicidio”?) creato ad hoc per suscitare vespaio mediatico a proventi ovvi. In “femminicidio” non è presente né chi esercita la violenza né perché. il riferimento è escluso, non compare il radicale che si riferisca al soggetto attuante, è un abuso  linguistico senza scopo se non altro rispetto alla propria immediata significanza. Ed ecco che i vari episodi di cui periodicamente si riempie la stampa italiana, la scomparsa dei bambini, i sassi dal cavalcavia, la violenza sulle donne hanno esattamente la stessa valenza dal punto di vista semiotico: un piano d’interesse altro. Intendo riferirmi alla prassi di certo costruttivismo linguistico impostore in base al quale, indipendentemente da chi abbia coniato in termini fattivi il neologismo, è il concetto sotteso a venire diuturnamente eterodiretto e plasmato dal di fuori: in questo caso, dalla stampa, che ne sta abusando e per ciò stesso lo sta modificando nei suoi sensi e nei suoi significati, ai danni delle stesse donne che attraverso quella parola dovrebbero, al contrario, essere messe al centro dell’attenzione per organizzarne la difesa. Allora, in che modo il termine “femminicidio” sia stato recepito, usato ed abusato dai media italiani non è un altro discorso rispetto a quant’è importante che di femminicidio oggi, in Italia, si parli per combatterlo, ma precipuamente è il discorso che si fa quando si tenta di analizzare, come da premessa, un fenomeno in primis linguistico, in secundis sociale, in tertiis politico, per determinare quanto e come il nostro modo di parlare influenzi, come affermavano Sapir e Whorff, il nostro modo di pensare, di agire e di rapportarci socialmente, e non invece il contrario.

Dennett e i suoi memi lo sanno bene, la neoformazione costruttivistica è evidente e cortocircuitata alla perfezione, se la stessa parola “meme” è diventata un meme. Questo gioco linguistico, però, diventa un atto di creazione in senso costruttivistico, ovvero un’inventio in termini retorici, solamente quando si aggiunge la pretesa di un quid di novità irriducibile ad altro laddove invece non è che minestra concettuale riscaldata. Com’è del resto normale e giusto che sia.

In buona sostanza, a me sembra che le parole siano impotenti proprio in quanto sono attuanti. Le parole morenti e quelle che per prime, in un futuro più o meno immediato, moriranno, sono proprio le parole nate dal proprio abuso: sono parole violente al di là del proprio contenuto concettuale che può essere violento (come nel caso di “femminicidio”) o meno, perché esse violentano i parlanti che, lungi dall’usarle, ne vengono usati ed abusati proprio in quanto ne abusano inconsapevolmente. Allora, probabilmente, dovremmo domandarci quali sono i discorsi morenti, quali quelli morituri e quali quelli che, in base alle parole in esso contenute ed alle accezioni di pertinenza semantica, non possono e non potranno mai morire.

A me sembra, per esempio, che questo discorso qui sugli abusi del linguaggio non possa morire, perché s’attiene all’uso di parole i cui concetti retrostanti sono immediatamente riconoscibili in quanto tali.

 

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