In cerca d'autore...
In cerca d’autore…

Di ANDREA PONSO

In fondo, l’idea è molto semplice e del tutto innocua. Dunque, perché sarebbe così deleteria? Aprire e favorire le strade della pubblicazione ai giovani e giovanissimi, magari a suon di “manine” e “incontrini”, giocare alla maestrina segnando loro gli errori nella rivista più glam della penisola, fare in modo che ci si incontri, che ci si scambino opinioni, indirizzi, dedichine sul diario di scuola – dov’è il male? Ma che male ci sarà in tutto questo?

Ma nessuno, proprio nessuno. Niente male, si direbbe. Ed è proprio qui il problema. È proprio questa apertura del tutto indolore e anestetica (in tutti i sensi, quasi sempre, purtroppo …) che, a mio modestissimo parere, è devastante. Una sorta di “ama il prossimo tuo come te stesso” massificante, in cui si abdica a qualsiasi senso critico perché, si sa, si potrebbe fare del male alla poesia, a chi la scrive e ai pochi lettori – ma soprattutto a se stessi, che non si sa mai. Allora, invece della selezione e dell’autorità – due termini che abbiamo dimenticato totalmente, semplificandoli e banalizzandoli – si promuove qualsiasi cosa, si aprono le porte a qualsiasi capitombolo che va a capo. Nessuno si prende la briga del discernimento, perché nessuno ha il coraggio e l’autorevolezza/autorità per farlo: questo, in profondità, lo sanno tutti – comprendono la generale mediocrità, compresa la loro. Tutto si apre, è un fiorire infetto e paludoso di possibilità, di festivals, di opportunità … questo dare opportunità di “visibilità” alla poesia e a chi la scrive, questa bontà scoreggiona e pavida che non può e non vuole fare i conti con la qualità, vale a dire con la singolarità di ogni scrittura, nel bene e nel male, ha qualcosa di orrendo. È come predicare l’amore universale che, come sappiamo, non esiste; è come fare opera da crocerossine, come portare gli aiuti umanitari perché si ha paura della guerra.

Ma cosa ci sarebbe di così orrendo in questo? C’è, a mio parere, un giocare e gestire la propria pochezza, magari mostrandola come umiltà e disponibilità nei confronti dell’altro e dell’altrui opera: agnelli come lupi, perché, il più delle volte, questa apertura pressoché indistinta è precisamente la rinuncia al giudizio estetico ed etico, il non volere dire come la si pensa veramente (non credo di essere l’unico a pensare che un buon ottanta per cento di quello che, in queste modalità, viene pubblicato e pubblicizzato, sia mero sfogo adolescenziale, non solo per ragioni biografiche), perché questo potrebbe inficiare relazioni, possibilità di visibilità e di onori per noi che, invece, siamo bravi perché altruisti, perché promuoviamo con tutti i mezzi che abbiamo gli altri e il feticcio spirituale della Poesia con la maiuscola, ormai fino al primo verso dentro la culla. Questa vigliaccheria travestita da amore per il prossimo è orrenda.

Ormai non si sa più dove andare a scovare nuove leve, è un’attività che si propaga come il tumore, come le cellule tumorali. Questo attivismo nasconde, mi pare, un vuoto orribile che non si vuole guardare, che non si ha il coraggio di assumere fino in fondo, personalmente: quello della propria pochezza. Meglio guardare gli altri, farsi in quattro per organizzare momenti di incontro, di festivals, di letture e promozioni, giornate mondiali della poesia, ecc., per aiutarli, poverini, per promuoverli e, magari, farli nostri sudditi, nostri dipendenti ma per il loro bene, s’intende: così ci si può vantare ed esercitare quel potere paternalistico nei confronti degli altri, godendo a dissimularlo, ma pur sempre tenendoselo strettissimo e bene in vista; sai che bello invitare uno sconosciuto promettendo letture e pubblicazioni? “No, guarda, non preoccuparti, mandami i tuoi testi, che ci penso io, conosco io chi ti può aiutare e pubblicare, ho conoscenze e contatti, stai tranquillo”: ecco cosa sono, molto spesso, i contatti “umani” che sgorgano da queste cose; potere pavido, privo di qualsiasi autorevolezza e quindi incapace di autorità; gestione del proprio piccolo raggio d’ombra marcescente da imporre agli altri con le “peggiori intenzioni” umanitarie e amicali. Si punta all’indistinto, ci si puntella a questo, pur di non esserci davvero, pur di non incontrare e non esercitare davvero l’altro, il dissenso, la critica e l’autorità. Perché sarebbe pericoloso – non per la poesia, ma per noi, perché se dico davvero cosa penso poi rischio di perdere il contatto con l’altro, poi non mi invitano più e magari mi perdo anche la possibilità di uscire con la foto in qualche rivista.

Direte che, certo, forse è anche così, ma in fondo c’è poco di male: è il minore dei mali, questo. E allora, per le anime belle, consiglio di leggere Eyal Weizmann, che scrive un saggio molto interessante su queste dinamiche intitolandolo proprio “Il minore dei mali possibili”. D’accordo, lui parla delle guerre e della politica, ma credo che i principali meccanismi sia possibile, fatte le dovute scale, applicarli anche alla situazione di deserto melassa della poesia italiana. Chiudo quindi con le sue parole, invitandovi a leggere l’intero lavoro: “Il male minore è spesso la giustificazione dell’ufficiale militare che cerca di amministrare la vita (e la morte) in modo “illuminato”; ma è anche il breviario dell’imprenditore privato nel campo della sicurezza che introduce armi nuove e più efficienti, nuovi mezzi spaziali-tecnologici di dominio, pubblicizzandoli come “tecnologie umanitarie”. In questi casi, la logica del male minore crea un importante campo politico di partecipazione, riunendo sfere di azione altrimenti contrapposte, al punto che le fondamentali differenze morali tra i diversi gruppi coinvolti potrebbero risultare oscurate. Tuttavia, anche secondo i termini di un’economia dei costi-benefici, il concetto di male minore rischia di divenire controproducente: le misure meno brutali sono anche quelle più facilmente naturalizzabili, accettabili e tollerabili – e possono quindi essere usate con maggiore frequenza. Ne consegue che si può produrre un male maggiore attraverso un processo di accumulazione di mali minori.

Bene, direte, ora mi faccio il mio esamino di coscienza e se le mie intenzioni sono state buone, allora io in questo non c’entro: ho lavorato gratuitamente, solo per amore della poesia, ecc. ecc. la mia animuccia è pura, slavata e bianchissima. E anche se uno fa degli errori in buona fede, insomma, che male c’è? Sarà sempre il male minore, ecco. Scriveva Hannah Arendt che, “se guardiamo alle tecniche di governo totalitario, risulta chiaro che l’argomento del “male minore” […] è uno dei meccanismi terroristici e criminali. L’accettazione del male minore viene consapevolmente utilizzata per abituare i funzionari e la popolazione ad accettare in generale il male in sé […] Sul piano politico, la debolezza dell’argomento è stata sempre evidente: coloro che scelgono il male minore dimenticano troppo in fretta che stanno comunque scegliendo il male.

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