Marco Aime, African Graffiti, Stampalternativa 2012
Marco Aime, African Graffiti, Stampalternativa 2012

Di SONIA CAPOROSSI

Marco Aime, classe 1956, antropologo e scrittore, da sempre accompagna gli studi africani a quelli delle aree montane e rurali dell’arco alpino italiano: sono queste le due anime dell’autore, torinese di nascita e genovese d’adozione, trapiantato per questioni di ricerca scientifica, di volta in volta, sulle Alpi, in Benin, in Mauritania, in Senegal, in Burkina Faso, nel Togo, nel Ghana, in Etiopia, in Tanzania, nella Repubblica Democratica del Congo, in Botswana. Come lui stesso racconta, è stato in particolare un viaggio nel Mali nel 1984 a far scoppiare nel giovane diplomato in elettrotecnica la passione per il Sahel e l’Africa sub sahariana, le regioni desertiche interne di un continente continuamente messo alla prova dal clima e dalle condizioni socioeconomiche avverse oggetto d’osservazione anche nel suo ultimo libro.

African Graffiti (Stampa Alternativa – Nuovi Equilibri 2012) è una silloge narrativa composita, strutturata in due grandi sezioni: nella prima parte sono raccolti, riveduti e corretti, i racconti del precedente Taxi Brousse composti tra il 1997 e il 2001 con i quali aveva già vinto il Premio Chatwin e il Premio Albatros per la letteratura di viaggio; nella seconda parte, invece, sono presenti testi più recenti.

Raccontare l’Africa con piglio antropologico, ovvero con il necessario distacco scientifico nell’assenza totale di qualsiasi atteggiamento giudicante e prevaricante da parte della propria impostazione culturale su quella di volta in volta osservata, ma contemporaneamente narrarla con partecipazione e interesse (con trattino etimologico, ovvero “standoci in mezzo”, essendone coinvolto anche, in un certo senso, emotivamente) appare essere la grande sfida di questo libro che si dipana come una carrellata di volti, nomi, luoghi, situazioni, quasi una sequenza di flash, una mappatura omogenea e compatta dell’Africa sopravvissuta all’onta della colonizzazione e al disonore ancor peggiore, per certi versi, del post-colonialismo; epoca in cui, dagli anni quaranta in poi, i paesi africani resisi indipendenti dal punto di vista politico ed amministrativo hanno trovato una difficoltà immane, in quanto dichiarati “Sud del mondo”, a liberarsi dalle coercizioni economiche, culturali e sociali degli ex paesi imperialisti tutt’ora, sotto molti aspetti, ancora dominanti. Ecco allora l’atteggiamento narrativo che l’autore spiega all’interno della breve introduzione: “Ho cercato di raccontare un’Africa bastarda. Bastarda come la lingua che parla la maggior parte degli africani oggi: in parte autoctona, in parte fatta delle lingue franche dei commercianti hausa o dioula e condita con espressioni in francese e in inglese. Gli africani di oggi hanno male al collo, l’Africa tutta ha male al collo a forza di continuare a voltarsi indietro per poi tornare a guardare avanti. I Taxi brousse sono un po’ l’emblema di questa terra, che sbanda, slitta, si guasta, ma continua ad andare avanti, lentamente. Discendenti scalcinati delle nobili carovane del passato, che hanno riempito pagine belle della storia, quella con la esse grande, questi sgangherati pulmini Toyota di quarta mano e le inossidabili Peugeot 504 non occuperanno forse nessuna descrizione dei cronisti, ma portano ogni giorno migliaia di individui da un villaggio all’altro. Gente in cerca di lavoro, di mercati, di piccolo contrabbando, di medicine o di medici. I taxi brousse sono lo specchio di una realtà che viaggia tutti i giorni in mezzo a una nuvola di polvere” (p. 6).

È un’Africa interpretata dal punto di vista del microcosmo delle relazioni umane, un’Africa sopravvissuta che tenta continuamente, quotidianamente di sopravvivere, nel marasma della fame e della furbizia dei ragazzi di vita di pasoliniana memoria dei quali Aime fa l’elencatio, il somatotipo, fino ad enuclearne il fenotipo sociale.  È un occhio, quello dell’antropologo, che però non scade mai nella soggiacenza culturale a sua volta, bensì perpetra l’osservazione disincantata del mondo sottopostogli non intervenendo, restando in qualche modo a guardare l’evento “culturale”, la situazione, il gioco delle parti, nel momento in cui questi si manifestano. Come accade esemplarmente all’interno di un racconto su tutti, intitolato “Nella nostra cultura” (p. 144), in cui l’antropologo, l’uomo bianco, viene raggirato da alcuni individui che gli regalano paccottiglia cinese spacciandola per pezzi di vero artigianato locale, e colorendo ogni gesto con riferimenti ipotetici alla “loro cultura” solo per ottenere, infine, una donazione in denaro di una qualche entità.

È la presa in giro del doppio fondo etnoantropologico che enuncia in superficie una presunta perché autodichiarata “inferiorità” (quell’atteggiamento di attesa di una donazione in denaro che di fatto sottintende una vera e propria compravendita impari quanto al valore della merce all’oggetto); un’inferiorità di cui i “donatori” si fanno portatori volentieri, entrando nel loro ruolo supplice, e della quale la cultura del Sud del mondo, per bisogno o per abitudine furbesca, approfitta nelle occasioni in cui si trova davanti l’uomo bianco, detentore per definizione di una ricchezza economica che lo rende abbordabile e circuibile senza alcun rimorso.

Questo racconto esemplifica lo sfondo narratologico pasoliniano di cui è permeato l’intero libro, il quale si dipana proprio attraverso una continua discesa agli inferi da parte dell’uomo bianco, il vero diverso fra gli uguali che lo circondano in un mondo che egli studia, penetra, reduplica in superficie, ma che in fondo non gli appartiene, nell’irriducibilità di ogni punto cardinale altro all’altro da sé, nella monadica erranza, tipica dello sguardo antropologico, che individua il soggetto umano corde et anima, senza facili giustificazioni morali o materiali, semplicemente deoggettivizzandolo; non applicando, insomma, la fredda scienza quando ci sono di mezzo gli uomini, giacché l’antropologo è qui, anche e soprattutto, un essere umano che evita di guardare l’Africa attraverso lo sguardo binoculare e vitreo che solamente può consentire un microscopio.

  • Marco Aime, African Graffiti
  • Stampa Alternativa – Nuovi Equilibri, Eretica Speciale
  • 2012, pp. 245, euro 15,00