Juve Milan, qualche anno fa
Juve Milan, qualche anno fa

Di VLADIMIR DI PRIMA

Guidavo gli allievi regionali alla semifinale del campionato. Avessimo vinto ci sarebbe toccata la più forte del torneo come facilmente succede a chi arriva in fondo. Forti lo eravamo pure noi, Cristo di Dio, specie davanti con quei due figli di madre ingorda sulle ali che la mettevano dentro a stretto fraseggio. Due predestinati, uno tutto mancino, gambetta storta e testa alta, l’altro ambidestro, una freccia, un missile sparato a mille all’ora: non li avesse presi subito il Milan o la Juventus in A ci sarebbero finiti scherzando. Sicuro, sicuro.

Lungo la statale 114, sul pulmino grandi trasferte del signor Salvino Chianchitta, attraversammo il ponte Primo Sole. Il Simeto scorreva con impeto, larghe braccia d’acqua capitombolavano giù e mi chiedevo quanto fredda fosse l’acqua a quell’ora;  cadervi, precipitare, nuotare: per arrivare dove? Sennonché m’accorsi che la corrente non scendeva a mare, ma risaliva. Risaliva a ritroso verso l’interno, verso la montagna, richiamata all’origine da una forza insolita. Non ero esperto di fiumi, poteva anche essere un fenomeno stagionale, normalissimo si direbbe, persino gli orologi vanno indietro, perché non credere che l’acqua possa fare altrettanto, no?   

Poco prima di arrivare, il magazziniere mi fece notare che mancavano un paio di calzettoni.

–          Porco di diffi, e ora? Comu minchia ci lu facemu trasiri intra ‘a testa all’arbutru? ‘U rrigulamentu parra chiaru … –

–          Non ti ni curari Camillo, attruvamu ‘na merceria e aggiustamu ‘a cosa, ni sapemu sentiri? –

Quattro ore all’inizio della partita. La via centrale di Augusta,  una di quelle vie centrali che ogni paese siciliano fa vivere a mezzogiorno, formicolava di fruttivendoli, angurie e donne fresche e solari. Quanta bellezza custodita dentro quelle gonnelline di cotone, al passo scattante di fianchi giovani e occhiate ladre e ancora labbra assassine e labbra rosse.

Feci scendere la squadra.

–          Un’ora di libertà, poi ci rivediamo qui. Niente sala giochi e sigarette, mi raccomando. Santo e Carmelo voi venite con me, vi devo parlare della partita –

Erano i miei bastardi, come detto,quelli che mi avrebbero fatto vincere dopo dieci minuti, e io, dico io l’allenatore, li avrei dovuti caricare per bene, malgrado le carogne avessero già tutto scritto nei piedi cosa fare.

Mentre passeggiavamo sentimmo fischiare un gelataio, fiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, uno di quelli che da queste parti va in giro con l’ape motore riadattata a carrozzone.  

–          Figgh’i buttana, n’a pigghiamu ‘na granita? – 

–          Più brioche, mister! –

–          Ca n’a pigghiamu sì! ‘a mmancari ppi mmia? Senza ‘a brioche non è granita!-

Ci avviammo verso l’uomo di spalle finché lo stesso non si voltò.

–          Tu? Lei? – rimasi sbalordito.

–          Ci conosciamo? –

–          Ma lei, cioè tu, insomma tu…

–          Si?

–          Tu non sei Fiorello? –

–          Per dio! Ma ci conosciamo? – ripeté l’uomo.

–          Santo, Carmelo, bedda matri, taliate cu cc’è cca! –

I ragazzi si guardarono in faccia cercando di trovare nelle reciproche espressioni una ricordanza, anche un semplice indizio, ma non c’era niente, nulla che li riconducesse a quell’uomo: – E chi è?-

–          Come chi è? È il grande Fiorello, quello della televisione! –

–          Magari … – incalzò il gelataio sogghignando sotto un baffetto pettinato ad arte.

–          Ma cchi mminchia cunta Mister! Nino Fiorello voli diri, ma nun fa tilivisioni, canta canzuni napulitani. E ppoi chiddu c’havi ‘i capiddi ossigenati, ‘stu cristianu nun ci sumigghia ppi nnenti…

–          Appunto, lui non è quello che dite voi, lui è Rosario! –

–          Mizzica, sa anche il mio nome?! Ma ci conosciamo davvero allora?

–          RRosario, chi volunu sti’ cristiani? – disse un signore anziano seduto al posto di guida.

–          Niente Pa’, amici … –

E lì mi nacque un dubbio. Il più severo e scattante dubbio di quel momento: il Fiorello che conoscevo aveva perso il padre molti anni addietro quando il successo  stava ancora per lambirlo.  

–          Mi perdoni se insisto, ma lei è veramente Rosario Fiorello!? –

–          Bella questa! Carta d’identità? Ah, ho capito! Finanzieri … Pa’, sono colleghi tuoi , me la passi la licenza?-

–          No, no, un attimo, non sono della Guardia di Finanza – tentai di spiegare.

–          Senta, non ho tempo da perdere. Allora ragazzi, mandorla e … – disse rivolgendosi ai miei bastardi mentre con una paletta di alluminio spennellava la granita dentro un bicchierino di plastica.

–          Solo una cosa …

–          Sentiamo …  –

–          Lei, cioè tu, tu non hai due sorelle e un fratello? –

–          E come lo sa? Io non mi ricordo di lei …  -si insospettì l’uomo che credevo celebre.

Frattanto, senza che mi fosse dato a capire da dove arrivasse, giunse una donna. Capelli lisci sulle spalle, di quel leggero castano che il sole sembra penetrare illuminandolo, un paio d’occhiali con montatura nera e un fascio di registri e scartoffie sottobraccio.

–          Consigli di classe anche oggi? –

–          Fammi un doppio mandorla e pistacchio come sai tu, sono stanca morta a’ soru…  –

–          Ah Catena, ti cercavano … ‘stu cristianu ‘a sapi longa…–

–          Vero è? –

Santo e Carmelo intanto si cafollavano brioche e granita  e se ne fottevano a minchiachina di me.

–          Lei, lei è la scrittrice! Lo so: Catena Fiorello! Picciridda … –

–          Come fa a conoscere il mio romanzo? –

–          L’ho letto! –

–          Ma se non è mai stato pubblicato?! Ah, ho capito, lei è un editore! Sai Rosario, ho scritto diverse lettere alle case editrici raccontando di noi, ma non rispondevano mai … –

–          E per quale casa editrice lavora? – mi chiese il fratello.

Lì per lì, non sapendo cosa fingere o come fingere, mi inventai una parola pericolosissima: – “Mondadori!” –

–          Minchia Rosario, ti rendi conto? Mondadori! Questo mi è venuto a cercare, mi vuole pubblicare il libro! Vero che me lo vuole pubblicare? Mondadori, madunnuzza mia, mi manca l’aria, non ci posso pensare! Dobbiamo dirlo a mamma … –

Poi la donna estrasse un dattiloscritto dal fascio di fogli che teneva sottobraccio e aggiunse colma d’entusiasmo e tremante:- Questo è un altro romanzo; visto che nessuno mi rispondeva per il primo ho pensato di scriverne un altro – . E me lo mise in mano, forzandomelo, fra le mie mani forzate di cortesia, strappandomi una promessa, strappandomi una bugia. Sulla prima facciata, sotto il titolo il nome: Catena Fiorello, docente di lettere c/o la Scuola Media Statale Principe di Napoli, Augusta.

–          Lo scontrino RRosario, non ti scordare lo scontrino… –

–          Non ci faccia caso … sa, papà è un ex finanziere e ci tiene a queste cose. E’ preciso … –

Capii che stavo vivendo qualcosa di strano quando mi ricordai che nel borsone del magazziniere mancava un paio di calzettoni.

–          Scusate signori, ora dobbiamo proprio andare; sapete dove posso trovare una merceria? –

Risposero entrambi, quasi contemporaneamente, indicandomi un posto alla fine di quella strada, indicandomi il negozio della sorella.  

Dieci minuti, l’avevo detto. Turi Bigné scippa piedi e palla a centrocampo, lancia sulla fascia. Carmelo si inventa tre magie in un tacco, arriva sul fondo, incrocia le caviglie, la mette al centro, volo d’angelo di Santo, palla sul palo, rete. Qualcuno bestemmia in tribuna. Siamo in vantaggio.

Passano sette minuti. Punizione dal limite. Santo si avvicina alla palla; è un amante in vena di carezze e l’accarezza; la palla scavalca la barriera e bacia il sette penetrandolo come una lingua volante. Due a zero. Qualcuno bestemmia in tribuna.

Trentottesimo minuto. Carmelo, tunnel, finta sulla destra, doppio passo, il portiere esce, disperato, tocco di sotto, la palla lo scavalca, s’impenna, la palla si ferma in aria, qualcuno bestemmia in tribuna, rete. Tre a zero.

Ultimo minuto del primo tempo. Santo prende palla poco dietro il centrocampo. Decide che può farcela con un piede. Salta tutti, persino l’arbitro, quattro a zero. Andiamo negli spogliatoi.

–          È lei l’allenatore di questi ragazzi? –

–          Sì, con chi ho il piacere di parlare? –

–          Ferrinetti, sono il responsabile delle squadre giovanili della Juventus … –

–          Molto lieto! Posso esserle utile in qualche modo? –

–          Più che altro sono interessato a quei due fenomeni lì … –

–          Ve ne siete accorti, eh? – schiacciandogli l’occhio.

–          Ci vediamo alla fine della partita … –

Lo sapevo. Il talento viene fuori sempre. Qualcuno ti vede e se ne accorge. Ma ci pensate? Santo e Carmelo alla Juventus? I miei bastardi alla Juventus? Li avrei visti in televisione, in nazionale, alzare coppe e scudetti!

Comincia il secondo tempo. I due segnano ancora. Segnano di tacco, in rovesciata, al volo. Segnano alla maniera per loro facile e per tutti  impossibile, per tutti ma non per loro. Qualcuno però ha smesso di bestemmiare. I porci sono scesi in campo, Dio scrolla le spalle, si volta, si tappa le orecchie.  In quel preciso momento parte uno sparo. Due, tre spari. Santo cade a terra colpito alla schiena. Una voragine alla schiena. L’ambulanza, la disperata corsa in ospedale. Presto, presto, sta perdendo molto sangue!  Ce la farà? Può darsi. E come rimarrà? Di certo non potrà più giocare a pallone. E la Juventus? Seh, sta’ minchia …

Corro dietro alla barella. Corro e riconosco il portantino.

–          Le pare questo il momento di chiedere chi sono? Sì cazzo, volevo fare l’attore, va bene? E la vita mi ha messo qui a correre dietro alla morte … Ora si tolga dai coglioni … –

–          Giuseppe la prego, mi dica cosa è successo! Perché lei è qui, perché i suoi fratelli … Giuseppe, Giuseppe, risponda, Giuseppe … –

Mi addormentai in sala d’attesa al chiacchiericcio di madri grasse e ingolfate dalla calura di giugno. La bellezza in Sicilia dura fino a mezzogiorno, poi si trasforma in nostalgia e malessere.

–          Mister, ce l’ha con noi, vero? –

Svampito cominciai a riaprire gli occhi. Le sagome di Santo e Carmelo riaffioravano sulla superficie di un ricordo vacuo.  Il pulmino riattraversava il ponte sul Simeto, la squadra era muta, trafitta dal silenzio della sconfitta, e la corrente del fiume scorreva per il verso giusto.

–          Lo so Mister, ma erano troppo forti … –

–          Santo, ma tu? –

–          Si, mister? –

–          Fatti vedere … –

Il corpo gracile di quel ragazzino era perfettamente integro, carezzato dal sole del tramonto riluceva d’oro.  L’abbracciai. Li abbracciai entrambi.

–          Mister, oggi in tribuna c’era l’osservatore della Juventus; dicono che abbia preso due della squadra avversaria … –

–          E che v’importa! Cioè, v’importa? –

–          No ma … Pensa che riusciremo mai ad arrivare in serie A? –

–          Bella domanda. Credo che da qualche parte ci siate già … –  e pensai a Fiorello. E a sua sorella. E a suo fratello.  Che certe cose uno le vede, e le vive pure, caspita se le vive; che il problema sono solo le porte e quando uno le trova passa di qua e di là, attraversando tutte le infinite possibilità di sé e degli altri.

Poi dissi di nuovo ai miei bastardi: – La realtà e la verità non esistono, ma hanno dalla loro il fatto di essere necessarie – . Capirono? Non credo. Mi guardarono perplessi, sfuggendomi poco dopo con la spensieratezza tipica dei sedici anni, un telefonino in mano e l’idea di una compagnetta da spettinare la sera.  

 

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