Federica D’Amato, Poesie a Comitò, Noubs 2012

 

Federica D'Amato, Poesie a Comitò, Noubs 2012
Federica D’Amato, Poesie a Comitò, Noubs 2012

Di SONIA CAPOROSSI

Anche la retorica è un’etica per vivere l’esistenza

F. D’Amato, Pensando a Fadin il primo Settembre, p. 15 

Aprire la recensione a Poesie a Comitò di Federica D’Amato con questo verso è indicativo del senso complessivo della silloge che mi appresto ad analizzare, perché esso assurge quasi a suo motto araldico, a fenomenologia della temperie ideale e culturale di cui essa è permeata. Nelle poesie della giovane umanista abruzzese, infatti, compare molto spesso una sorta di meditazione metagenerazionale (si tratta di “poesie giovanili”, sottolinea nell’introduzione l’accorto Massimo Pamio) che si concentra sull’essenza stessa della poesia all’interno della precipua categoria – impostura del cosiddetto “post-moderno” (con trattino), spesso tirato in ballo dall’autrice in più punti come chiave di lettura e di scrittura (io non so con chi parlo / quando per te e con te riscrivo / il pensiero di essere un giorno / poeta […] Io non sarò che il lettore / a boccaperta stupefatto / dell’antica soggezione / l’ape stanca di succhiare, / lo scienziato saturo / inutilmente / di documentare / che al mondo un modo c’è di campare / senz’avere il bisogno di doverlo raccontare).

Eppure, quasi come antitesi dialettica, il postmoderno è solo un osservato, un’eco, laddove l’ammiccamento diffuso nella silloge sta tutto nel ricorrente doppio fondo mitologico evocativo d’altro. Questo altro tarda però ad arrivare all’appuntamento con la compiutezza metaforica e spesso, ma non sempre, si adagia su superfici vellutate di pretenziosità, in virtù della dispersione paradossale del significato proprio nell’autoevidenza del significante il quale, per ciò, non giunge quasi mai a dire altro da sé: si leggano in questo senso l’Ade e le Moire di Citiso, p. 18. Ma Citiso, attenzione, messo così in maiuscolo anche a p. 47, non è un nome di Donna se non come archetipo forzoso e neosemantico dell’autrice; il citiso è infatti una pianta, la “ginestra dei carbonai”, ecco il reale sema adombrato nel lessema, operazione di spostamento ultrasimbolico che ricorre spesso all’interno della raccolta, come nel caso della parola Comitò, la quale, fin dal titolo, fa cadere nell’inganno (il lettore poco avvezzo alla storiografia medievale dapprima lo scambia per un toponimo). Comitò, storicamente, è il nome di una delle sorelle di Teodora, la moglie prostituta di Giustiniano di cui parla Procopio, e, metastoricamente, racchiude al proprio interno il simbolo stesso di questo continuo rimando politestuale e gioco al richiamo di archetipi antropologico – culturali, nella tentazione mitologica ricorrente, nel nitore diafano di echeggiamenti alla lunga troppo ostentati e quindi, a tratti, decisamente stucchevoli (O tu bello e immensamente puro / Ettore sarai dalle accoglienti braccia, p. 45).

La poesia di Federica D’Amato appare spesso ricoperta di una coltre di fallace imagismo perché classicamente simbolista, e questo è un paradosso; basti leggere gli echi leopardiani che esplicitano l’archetipo concettuale del citiso / di Citiso a p. 19 per identificare quest’ansia di analogismo compulsivo che viene ammorbidito ogni volta da una patina di candore schiarente di tipo classico (io so che passerai ginestra amara, / col tuo bauletto di tristezza insostenibile / sciogliendoti irrisolta nel fitto d’una bara). Le migliori cose da leggere si trovano nelle poesie dal verso secco, potente, claustrofobico e preciso, nell’idiosincrasia della meditazione esistenziale e filosofica, come avviene in Agostino (Interrogando il vuoto / qualcosa cambierà / qualcuno arriverà / a prendermi le mani / a dire docilmente / tra l’effluvio dei versi / eternamente / noi siamo anteriori / nel fetore, p. 20). Altre volte, la patina classicheggiante di cui si diceva sopra appesantisce inutilmente il versificare, come nel caso di certi iperbati sgraziati proprio perché dotati per decisione a tavolino di una grazia artificiosa, laddove a volte si percepisce il lavorio di scuola che tarpa in taluni passaggi chiave la spontaneità di un flusso verbale in cui le belle immagini vorrebbero al contrario involarsi nell’accadimento eventuale della libertà (Pensavo / alle noci dei bauli, al fil di lana / che trafigge secolare il respiro della cruna, / a quelle che furono di Dio nodose le mani, p. 21).

In definitiva, la poesia di Federica D’Amato appare come un’indagine sull’aisthesis, dimensione priva di concettualità della poesia; e tuttavia, al colmo di una sorta di contorcimento logico, l’autrice la definisce altrimenti come esattamente il suo contrario (pensavo che senza sentimento, / volendo pensare senza pensiero, / senza sentimento l’anima è laureata, p. 41); eppure è proprio il sentire immediato in senso estetico – filosofico ciò che consente la visione privilegiata del poeta e che permette, con il Kant della Terza Critica, la possibilità d’esperienza in genere.

Dopo le prime tre sezioni della raccolta, intitolate Dove sei, Comitò?, Personae Separatae, Fermagli e composte da versi propriamente detti, segue una sezione di prose meditative di contenuto vario, che indagano a tratti l’essenza della poesia (intendo, studiare alcuni veri poeti, non stilisticamente (è un criterio troppo generico, ingannevole a volte), bensì il loro sicurissimo linguaggio materiale. Parole che sono cose, p. 60). La raccolta si chiude con delle Tentazioni Haikai di interesse morfologico: il plurale di haiku infatti è buono a sapersi.

  • Federica D’Amato, Poesie a Comitò
  • Edizioni Noubs  Babele
  • 2012, pp. 84, euro 10,00
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