Connie Palmen, Le leggi, Feltrinelli 1995

Connie Palmen
Connie Palmen

Di ANTONELLA PIERANGELI

“Non sto bene. Forse una volta ero una persona. Non me ne ricordo più. Si nasce già persona? Quando sei lì nella culla, prima che ti riempiano la testa con tutte le loro stupidaggini, sei già un essere autonomo? Quante stupidaggini. Le parole, le idee, i pareri degli altri, le loro leggi, la loro morale e la loro conoscenza mi hanno annebbiato. In realtà mi hanno violentato l’anima. E io ho lasciato che accadesse, l’ho provocato, mi sono data da fare da matti per attirarli. Me l’aveva predetto l’astrologo. Come mi chiamava? Una puttana platonica, o qualcosa del genere. Non so più neanche che cosa sia bene e che cosa male. Voglio guarire dai pensieri degli altri, dalla vita degli altri.”

Romanzo di formazione e al tempo stesso metafora dell’assoluta incomunicabilità della conoscenza, Le leggi, sorprendente opera prima di Connie Palmen, olandese, classe 1955, pubblicato in Olanda nel 1991 e successivamente in Italia nel 1995 da Feltrinelli nell’ottima traduzione di Daniela Vitale, racconta la vita di una giovane donna dal momento in cui decide che non è sufficiente sopravvivere per vivere, che esistono delle leggi, che il mondo per quanto folle, va interpretato, capito, attraversato con passo consapevole e con intelletto affilato. Sempre sospesa su  un precipizio esistenziale, come se camminasse da acrobata sul filo teso tra l’apparire e l’essere, l’autrice riesce a ricreare in una suggestiva e bruciante parabola moderna il rapporto drammatico tra letteratura e “mito”, tra narrazione e materiale grezzo dell’esperienza, in un sapente incastro narrativo di situazioni claustrofobiche, assurde eppure familiari, dove emerge l’insanabile conflitto tra Io narrante e linguaggio che tale materia aggrega ed esprime. Come si può intuire sin dalle prime pagine, nonostante le atmosfere contaminate di quotidianità, il taglio non certo epico, il linguaggio decisamente scarno al limite del minimalismo, non si tratta certo di un libro facile. A partire dal singolare itinerario della protagonista Maria, evidente specchio autobiografico dell’autrice, che decide all’improvviso di sbarazzarsi dell’inutile fardello di conoscenze accumulate nel corso della vita per darsi ad una personale ricognizione del mondo, alla penosa ricerca dei campi di tensione nei quali l’anima viene calpestata.

In queste vibranti pagine veniamo così a poco a poco a conoscenza, dalla viva voce della protagonista, della condizione di sonno dogmatico della propria coscienza e, nello stesso tempo, ci rendiamo conto che l’impossibile ricerca di unità tra sé e il mondo, tra uomo e universo, ha l’asciutto rigore di un supplizio, l’esatta scansione di un delirio. Si configura infatti, nell’estrema assenza di solennità rituale della pagina, l’itinerario drammatico di una donna le cui leggi sono già prestabilite da altri poteri – da altre “coscienziose mani”- e la cui rivolta coraggiosa viene “atrofizzata” da altri esseri umani, attraverso i simboli stessi della vita, della società, della stessa Storia. Un Potere immenso che schiaccia.

A poco vale l’apertura spontanea agli accadimenti, l’incontro con uomini, angelici oppure demoniaci, che le si fanno incontro in numero di sette, a scandire i capitoli del libro nel ruolo loro assegnato: l’astrologo, il filosofo, il prete, l’artista, l’epilettico, il fisico, lo psichiatra. Figure archetipiche e ancestrali, legate al mito di Proteo il cangiante, maestro della veloce arte di migrare da una forma all’altra, ma soprattutto figure catalizzatrici di armonie argomentative alle quali la protagonista rivolgerà domande aspettandosi risposte che aderiscano il più sottilmente possibile alla realtà, verità che facciano finalmente luce su ragioni umane calpestate da valori falsi ed effimeri. Il risultato di queste inquietanti contaminazioni sotto forma di interrogativi è quello, desolante, di trovarsi sola, in una sequenza da incubo, in una stanza di specchi in frantumi che rimandano all’infinito la sua immagine spezzata: un’immagine inafferrabile sul punto di sbriciolarsi al minimo tocco, come le domande puntualmente inevase dei suoi interlocutori, come la traumatica scoperta che “l’essenza delle cose non esiste…non senza il nostro intervento, in ogni caso”.

Eppure proprio dalla visione in negativo di un reale quale luogo simbolico dell’imperfezione potrebbe emergere l’obiettivo supremo, il progetto concreto e umano di “cominciare a scrivere, quando tutti gli altri movimenti dell’essere si fermano…”. Ancora una volta potrebbe essere, come afferma l’epilettico, la scrittura a salvare dalla deriva ma il proposito di convogliare le energie e le sinergie in un atto creativo e far coincidere il reale con l’irreale, è destinato a disperdersi in una sarabanda allegra e feroce d’incertezze. La realtà si sfalda insieme all’incapacità della protagonista di resecare i propri lacci, le proprie leggi “imposte da monolitici giganti”.

Così, in giornate affrescate di inutilità e rese piatte da un tempo saldamente ancorato al presente, dove tutto è “ora”, la delusione atroce di Maria affiora nelle parole rivolte all’uomo da sempre atteso, Lucas l’artista, un’ombra tra le tante vestite di nulla: “Veramente avevo immaginato l’eternità in un modo diverso…”.

  • Connie Palmen, Le leggi 
  • Feltrinelli I Canguri
  •  1995, pp.200, euro 10,33
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