Pussy Riot
Pussy Riot

Di SONIA CAPOROSSI

 

Vorrei esporre, in questo contesto, un’ulteriore riflessione sul linguaggio e sull’uso malsano che delle etichette concettuali si perpetra oggi, a mo’ di esemplificazione delle teorie precedentemente esposte nei miei articoli pubblicati su Critica Impura e su Fallacie Logiche circa i rischi filosofici e sociali del costruttivismo linguistico se applicato a campi non artistici, all’interno dei quali, invece (poesia, arte, letteratura, cinema et similia), il costruttivismo sta benissimo. Per sviluppare questi appunti, mi servirò di due esempi linguistici e concettuali concreti, uno generalmente pertinente ad una riflessione sul senso attuale della parola “borghesia”, l’altro legato ad un fatto di cronaca accaduto l’anno scorso e che molti di voi ricorderanno: l’affaire Pussy Riot.

Tuttavia, ritengo necessaria una piccolissima premessa d’obbligo: qualsiasi obiezione pro e contro dovrà essere resa scevra da pre-giudizi categoriali o ideologismi d’accatto, altrimenti, come c’è il concreto rischio che sia, e come è già successo in passato per altri miei scritti, l’articolo risulterà controverso per un difetto di comunicazione, e non perché, come a taluni farebbe comodo dire, uno dei due, o il mittente o il ricevente, proferisca idiozie, ma per il semplice motivo che non ci intendiamo, ovverossia, non tanto perché non condividiamo un orizzonte ermeneutico comune, quanto per il fatto che non ne comprendiamo l’assunto, se diverso dall’orizzonte ermeneutico che uno detiene in suo possesso, laddove se lo tenga stretto perché unica semiosfera rassicurante che conosca, senza cercare di immedesimarsi in un punto di vista altro, com’è lecito e bene fare ogni tanto anche e proprio per verificare o falsificare lo stato dell’opera del proprio. Ora, fatta questa doverosa premessa, possiamo partire dal primo esempio.

L’attenzione preliminare, quando adoperiamo il linguaggio, deve volgersi in direzione del rischio seguente. Nel panorama intellettuale odierno, persino nei discorsi della vita quotidiana, occorre porre attenzione ai modi in cui pronunciamo, contestualizziamo ed utilizziamo le parole del nostro linguaggio, onde evitare l’abuso e il logoramento del significato semantico sotteso alle parole stesse. Ad esempio, come risulta sempre più evidente dagli eventi storici coevi, abbiamo utilizzato la parola “borghesia” fino al limite estremo del logorio, fino al fatto che non ha più senso pronunciare la parola stessa. Proprio perché oggigiorno, come bagaglio di significati contenuti al proprio interno, essa fa riferimento anche al primo, al secondo e al quarto stato, per dirla in termini politici. O forse è divenuta più simile al terzo stato della Rivoluzione francese, con l’avvenuta dissipatio humani generis degli altri due, anzi, degli altri tre sul doppio piano storico e sociale.

Amici ed intellettuali di sinistra, occorre mettersi l’animo in pace o quantomeno attuare una riflessione seria e pacata sulla questione seguente: il fatto che la parola “borghesia” sia diventata, in breve, come la parola “sinistra” (in senso politico). È finita la sinistra perché sono finiti gli argomenti. Sono finiti gli argomenti perché i termini del dibattito si sono svuotati. I termini del dibattito si sono svuotati perché le parole hanno shiftato di senso. Le parole hanno shiftato di senso perché i concetti che vi si trovano alla base non hanno più un punto di riferimento denotativo, o meglio: hanno scambiato l’enunciato con la connotazione e, quindi, con la carica emotivo – affettiva ad essa sottesa.

Non vorrei dare l’impressione di essere una nichilista cioranista, ma questo è compiutamente il motivo per cui oggi, a me, sentir dire “borghesia” in termini veterocomunisti fa lo stesso effetto che a Nanni Moretti facevano termini massificati come “kitsch”, “trend”, eccetera: “Le parole, le parole sono importanti!”: e giù uno schiaffo a chi la pronuncia.

Epperò, di fatto, ci si prende a schiaffi da soli, perché quando chicchessia usa il termine “borghese” in senso dispregiativo all’interno di un discorso, a ben vedere, non fa che parlar male di se stesso; e ciò, nonostante non si sia ancora realizzata la condizione storica dell’onni-inclusività della borghesia, perché  le resistono ancora sparute frange asociali su scala globale: i nullatenenti, gli apolidi, le minoranze etniche nomadi, anarchici non di nome ma di fatto. Tuttavia, quando questa prefigurazione avrà luogo, quando borghesi davvero saremo tutti, anche i barboni per le strade (si badi bene che per i gruppi sociali zingari il processo di assimilazione borghese, pur nella contraddizione del persistente nomadismo, ha già cominciato ad attuarsi, come si evince dalle loro Porsche e dai conti bancari recentemente rilevati nelle indagini della Guardia di Finanza), ecco che si realizzerà compiutamente il motto di Wittgenstein: “se al mondo ci fosse una sola cosa, allora non ci sarebbe nessuna cosa”. Azzardiamo una profezia parafrasando i Maya: per quel giorno, la dissipatio humani generis prevista da Guido Morselli nel suo romanzo omonimo sarà davvero perfetta.

Diversi intellettuali dall’apparenza prometeica, molti francesi del Sessantotto e parecchi italiani, e badate bene, non soltanto di sinistra ma anche appartenenti all’area opposta, anche i fascisti insomma, non compresero illo tempore quanto ridicoli si sarebbero resi agli occhi dei posteri (di quelli più avveduti) con la loro ossessione per la parola “borghesia”, nonostante già all’epoca, come ad esempio dalla poetica pasoliniana delle borgate fagocitate dal benessere si evince chiaramente, si rendesse evidente ai loro stessi occhi quanto il discorso non fosse altro che surrettizio. E mi dispiace ancor più oggi, quando il veteroantiborghesismo si riapplica, paro paro, ad una condizione storica, sociale e culturale che non può lasciare in atto altro che un non sequitur. Proprio perché borghesi, culturalmente, siamo tutti. Proprio perché andiamo tutti appresso ai miti e ai riti del consumismo e dell’individualismo, e quando dico tutti intendo dire tutti, anche quelli che dicono di no, anche quelli che fanno finta di non farlo. E quando borghesi siamo tutti, con buona pace di Nichi Vendola, di Almirante e di Pasolini, non lo è nessuno. Non lo è nessuno perché, appunto, i termini di senso relativi al significato originario della parola si sono svuotati: in Wittgenstein, il linguaggio non è una cosa del mondo ma, si potrebbe aggiungere, sta lì, a dettarci i confini, confini che a forza di cozzare contro gli arieti dell’usura semantica si sgretolano in briciole; ed ecco che le parole, le parole, checché Moretti ne dica, oggigiorno non sono più importanti, se continuiamo ad usarle come diavolo ci pare, mentula canis.

Del resto, anche “piccolo borghese” è espressione a ben vedere priva di senso, se usata come è usata, perché ha un originario significato economico che viene surrettiziamente applicato a significati socioculturali. Pasolini, da borghese lucidamente consapevole quale era, nelle sue graffianti staffilate sapeva di non colpire altri che se stesso; anzi, lo ammetteva e ne faceva mezzo di degnissima krisis poetica.

Ma allora, su quale piano di realtà, che pure esiste, altrimenti, di fatto, non ci sarebbero punto, tali parole hanno diritto di uso nell’orizzonte linguistico ed estetico attuale? E già, perché in questo orizzonte sgretolato di senso, occorre andare alla ricerca della Ur-significanza delle singole parole, via via, di volta in volta, a tentoni, a passo di giaguaro (oh, il giaguaro di Bersani quale angusto destino semantico ha tragicomicamente avuto!), per potersi rendere conto, contemporaneamente, del loro fine e della loro fine.

Io, per rispondere alla domanda precedente, direi che non esistono l’alta, la piccola e la media borghesia se non in un mero senso economico – finanziario. Tutto il resto, tutti gli altri sensi che generano tutti gli altri contesti, rientra nel  mero costruzionismo. E qualsiasi richiamo alla borghesia illuminata settecentesca che possa essere effettuato non fa che confermare la mia idea: per abbattere primo e secondo stato, non bisognava far altro che conglobarli, proprio ciò che la borghesia illuminata fece. In questo stesso senso, nel corso del nostro dannatissimo Novecento politico, come si sa bene, la democrazia cristiana ha conglobato il fascismo. Quello vecchio e, pasolinianamente, quello nuovo. Ma quando, come per i borg, si è giunti all’assimilazione totale, non c’è più chi è fascista e chi no, chi è borghese e chi no: lo siamo tutti. Ed ogni resistenza è inutile, perché saremo assimilati.

Aberrazioni concettuali simili alla parola borghesia utilizzata al di fuori del proprio corretto e pertinente contesto d’uso hanno potuto avere luogo a causa del  mancato riconoscimento dell’attribuzione surrettizia del sema alle parole. Il Novecento, come si sa, è l’epoca del costruttivismo filosofico. Per questo si dice tutto di tutto, in tutti i sensi. Ma ripeto, a ben vedere è un cane che si morde la coda: perché dire tutto di tutto in ogni senso equivale a non dire niente. In nessun senso. Com’è ovvio nell’esemplare concettualizzazione del postmoderno, di cui magari un giorno tenterò di dire meglio [i].

Intanto, è ovvio che, in tempi di techne (ma anche questo concetto, da Heidegger alla Scuola di Francoforte a Severino ad Agamben, è divenuto un tantino ab-usato) si vede come sia necessario un recupero dell’istanza umanistica sul disumanesimo selvaggio di chi appunto dice ancora oggi “borghesia”. Il problema è che chi dice “borghesia”, attribuendo a questa parola sensi condivisi che esulano dai significati primigenii (che sono, ripeto, di tipo economico – finanziario), deve prima rendersi conto di agire costruttivisticamente e, dunque, proprio per ciò, di ricadere in pieno in quel disumanismo spersonificante e reificante dello stesso linguaggio poieticamente trattato che pure dice di voler rifiutare. Come dire che generando significati altri, ci si allontana dai sensi primigenii, ovvero, in qualche modo, e lo si dica impuramente ed anche un poco provocatoriamente, l’arricchimento dei significati concide con un depauperamento dei sensi, laddove i significati sono il livello superficiale a cui non viene più adeguato un sostrato, una base di Sinn in senso forte, con la scusa sempre più spesso addotta della base debole, contradictio in terminis giacché una base debole non si dà in natura, non resisterebbe due minuti senza crollare. Ma non è forse il pensiero debole di per sé un contraddittorio atto costruttivistico del linguaggio che anche solo per darsi o per dirsi deve essere forte quanto a Sinn e Bedeutung, altrimenti non potrebbe darsi o dirsi affatto?

Faremo ora un altro esempio concreto di costruttivismo linguistico tratto dalla ormai remota cronaca estiva dell’anno 2012, caduto un po’ nel dimenticatoio, come sempre accade, già dopo pochissimi giorni, nonostante i primi proclami e dichiarazioni pittoresche d’adesione: il caso Pussy Riot. Come alcuni forse non ricorderanno, le Pussy Riot sono un gruppo punk composto da Maria Alyokhina, Nadezhda Tolokonnikova e Yekaterina Samutsevich che è stato giudicato colpevole di teppismo fomentato da odio religioso e, per conseguenza, condannato dal tribunale di Mosca per aver cantato il famigerato brano contro Putin [ii]all’interno della cattedrale di Cristo salvatore, lo scorso 21 febbraio 2012.

Il processo nel frattempo è andato avanti ed ultimamente è anche tornato sui giornali; tuttavia vorrei porre qui l’attenzione sul primo verdetto del Presidente del tribunale Khamovniki il quale conteneva, fra le altre, le seguenti motivazioni alla condanna: “Le imputate erano consapevoli della natura offensiva delle loro azioni e del loro aspetto; la loro intenzione era attirare l’attenzione del pubblico con una vasta risonanza, offendendo non soltanto i dipendenti della cattedrale ma anche l’intera società”.

Sulle Pussy Riot Slavoj Žižek, sempre così pronto e disposto a dare un volto, un corpo e un concetto alla rivolta, ha scritto in un suo intervento sul tema: “Il loro messaggio è questo: LE IDEE CONTANO. Si tratta di artiste concettuali nel senso più nobile della parola: artisti che incarnano un’Idea” [iii]. Non sono d’accordo, in quanto a me questo sembra essere un altro esempio conclamato di attribuzione surrettizia di un sema ad una parola, e cercherò di esporre nel modo più chiaro possibile il perché.

L’affermazione di  Žižek, se posso profondermi in un giudizio netto e definito, a me sembra ricolma di un sessantottismo di ritorno, colorato di adolescenzismo da sindrome di Peter Pan. Basterebbe infatti riconsiderare le parole di Žižek pensando al fatto che la foto della pussyna col pugno alzato circolata in rete per mesi ha immediatamente indotto Playboy a pensare per lei un ingaggio. E questo sottintende che le ragazze, non dico in denaro ma anche solo in visibilità, abbiano comunque tratto un qualche utile al fondo di tutta la vicenda pur rimanendo per mesi e mesi all’interno delle fetide carceri russe, certo. L’obiezione che gli spontanei difensori del momento potrebbero addurre è la seguente: sì, ma tale utile è arrivato essendo loro volenti o nolenti. La risposta potrebbe essere la seguente: se venisse loro chiesto esplicitamente, potrebbero secondo voi a cuor leggero ammettere in senso utilitaristico una qualche volontà? Ciononostante, Žižek  le definisce “artiste”, ignorando del tutto la buona fede estetica e teoretica del detto wildiano: “tutta l’arte è perfettamente inutile”. E l’arte inutile deve esserlo, perché il suo statuto estetico consiste proprio nell’autonomia dall’utile e dal concetto. È proprio ciò che distingue l’arte dall’artigianato, non c’è molto altro da dire: si dà il caso che le cose stiano così. E se le cose stanno così, si rende evidente un fatto del linguaggio: che è proprio il contesto d’uso linguistico e di significanza in cui certuni inquadrano la cosa ad essere travisato!

Per questo Žižek nell’articolo ha preso una cantonata. Una canzone di protesta pertiene al campo della praxis, dunque inutile, a rigore, non è. Pertanto, le Pussy Riot non rientrano nel campo artistico, neanche in quell’ibrido che si vuole chiamare arte concettuale; bensì, al massimo, appartengono al campo politico e a quella strumentalizzazione ideologica del mezzo artistico che genera la cosiddetta pseudoarte da cui oggigiorno siamo circondati. La confusione inopinata tra i due piani fa sì che su questo argomento ci si sia scannati fra intellettuali e perpetue ovunque, su facebook, in rete, al bar.

Perché la gente dice “condannate a due anni per una canzone”? Non ha senso pronunciare questa frase, in quanto non si tratta propriamente di una canzone se non nell’aspetto esteriore, è infatti un proclama politico. Ora, shiftando il giusto senso e inquadrando l’evento nel giusto contesto, notiamo che il loro arresto e conseguente processo sono certamente gravissimi dal punto di vista democratico, giacché ognuno dovrebbe avere il diritto di libera espressione tranne il caso in cui quest’ultima sottintenda l’uso della violenza e della prevaricazione.

Epperò, per come è espressa, quella frase invece è un non senso. È gravissima dal punto di vista logico. Che poi le Pussy Riot passino per musiciste, è gravissimo dal punto di vista estetico. Ma questo è un altro discorso. Che poi noi passiamo per snob pseudointellettuali ogni volta che vogliamo fare il punto su questioni come queste, per cercare di tornare a quel senso delle cose che la manipolazione mediatica ci sembra voler far smarrire apposta, evidenziando quanto vittime siamo del costruttivismo linguistico e come questo sia in realtà il sistema di potere (in senso foucaultiano!) in cui restiamo ingabbiati quotidianamente, nel nostro contesto linguistico d’uso, perché non ci consente di esercitare l’autodeterminazione circa le nostre presunte libere opinioni, è gravissimo dal punto di vista umano. Siccome snob, nel senso di radical chic, è chi lo dice e manco se ne rende conto. Ma anche questo è un altro discorso.

 


[i] Per quanto riguarda una critica del linguaggio filosofico, del costruttivismo linguistico e dell’uso aberrante che si fa delle parole, per ora, rimando al mio articolo precedentemente pubblicato su Critica Impura e inserito nella rassegna stampa di Labont: https://criticaimpura.wordpress.com/2012/01/05/la-crisi-del-linguaggio-filosofico-nella-seconda-modernita-una-riflessione-dal-sottosuolo/

[ii] “[…] Spazzatura, spazzatura, spazzatura del Signore. Spazzatura, spazzatura, spazzatura del Signore. / Madre di Dio, Vergine, diventa femminista. Diventa femminista, diventa femminista. / Inni in chiesa per leader marci, una crociata di nere limousine. / Il prete viene oggi nella tua scuola. Vai in classe, portagli il denaro. / Il Patriarca crede in Putin. Quel cane dovrebbe piuttosto credere in Dio./ La cintura della Vergine Maria non impedisce le manifestazioni. / La Vergine Maria e’ con noi manifestanti./ Madre di Dio, Vergine, caccia via Putin. Caccia via Putin! caccia via Putin!”

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