Anna Proclemer in Georg Sand, regia di Giorgio Albertazzi, 1981
Anna Proclemer in George Sand, regia di Giorgio Albertazzi, 1981

Di ANTONELLA PIERANGELI

In una delle tante notti d’insonnia della mia vita, quando ancora possedevo un televisore e a volte vagavo randagia con il sonar- telecomando alla ricerca di oppiacei palinsesti, mi capitò d’imbattermi in George Sand.  Andine Aurore Luile Dupin, più tardi baronessa Dudevant, era interpretata con ironia, leggerezza, mostruosa bravura da Anna Proclemer. Lo sceneggiato, così si chiamavano allora quelle stupende elargizioni che celesti artigiani del cinema e del teatro concedevano alla televisione quando questa ancora non conteneva letame e tronisti, andava in programmazione in notturna, quasi sepolto dalla notte. Ebbene in quella tomba degli ascolti che era la seconda serata, la Proclemer, diretta da Giorgio Albertazzi, troneggiava come una dea, in pantaloni maschili, pipa d’ordinanza e orologio da gilet.

Il caso volle che tra le mie letture ossessive di quel periodo di assoluta fascinazione emozionale che è il liceo, ci fosse appunto Alfred De Musset, l’amante giovanissimo di George, con le sue Confessioni di un figlio del secolo e che la malinconia struggente e assoluta di Chopin, l’altro suo amore distruttivo, accompagnasse le mie giornate, come una ferita sempre aperta. Non potevo quasi credere allora di avere davanti ai miei occhi, incarnata nella folgorazione di un sorriso bellissimo incastonato in una cascata di ricci neri, l’anello di congiunzione dei miei “inseparabili” di quel momento: Anna/George che rideva, scriveva, soffriva, amava, baciava uomini e donne con la grazia di un uragano e, soprattutto, aveva la voce più  intensa e affascinante che avessi mai udito. Da allora Anna Proclemer, è sempre stata per me, quel sorriso e quella voce,  quella risata avvolgente e quelle disperazioni mature e incancellabili: avrei infatti imparato a riconoscere perfino la sua voce fra mille altre voci, associata a volti iconici e stupendi cui sapeva sempre però dare l’anima della sua umanità e di quella sua sensibilità assoluta e forte (tra tutte Anne Bancroft in Anna dei miracoli del 1962, che poi la stessa Proclemer interpreterà superbamente nel 1968, e Greta Garbo nei ridoppiaggi degli anni Cinquanta di Grand Hotel e Anna Karenina).

Fu così che, da adolescente che detestava il teatro, cominciai a rincorrere Anna, a leggere le sue interviste, a seguire la sua fiamma e la traccia della sua arte, sempre cercando un dialogo con l’opera che, attraverso di lei, mi arrivava all’anima. Il teatro e la sua trascinante affabulazione tracciarono dunque, per sempre, da quella buia notte d’insonnia e soprattutto grazie all’arte di Anna Proclemer, un percorso importantissimo di conoscenza nella mia vita: il suo nome e l’unicità della sua straordinaria bravura infatti, soprattutto oggi che è scomparsa a 89 anni, dopo una vita intera di passione e di talento immenso, lasciando un buco nero nella cultura italiana, costituiscono per me le ultime perle rare di quella grande macchina scava-anime che è il vero Teatro.

La sua vocazione indistruttibile la sorregge infatti nella prima parte della sua carriera, quando mostra subito un talento naturale, straordinariamente duttile, mai affettato o costruito sul “birignao” di tante attrici inventate e aridissime. Tale ricchezza espressiva viene poi affinata dalla Proclemer con l’umiltà dello studio sempre ricercato come un balsamo dell’Ego,  con l’esperienza, esaltata dal lungo sodalizio di arte e di vita con Giorgio Albertazzi, e in seguito rafforzata incrociando forza istrionica, intelligenza interpretativa ed una cultura assolutamente non comune fra gli attori. Ricordava in un’intervista che, fin da piccola, aveva sentito una grande spinta a recitare, a mostrarsi, a rappresentare un suo mondo interiore, tanto che bimba di sei anni entrava in chiesa per la messa, come se facesse un’entrata in scena. Grande donna e grande diva dunque, ma mai arrogante, mai preda di attoriali deliri auto celebrativi, sempre ironica e sorprendentemente semplice.  Trasferitasi a Roma nell’adolescenza (il suo apprendistato si svolge durante gli anni di guerra ed il primissimo dopoguerra) al suo debutto, nel 1942 in Nostra Dea di Massimo Bontempelli, mostra già una padronanza totale della sua sensibilità di attrice. Da quel momento in poi l’ascesa, le maggiori compagnie del tempo, il Teatro delle Arti di Anton Giulio Bragaglia, la compagnia dell’Istituto del dramma italiano, la compagnia Pagnani-Cervi e quella di Renzo Ricci. Ad un certo punto la sua carriera si impenna con Vittorio Gassman e Luigi Squarzina al Teatro d’Arte e, ancora, al Piccolo Teatro di Milano diretta da Giorgio Strehler. 

Nel 1946 la Proclemer si sposa con lo scrittore Vitaliano Brancati, che scrive per lei La governante, vietato dalla censura per l’esplicita tematica omosessuale su cui era incentrato. L’amore però non resiste alle reciproche scalpitanti personalità  e, nonostante la nascita della figlia Antonia, poco prima della morte di lui, nel 1954, i due si separano. Di quell’amore resta però un libro, Lettere da un matrimonio, dove Anna, dialogando a distanza con il coltissimo marito, mostra una scrittura sorprendente, un fraseggio e una prosa dal timbro smagliante. Al cinema la Proclemer interpreta film con registi importanti ma, nel mondo della maschera dietro una macchina da presa, una leonessa della presa diretta emozionale come lei non riesce a diventare mai una vera protagonista: il suo luogo naturale, la sua pelle, la sua capacità di espressione sono solo il teatro.  

Ad un certo punto però, al fianco di Albertazzi che dal 1956 e per vent’anni sarà il suo alter ego e il suo grande amore e sodale, debutta in quella che sarà la sua prima apparizione televisiva, ne L’idiota di Dostoevskij del 1959, cui faranno seguito molte altre, soprattutto in riduzioni di spettacoli teatrali. Intanto il suo repertorio cresce con la sua bravura e non ha limiti in teatro: testi di Pirandello, George Bernard Shaw, Lillian Hellman e D’Annunzio. La rottura sentimentale con Albertazzi crea però in Anna un’incrinatura anche nella sua complessa personalità artistica. Ci sarà un periodo buio, “senza tinta” come ebbe a dichiarare sempre caustica con se stessa, che tuttavia verrà superato splendidamente anni dopo quando, tornando insieme in palcoscenico, già ottantenni, nel Diario privato (la riduzione di Settore privato, una parte del fluviale Journal di Paul Léautaud), i due attori sono in scena per parlare solo di sesso, usando i termini più espliciti e crudi per ragionarne in tutte le varianti e in tutti gli attributi, recitando per la prima volta guidati dalla regia di Luca Ronconi.

L’ultima straziante apparizione cinematografica di Anna è del 2012, nel film di Ferzan Ozpetek Magnifica presenza: interpreta infatti l’attrice cinica e malvagia che per arrivismo e invidia denuncia la sua compagnia teatrale, che collaborava con la Resistenza, alla polizia fascista, facendoli arrestare e uccidere. Ozpetek le lascia carta bianca nella caratterizzazione del personaggio e la Proclemer per evidenziarne l’anima nera, nella scena chiave di tutto il film, fa schiacciare alla ormai vecchia attrice, sopravvissuta al proprio abominevole misfatto con una vita di normalità apparente e autoimposta in cui sembra soltanto una donna in là con gli anni, un’ innocua coccinella, arrivata per caso sul suo tavolo, con violenza improvvisa e a mani nude. Nessun dialogo sarebbe stato tanto efficace e illuminante nel complesso telaio della narrazione: solo la faccia di Anna mentre compie quest’ultima nefandezza, rimane l’ultimo monumento alla genialità della sua forza espressiva.

Grande artista Anna Proclemer e la sua morte un grande dolore.

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