Roman Jakobson, direttrice metaforica e direttrice metonimica del linguaggio

Roman Jakobson
Roman Jakobson

Di ALESSANDRO SICILIANO

Nel saggio Due aspetti del linguaggio e due tipi di afasia Jakobson afferma che “l’atto linguistico implica la selezione di certe entità linguistiche e la loro combinazione in unità linguistiche maggiormente complesse” [1].  Per parlare in modo comprensibile l’individuo deve scegliere le parole, o meglio i significanti adatti ad esprimere il suo pensiero e combinarli in modo sintatticamente corretto. “Ma il parlante non è in alcun modo un attore completamente libero nella scelta delle parole: la sua scelta (ad eccezione dei rari casi di autentico neologismo) deve essere fatta nell’ambito del patrimonio lessicale che egli stesso ed il destinatario del messaggio possiedono”.[2]

Il codice linguistico impone anche delle limitazioni sulle possibili combinazioni, sia tra fonemi per formare parole sia tra parole per formare frasi e via dicendo. Così Jakobson può dire che “la concorrenza di entità simultanee e la concatenazione di entità successive sono i due modi secondo i quali noi, soggetti parlanti, combiniamo gli elementi costitutivi del linguaggio”. [3]

Già De Saussure aveva messo in luce che i rapporti e le differenze tra i segni si articolano in due parti distinte dell’attività linguistica: i rapporti sintagmatici, propri dell’asse della combinazione, secondo i quali il valore di ogni singolo segno è stabilito dalla relazione con il segno che lo precede e/o lo segue e formati dalla successione lineare delle parole nella loro effettiva disposizione; i rapporti paradigmatici, propri dell’asse della selezione, secondo i quali tutti i suoni che possono comparire in un medesimo contesto intrattengono tra loro rapporti di tipo associativo. Questi ultimi sono definiti rapporti in absentia perché se abbiamo un elemento nel messaggio, gli altri elementi in rapporto associativo al primo sono automaticamente esclusi; i rapporti sintagmatici sono invece definiti in praesentia perché gli elementi sono tutti presenti nel messaggio.

In altre parole, ogni segno linguistico (fonemi, parole, frasi, ecc.) comporta due modalità di realizzazione, due direttrici semantiche: 1) una direttrice fondata sulla selezione tra termini alternativi e, quindi, sulla sostituzione per somiglianza di certe entità linguistiche e 2) una direttrice basata sulla loro combinazione in unità maggiormente complesse, dato che ogni segno è composto di segni costitutivi e, a sua volta, si combina con altri segni.

La prima direttrice è definita da Jakobson metaforica, mentre la seconda direttrice è detta metonimica, con riferimento alle due figure retoriche che rappresentano i poli fra cui un fenomeno di parola può oscillare. Queste due operazioni forniscono due diversi riferimenti per interpretare il segno linguistico: 1) un riferimento al codice nel caso della selezione, esterno al messaggio e 2) un riferimento al contesto nel caso della combinazione, interno al messaggio: “Una data unità significativa può essere sostituita con altri segni più espliciti appartenenti allo stesso codice; in tal modo viene rivelato il suo significato generale, mentre il senso contestuale è determinato dalla sua connessione con altri segni all’interno della stessa sequenza.”[4]

Questo duplice carattere del linguaggio, per Jakobson, è osservabile nella clinica delle alterazioni del linguaggio. Esisterebbero due classi principali di afasia, a seconda che il deficit riguardi la selezione e la sostituzione, con integrità delle capacità di combinare i segni fra loro e formare contesti, oppure la combinazione e la contestualizzazione, con relativa conservazione delle operazioni di selezione e sostituzione. Negli afasici del primo tipo, con deficit di selezione, sarebbe compromessa in particolare la capacità di denominare. Questi pazienti non riescono a pronunciare su richiesta dell’esaminatore parole che normalmente possono pronunciare in una frase spontanea, con l’aiuto del contesto interno alla frase stessa: “Se è presente uno dei segni sinonimici (come per es. la parola ‘scapolo’ o il fatto di indicare la matita), l’altro segno (come il gruppo ‘uomo non sposato’ o la parola ‘matita’) diviene ridondante e quindi superfluo. Per l’afasico i due segni si trovano in una distribuzione complementare: se uno è stato usato dall’esaminatore, il paziente eviterà il suo sinonimo; la sua reazione tipica sarà: ‘Capisco tutto’ oppure ‘Lo so già’.” [5]

Questi pazienti non possono effettuare una sostituzione fra un segno linguistico ed un suo sinonimo da selezionare nel codice. La capacità di parlare ed utilizzare qualsiasi termine è praticamente intatta in un discorso con dei referenti, con un contesto. “L’espressione ‘piove’ non può essere realizzata a meno che il soggetto non veda che piove realmente […] Richiesto di ripetere la parola ‘no’, un malato di Head rispose: ‘No, non so come farlo’.”[6]

Delle due figure caratteristiche del linguaggio, qui sembra particolarmente compromessa la metafora. L’afasico con disturbo della selezione non riesce a stabilire un’equivalenza semantica fra due segni e quindi l’operazione ‘questo sta per questo altro’, caratteristica della metafora, non può essere compiuta. La comunicazione è tutta spostata sul lato della metonimia, figura retorica basata sulla contiguità: “Un segno (per esempio ‘forchetta’) che ricorre di solito per un altro segno (per esempio ‘coltello’) può essere usato invece di questo. Gruppi di parole come ‘coltello e forchetta’, ‘lume da tavolo’, ‘fumare una pipa’, hanno dato origine alle metonimie ‘forchetta’, ‘tavolo’, ‘fumo’; la relazione fra l’uso di un oggetto (pane abbrustolito) e i mezzi per produrlo dà origine alla metonimia ‘mangiare’ invece di ‘gratella’.” [7]

La relazione di identità fra segni è inesistente, quella di contiguità integra. Il contrario vale per le afasie del secondo gruppo, dove ad essere intaccata è la capacità di strutturare un contesto interno al discorso, definite da Jakobson disturbi della contiguità. Le regole sintattiche per organizzare le parole in frasi sono perdute, così che la frase degenera in un mucchio di parole.  La definizione di agrammatismo sta ad indicare che le prime parole a sparire in questo tipo di afasie sono quelle con funzioni puramente grammaticali, come le congiunzioni, i pronomi, le preposizioni. “Meno una parola dipende grammaticalmente dal contesto, più forte è la sua persistenza nel discorso degli afasici nei quali è colpita la funzione di contiguità e più rapidamente viene eliminata dai malati che soffrono di un disturbo della similarità.” [8]

In questi pazienti è evidente un tipo di comunicazione più sul versante della similitudine e della metafora, anche se sarebbe scorretto in questo caso parlare di metafora vera e propria, poiché “in contrasto con le metafore retoriche e poetiche, non [si riscontra] nessuna deliberata trasposizione di significato”. [9]

Per Jakobson le afasie, seppur numerose e diverse, oscillano tutte tra questi due tipi antitetici. La metafora sarebbe deficitaria nei disturbi della similarità, la metonimia in quelli della contiguità. La discussione sulle afasie è servita all’autore per evidenziare questo bipolarismo linguistico, dato che in questi disturbi la differenza fra le due modalità di comunicazione è più marcata rispetto al normale. Per la metafora c’è alla base un processo di selezione e sostituzione di sensi secondo l’asse della similarità e per la metonimia c’è una combinazione, giustapposizione e coordinazione di sensi secondo l’asse della contiguità. 

Un altro campo in cui si può vedere bene l’oscillazione è quello dell’arte. Mentre la corrente romantica e quella simbolista corrisponderebbero al primato del processo metaforico, lo stile letterario realistico vedrebbe il predominio della metonimia. Ancora: “un esempio significativo tratto dalla storia della pittura è costituito dall’orientamento evidentemente metonimico del cubismo che trasforma l’oggetto in una serie di sineddochi; i pittori surrealisti hanno reagito con una concezione chiaramente metaforica”. [10]

Sappiamo che De Saussure identificava il valore di un elemento della lingua solo in maniera differenziale (non naturale), tramite il rapporto con gli altri termini del sistema che permettono la sua identificazione per opposizione. L’avanzamento che Jakobson compie rispetto a questa prima teorizzazione consiste nel trasformare la relazione di opposizione in relazione di rinvio. Tanto nella metafora quanto nella metonimia si tratterebbe di un’operazione di rinvio da un significante ad un altro e un altro ancora, ad ottenere una catena di significanti, “anelli la cui collana si sigilla nell’anello di un’altra collana fatta di anelli”. [11]

Un significante non può essere definito che da un altro significante che lo determina a posteriori. È questa la legge della catena significante. Il significante S1 come tale non significa nulla, idem per il significante S2, ma a seguito del rinvio dall’uno all’altro e dalla concomitante operazione retroattiva scaturisce un effetto di significazione. [12]

C’è un ulteriore esempio che Jakobson utilizza per mettere in luce la natura metaforica e metonimica del linguaggio, un esempio che attrae l’attenzione di Lacan: “Così in uno studio sulla struttura dei sogni, il problema fondamentale è quello di sapere se i simboli e le sequenze temporali utilizzate sono fondati sulla contiguità (‘spostamento’ metonimico e ‘condensazione’ sineddochica di Freud) o sulla similarità (‘identificazione’ e ‘simbolismo’ di Freud). [13]In queste poche righe Jakobson azzarda un collegamento a solo titolo di esempio. Lacan, dal suo canto, ci costruirà su un’intera teoria condensata nella formula: “l’inconscio è strutturato come un linguaggio […] tramato, catenato, tessuto di linguaggio”. [14] e “nell’analisi del sogno, infatti, Freud non intende dare altro che le leggi dell’inconscio nella loro più generale estensione”. [15]  In una prima fase del suo insegnamento, Lacan si è limitato a pretendere dalla scienza linguistica la posizione primordiale del significante e del significato in quanto ordini distinti e separati da una barriera resistente alla significazione. In un secondo momento c’è un avanzamento, uno sviluppo teorico: dal mero parallelismo, Lacan intende passare ad “uno studio esatto dei legami propri del significante e dell’ampiezza della loro funzione nella genesi del significato”[16], cioè del modo in cui i rapporti fra un significante ed un altro generano effetti di significato.

Ecco allora che si individuano due distinti tipi di rapporto fra un significante e un altro, metafora e metonimia, che sono causa di due effetti diversi di significazione: la metafora produce significazione rilasciata mentre la metonimia produce significazione trattenuta. “La parte per il tutto” è la formula della metonimia, “una parola per un’altra” quella della metafora. [17]  Quando Freud ne L’interpretazione dei sogni [18] descrive le leggi del lavoro onirico, quello che compie è effettivamente una sistematizzazione linguistica dell’inconscio, pur non tirando esplicitamente in ballo la linguistica moderna, che sarebbe stata conosciuta più tardi. Alla condensazione freudiana, Lacan fa corrispondere la metafora, in qualità di struttura di sovrapposizione dei significanti, mentre allo spostamento, operazione di viraggio della significazione, la metonimia.

Quali sono le conseguenze di questa equiparazione tra il lavoro onirico e le sue leggi ed il discorso normale? Perché entrambi sembrano essere regolati da leggi simili? Viene in aiuto una frasetta nelle prime pagine de L’istanza della lettera:  “ […] è tutta la struttura del linguaggio che l’esperienza psicoanalitica scopre nell’inconscio”. [19]

Il supporto teorico per applicare lo strutturalismo linguistico all’inconscio freudiano, Lacan lo eredita da Claude Lévi-Strauss, antropologo strutturalista che negli anni ’50 introduce nell’ambiente culturale francese un dibattito fra antropologia e psicoanalisi. Lévi-Strauss tenterà di individuare le relazioni elementari alla base delle strutture sociali e di capire quali relazioni esistono fra queste strutture e l’inconscio, inteso anch’esso come una struttura. Di questo parleremo nel prossimo articolo.


[1] Jakobson R., Due aspetti del linguaggio e due tipi di afasia (1956), in Saggi di linguistica generale (1963), a cura di Heilmann L., Feltrinelli, Milano 2012, p. 24, corsivo mio.

[2] Ibidem.

[3] Ivi, p. 25.

[4] Ivi, p. 28.

[5] Ivi, p. 31.

[6] Ivi, pp. 29-32

[7] Ivi, p. 35.

[8] Ivi, p. 36.

[9] Ivi, p. 37.

[10] Ivi, p. 42.

[11] Lacan J., L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud, cit., p. 496.

[12] Ivi, pp. 495-496.

[13] Jakobson R., Due aspetti del linguaggio e due tipi di afasia, cit., p. 44.

[14] Lacan J., Il seminario. Libro III. Le psicosi. 1955-1956, a cura di Contri G.B., Einaudi, Torino 2010, p. 140.

[15] Lacan J., L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud, cit., p. 509.

[16] Ivi, p. 492.

[17] Ivi, pp. 500-502.

[18] Freud S., L’interpretazione dei sogni (1899), in Opere (1976-1980), a cura di Musatti C., 12 voll., Bollati Boringhieri, Torino 2002, vol. 3.

[19] Lacan J., L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud, cit., p. 489.

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