Thomas Bernhard o della caustica visione: la scrittura al vetriolo che seppellirà il mondo

Thomas Bernhard
Thomas Bernhard

Di ANTONELLA PIERANGELI

Es ist alles lächerlich, wenn man an den Tod denkt

(Ogni cosa è ridicola, se paragonata alla morte)

Noi ci costringiamo a non percepire il nostro abisso. Eppure, per tutta la vita, non facciamo altro che guardare giù, al nostro abisso fisico e psichico, pur senza percepirlo. 

Thomas Bernhard, Perturbamento, Adelphi, Milano, 2002

Per combattere l’insensatezza, alzarsi dal letto, lavorare e pensare immersi in nient’altro che nell’insensatezza. […] Svegliarsi, cominciare il lavoro e continuarlo fino allo sfinimento, finché gli occhi non possono e non vogliono più vedere, smettere, spegnere la luce, cadere in balìa degli incubi, consegnarsi ad essi come a una cerimonia senza pari. E il mattino dopo far di nuovo la stessa cosa, con la massima precisione, con la massima concentrazione, fingendo che tutto ciò abbia un significato.

Thomas Bernhard, Il freddo. Una segregazione, Adelphi, Milano, 1991

Aspro, misantropo, pessimista. Un solitario arroccato sulle montagne, metaforiche e non. Austriaco ma nato in Olanda. Capace di odiare a tal punto il proprio paese da proibire dopo la sua morte, avvenuta per tubercolosi nel 1989, la pubblicazione in Austria dei suoi romanzi e la rappresentazione dei suoi drammi. Il più scostante degli scrittori di lingua tedesca. Al tempo stesso, ne sa qualcosa la povera Gerda Maleta, per quasi vent’anni compagna di viaggio e di taverne, autrice di un bellissimo libro di ricordi a lui dedicato (le sue note del viaggio con Bernhard, mai tradotte in Italia, edite da Bibliothek der Provinz, sono uscite in Austria nel ’92 col titolo Seteais – Tage mit Thomas Bernhard), un uomo alto e dinoccolato con una passione sfrenata per le scarpe – ne possedeva più di cento paia – pronto a inseguire il sole, patito del Mediterraneo e delle notti senza umidità in cui si può dire quasi tutto “senza correre il rischio di morire dal ridere”.

Thomas Bernhard e l’incomunicabilità della scrittura: fino a qualche tempo fa messo all’indice perché difficile, maldigerito per i suoi chilometrici monologhi, giudicato, con le sue prospettive oscure e semanticamente suicide, ponderoso e insostenibile (io stessa di recente rileggendo il suo Soccombente, in un afoso giorno di agosto, sono stata colta da malore) si è sempre salvato dalla soccombenza. Ma chi è Thomas Bernhard veramente? Un simbolo della cultura impegnata per palati speciali e, mi si consenta, un poco snob? Un grande scrittore allo stesso livello di Kafka o Beckett o semplicemente l’epigono di certi titanismi del Romanticismo, cioè un efficace, talentuoso, crudele scienziato della negatività cui solo il suicidio sembra soluzione accettabile da opporre agli orrori del mondo? In realtà la risposta è sicuramente un’altra: senza cadere nell’autobiografismo compiaciuto o nell’ovvietà, Bernhard, che scrive innanzitutto sempre se stesso, sia per la scena che per la pagina, ha nel suo luogo mentale  un elemento di forza sicura. Scrive infatti “per avversione” e, armato di un fraseggio che, livoroso, si aggrega e si sgretola nell’invettiva, egli trova nella scrittura quello che definisce “un piacere che si unisce al fastidio”.

Tutto allora si compie nell’ottica caustica e beffarda della narrazione: la sua avversione per le due città austriache in cui trascorse la giovinezza, salvo fuggirne poi esasperato; la Vienna dei grandi palazzi, la Salisburgo aristocratica, vescovile, musicale ma anche oppressa da un hinterland senza identità che ne sconfessa la folata artistica. Scrive dell’Austria di destra, arrampicata su rocce inverdite dai boschi di conifere dove s’annida la protervia ariana, consapevole o inconscia, che genera oscure infermità, passioni sconce, follia. Scrive del fragore dei torrenti che scendono a valle, i rifugi inviolabili, i castelli in disuso, le casupole, le fumose osterie. Lui ostinato abitatore di un eremo montano, scrive dei rapporti perversi che le famiglie chiuse in se stesse partoriscono e crescono fra le vette. Tutto alla luce di una lingua ricercata, impeccabile, segnata dalla ripetizione ossessiva, la Ricorrenza, scelta come elemento caratterizzante e metronomo delle lucide ossessioni e dello humour che di Bernhard sono un tratto distintivo e allucinato;  come dice Emilio Garroni – in Un esempio di interpretazione testuale: “Korrectur” di Thomas Bernhard, in L’arte e l’altro dall’arte, Laterza, 2003-   “ a proposito di Bernhard Ricorrenza, dunque, non è solo “ripetizione materiale”, che potrebbe anche essere accorto mascheramento testuale del vero tema, è piuttosto capacità della ricorrenza di far risaltare in un’interpretazione una ossessione letteraria”.

Se è vero infatti che le sue maledizioni nei confronti dell’Austria conservatrice e borghese, sorda alla stessa bellezza rivoluzionaria dei propri talenti, da Mozart a Schubert, sono tazze di puro veleno, se è vero che mette in campo dei personaggi tremendi, impegnati a coniugare i verbi della disgregazione tanto cari a Bernhard, lo spirito generale di quella sua tremenda scrittura spesso si risolve, al contrario, in una rarefatta, ironica, comicità.

Il famoso ghigno di Bernhard, crasso e tagliente, in un certo senso motiva le contraddizioni: da una parte monaco intransigente, rabbioso oppositore delle patrie istituzioni (dichiarò fra l’altro nel 1984: “In Austria ci sono più nazisti oggi che nel ’38: il cancelliere è uno speculatore di Borsa, il primo ministro un bugiardo, i socialisti i becchini dello Stato”), dall’altra ridanciano compagno di Gerda alla quale, durante i suoi viaggi al Sud, regalava bei vestiti e lunghe partite a carte.

Monolito a due facce insomma. E’ proprio questa sua ambivalenza a tinte forti, rivestita dalla parola scelta e resa tragica, che offre alla letteratura l’arma fortemente ambigua del pessimismo divertente: un passepartout che il Novecento non può non cogliere al volo, per esprimere, a bocca digrignata, il proprio disagio e la propria disperazione.

Cosi parlò Thomas: I critici? Una muta di bestie. Gli scrittori? Opportunisti da pollaio

I personaggi dei suoi libri sono senza speranza, anche se Thomas Bernhard non aveva niente a che vedere con loro, se così fosse stato, si sarebbe dovuto uccidere cento volte: “Dovrei essere un prodigio di perversità, dalle 5 del mattino alle 10 di sera”. Aveva fatto questa dichiarazione a Werner Wogerbauer, una mattina di luglio del 1986, seduto al caffè Braunerhof di Vienna, in una giornata in cui dichiarava di essere ben disposto perché “aveva sorriso”. Negando poi immediatamente di star rilasciando un’intervista (pubblicata dopo la sua morte, dal mensile Leggere, agosto-settembre 1989; ne concedeva poche, infatti), spiegò che quando si vuole trasformare in intervista una semplice conversazione, ogni cosa diventa immonda: “Si parla del tempo, si schiaffa tutto dentro un frullatore, si preme il pulsante a turno e ne esce un’infame sbobba puzzolente”.

Alcuni giorni prima di morire confessò che aveva sempre desiderato suicidarsi, poiché non l’aveva fatto “la vita doveva valere di più di qualsiasi altra cosa”.

Il mondo, affermava, è popolato di imbecilli. Nessuno s’impegna e tutto deperisce e muore se non si utilizza: “Siccome la gente si serve solo della propria bocca, non del proprio cervello, ha strozza e mascelle ipertrofiche, ma nel suo cervello non c’è niente”.

L’umanità è sempre vissuta con delle idee stupide in testa “e la stupidità è inguaribile”. Bernhard aggiungeva poi che i farabutti sono più numerosi delle persone decenti, poi “ognuno fa solo quello che può tornargli utile e gli permette di restare a galla. Così almeno crede”.

Gli editori che conosceva, denunciò a Wogerbauer, erano “degli strapazza manoscritti” e i critici “delle marionette volgari e rozze… Una muta di bestie dannose”.

Non amava neanche gli scrittori “quasi tutti degli opportunisti, si buttano indifferentemente a destra e a sinistra, uno sfrutta la propria malattia, un altro si agita per la pace ma in fondo è un tipo ignobile e stupido”. Una malattia è sempre un capitale, sottolineava e “ogni malattia superata è sempre un affare d’oro. Soltanto non bisogna specularci sopra, altrimenti un giorno puoi fare cilecca”.

I suoi testi avevano il senso della musica “perché scrivere prosa ha sempre un rapporto con la musicalità” ma rifiutava di indagare sui contenuti “Non devi mai pensare al tragitto percorso, altrimenti non arriverai mai a qualcosa d’interessante”. E non seguiva il destino dei suoi libri, tantomeno all’estero: “Una traduzione non ha nulla a che fare con l’originale”.

Affermò che l’Austria non riconosceva alcun valore alla letteratura, perciò gli austriaci lo leggevano meno che in altri Paesi: “In Austria si fa del cabaret con tutto ciò che è serio e così lo si svuota del suo potenziale pericoloso”. Tendeva alla perfezione Bernhard, come disse ancora a Wogerbauer, perché il fascino di ogni arte è “la capacità di suonare sempre meglio lo strumento che si è scelto”. Anche se tutto finisce al cimitero: “Qualunque cosa si faccia, la morte porta via tutto”.

Così parlò Bernhard, l’obscure.

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5 pensieri riguardo “Thomas Bernhard o della caustica visione: la scrittura al vetriolo che seppellirà il mondo

  1. E’ la prima volta che provo a scrivere un commento ad un articolo da blog. Lascio da parte la mia famosa timidezza anche virtuale perché l’amicizia che ci lega è tale da farmi sentire adeguatamente assistita in questo passo. Ma soprattutto mi scomodo perché ancora una volta la tua scrittura, questo atto inesplicabile e cristallino allo stesso tempo, di unione esatta tra il modo e il detto, mi lascia sgomenta.Ti conosco abbastanza da capire quanto Bernhardt possa essere congeniale al tuo gusto sottile e alla tua intelligenza critica, ma qui la tua scrittura travalica il seppur raffinatissimo servizio di portare una mente (dello scrittore in questione) a un’altra (di noi che leggiamo te). No, qui è ben altro, la tua mediazione è di per sé un fiore di magnifica bellezza e, lasciamelo dire, inesorabile. Grazie.
    Daniela Gliozzi

  2. Scoprii Bernhard con un certo ritardo rispetto ad altri autori che mi hanno “segnato”, ma poi divorai le sue opere l’una dopo l’altra, avvinto dalla sua prosa (o almeno dalla traduzione della stessa) magmatica, avvincente, avviluppante. Il tuo articolo rende onore alla sua grandezza. Complimenti.
    Antonio 🙂

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