Meth Sambiase, I quaderni dell'agnizione,  Associazione LucaniArt, 2013
Meth Sambiase, I quaderni dell’agnizione, Associazione LucaniArt, 2013

Di LORENZO MARI

A grande distanza dal primo post che ho dedicato, in forma embrionale, a quelle che si possono chiamare “questioni di famiglia” nella storia culturale e letteraria italiana contemporanea, propongo qui la nota introduttiva, intitolata “Fianco a fianco”, che ho scritto per la plaquette poetica di Meth Sambiase, “I quaderni dell’agnizione” (Associazione Lucaniart, collana ‘Scritture clandestine’, 2013). Le contraddizioni che questo mio testo inevitabilmente suscita sono amplificate e rese, per quanto possibile, vive dai due testi di Meth Sambiase che seguono, alla fine della nota.

1. Uno stato di autentica orfanezza non può essere spontaneo. Non si decide, non s’improvvisa sulla carta: non è una condizione lirica, o neo-lirica; non è nemmeno una condizione, o una pre-condizione, della scrittura di ricerca. È, costantemente, altro.

2. La tradizione – ciò che ne resta – nasce dall’infittirsi delle relazioni di famigliarità tra i testi. L’appartenenza ad una stessa famiglia, in fondo, rende riconoscibili, immettendo in un albero genealogico. Nei casi meno significativi, diventa marchio di fabbrica, liberando, in ultima istanza, il testo-merce dalle difficoltà dello scontro, del conflitto. L’autore orfano, l’autrice orfana, conosce tutto questo, ma, in ultima istanza, ne prescinde.

3. Rivendicare la propria orfanezza, in ogni caso, non vuol dire non avere né padri né madri. Non significa, peggio ancora, ricusarli. Significa conoscere i meccanismi della tradizione, ma rifiutarsi di scrivere in funzione della sua Grande Macchina. Vuol dire rifiutare di asservirsi, di assecondare, di andare dove porta la Grande Corrente della Storia. Il che è un falso: è una corrente che non fluisce affatto, non porta in alcun posto. [Forse – è stato detto – arriverà il momento in cui il filo si spezzerà, arriverà il momento della deflagrazione. Jetzt-zeit, o qualcosa d’altro. Ma, nella crisi più piena, è un momento che deve ancora arrivare. Così come la fame – la fame non solo materiale.]

4. Nella postfazione all’antologia La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta, Giuliano Ladolfi scrive di una “generazione senza padri”. È vero, ma di una verità parziale. [Intanto, ciò non riguarda soltanto una “generazione”, termine convenzionale, e molto labile. Riguarda molta scrittura poetica “contemporanea”. Ed è così che due labilità diverse si incontrano, fuori dagli schemi delle tradizioni e dei canoni. E può essere che sia stato sempre così, al fondo dell’esperienza di chi scrive: né la “ene razionalità” ne la “contemporaneità” sono decisive – ma resistono, opache, nell’esercizio della critica, se non anche della scrittura.]

5. La verità parziale espressa da Ladolfi si può forse completare così: è una “generazione” senza padri, ma, allo stesso tempo, è anche una “generazione” che ha troppi padri. Padrini, spesso, e della peggior specie.

6. Lo stesso si potrebbe dire, forse, di madri e madrine, ma lo squilibrio di potere tra padri e madri, in fondo, rimane.

7. Senza padri, troppi padri. Tra il troppo e il nulla, tra il troppo pieno e il troppo vuoto, resiste la carta del residuo, dello scarto – la carta dell’orfano.

8. Il peggiore danno che si può fare a un residuo, a uno scarto, è farne iperbole. Accade questo alla tradizione: anch’essa oggi emerge da un residuo, o da uno scarto, ma vuol farsi comunque fossile, o monumento. Ma:

9. È più precisamente nello scarto dell’orfanezza che si può tornare ad elaborare in modo autentico il rapporto con il padre, con la madre. Non è la ricerca di un’autenticità biografica, o psico-storica: è un’autenticità di costruzione, di poiesis, che si contrappone alla filiazione, all’imitazione e all’epigonismo, al falso di latta. Scrivere verità – attraverso tutte le falsità possibili – di contro al mondo.

10. In questa rivolta, che mira a dire la verità – per mezzo di tutte le falsità possibili – di contro al mondo, gli orfani hanno ancora una possibilità, che è quella di essere fratelli, sorelle. Oppure, senza troppa retorica, tornare a militare. Senz’alcuna volontà di uccidere il padre, o rinnegare la madre. Senz’alcuna volontà di vederli scomparire, rimpicciolire, come già essi tendono a fare.

11. Orfani, tornare a militare. Fianco a fianco.

Lorenzo Mari

*** 

*

Per dire ogni verità

non si ama né più si odia

al rovescio, ogni nota che penetra nella memoria è rimpianto

incorporeo errore di vita scoperto e messo ignudo

in una barella da lutto.

– ogni femmina ha la sua mezzanotte –.

 

L’arrivo del mio vecchio basso padre

s’intonava al primo buio, modesto

coi suoi tasti e la disciplina del pentagramma

musica ne viene per chi ne vuole fare

e l’arte di ascoltare i riverberi lenti

che si rivelano nelle sillabe mute

orecchie, braccia tese, sfioriti abbracci, santità del ricordo

– musica ne viene per chi ne vuole fare –

 

Venite e ascoltate:

mio padre

si guardava sempre le mani

le metteva su quelle della figlia

– dammele, voglio sentirle ancora –

“so’ stato sfurtunato”,

lacrimava,

ma non era vero,

saltavano le pulci sul grasso

di tutto l’amore che gli colava addosso.

 

*

 

Te li ho portati i fiori d’inverno

li ho incrociati con il cromo dei colori vivi

alla sagra delle lacrime orfane

discendenti

da quelle note che suonavi

come curling su un piano di ghiaccio,

acciaio morto

incrostato da cutine di ricordi

dove il padre

non ha mai smesso di essere l’amato.

Meth Sambiase

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