Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli: Critica Impura, Blog e libro. Un’intervista di Giovanni Agnoloni su La Poesia E Lo Spirito

Sonia Caporossi, Antonella Pierangeli, Un anno di Critica Impura, Web - Press Edizioni Digitali, Milano, Gennaio 2013
Sonia Caporossi, Antonella Pierangeli, Un anno di Critica Impura, Web – Press Edizioni Digitali, Milano, Gennaio 2013

Intervista di GIOVANNI AGNOLONI *

Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, fondatrici del blog Critica Impura, hanno trasformato parte dei contenuti della loro esperienza di Rete in un e-book edito da Web Press EdizioniUn anno di Critica Impura (gennaio 2011-gennaio 2012)In questa intervista illustrano contenuti e risonanze del loro lavoro.

G.A.: Il vostro blog è un’esperienza di critica e conoscenza. Adesso che èdiventato un libro, vede esplicarsi appieno la sua vocazione, che è quella dell’apertura, della contaminazione e dell’uscire dagli schemi. La vocazione, appunto, dell’”impurità”. Da che cosa nasce tutto questo?

Antonella Pierangeli: Critica Impura nasce essenzialmente come rivolta di critica e di conoscenza, oltre che come vera e propria vocazione a quella che ormai è diventata la nostra caratura estetica, l’impurezza. Nelle nostre intenzioni di “rivoltosi”, ricordiamo ciò che Maurice Blanchot nel giugno del ’36 dichiarò suAcèfale: “È tempo di abbandonare il mondo dei civili e la sua luce. È troppo tardi per fare il ragionevole e l’istruito, poiché ciò ha condotto a una vita senza attrattive […]. È necessario rifiutare la noia e vivere solamente di ciò che affascina”. Il nostro desiderio di rivolta contro “il ragionevole e l’istruito” ci ha indotto con urgenza a sviluppare un discorso critico intorno alla scrittura che, con il passare del tempo, ha richiesto una sempre maggiore attenzione al significato di questa meravigliosa avventura della mente e al senso del suo agire attraverso la parola. Scrivere è certamente una tremenda responsabilità e, ne siamo convinte, la letteratura ci trattiene in quel moto che è di illusione e di appartenenza e obbedisce alla necessità di distruggere per rinnovare. La parola, che della letteratura costituisce la granatura, è disagio, guerra, distruzione, rinnovamento. La critica impura è dunque, in primo luogo, estrema attenzione, sensibilità aguzza, monologo ossessivo con il testo, luogo d’elezione dove il farsi letterario è corpo di parola, dove la scrittura non enuncia ma crea e rigenera, il nascosto, perturbante antipensiero che si annida tra gli interstizi della pagina, in quelle pieghe di senso e fonemi, i cui rilievi sono a loro volta pieni di corridoi, porte, camere, luoghi senza luogo, soglie che attirano. I nostri testi sono infatti attraversati da tensioni cariche di sovrasignificati che interrompono ogni possibile continuità discorsiva e orientano la nostra esperienza verso una circumnavigazione permanente del “globale” inteso come realtà effettuale del circostante. In secondo luogo, tutto ciò che avviene su Critica Impura sembra trovarsi in un’altra dimensione rispetto alla norma dei lit-blog che circolano in rete, quasi in un “fuori” che la stessa scrittura si incarica di accentuare attraverso il dispiegamento di un arsenale di scelte tematiche, e quindi stilistiche, talmente eterogeneo e vorticante da rendere manifesto il conflitto imperante tra realtà e linguaggio, certificando ininterrottamente la dimensione costituente della parola. In ultima istanza, Critica Impura, adottando la negazione dell’ovvietà non soltanto come un procedimento per identificarsi e distinguersi ma anche per impegnarsi, come una sorta di entità onnipresente con cui dialogare soprattutto nella galassia della Rete, a non “produrre” ma “essere dentro” alla stessa materialità del reale, propone l’impurezza come caratterizzazione della propria esperienza critica, offrendo testi che travalicando i generi si trasformano in una verità insopportabile: nella frustrazione dell’asservimento critico alla logica del mercato editoriale risultante dalla perdita dell’autonomia dell’arte e della critica, noi troviamo le forze per affrontare l’oblio e assimilarlo alla nostra esistenza attraverso l’esercizio dell’alterità e della negazione, unite alla “verità” che emana dalla scrittura. Intorno a questa operazione di cuore e di passione si apre un vasto territorio di riflessione dal quale, forse, è possibile pensare con uno sguardo diverso quale sia la dimensione dell’ermeneusi, dell’esercizio dell’intelligenza e della nostra critica globale e, attraverso la ricerca di qualcuno con cui essenzialmente comunicare, condividere e collocarci, come dice il grande impuro Klossowski “nella comunità carnale dei miei simili” perché “qualsiasi impressione e qualsiasi emozione che facciano parte solo del mio mondo sono una parte troppo pesante per riuscire a sostenerla completamente da solo”.

G. A.: Leggere è ancor oggi un fondamentale atto di coscienza. In un mondosempre più “slabbrato” e privo di senso, leggere può ancora “salvare”?

Sonia Caporossi: Di più: leggere è l’unica istanza salvifica che l’uomo può concedersi nella realtà contemporanea franta e scissa, così oppressa dalla convinzione costruttivistica estrema secondo cui, lungi dal considerare le teorie e i concetti in base all’uso che ne se fa, come la buona prassi del costruttivismo wittgensteiniano suggerisce, al contrario si fonda la realtà stessa sul verum ma il verum non sul factum, bensì sull’iperteoria ad essa sottesa, ovvero su un altro verum iperteorico, che si fonda a sua volta su un altro verum in quanto iperteoria, la quale a sua volta è fondata su un altro verum e così via, in unregressus ad infinitum che fa sfuggire in continuazione la verità e allontana in un’illusione ottica cinematografica in puro stile Vertigo non dico la realtà, ma la stessa aspirazione, che rimane così perpetuamente insoddisfatta, ad essa. Questo atteggiamento non libera l’uomo, al contrario lo opprime costringendolo nelle secche castranti di un nichilismo sempre più esacerbato, laddove invece di riconoscere come operante in un circolo vizioso di verità coercitiva il vetusto meccanismo dell’assiomatica aristotelica, in base a cui la verità può essere solo descritta, mai scoperta, si scambia per scienza e certezza questa costruzione, questa pura e semplice “inventio” a regola d’arte, e su di essa si fondano presuntivamente intere semiosfere pseudoculturali che vengono spacciate per scoperte e per sistemi aperti, ma che in realtà non sono altro che assiomaticissimi sistemi chiusi, la cui esclusiva novità, ahimè, pertiene solo al nome, spesso altisonante e propagandistico, con il quale vengono identificati e resi noti, cioè pubblicizzati e propagandati come memi. Di più, i costruttivisti integralisti non si rendono conto che tutto ciò, lungi dal non avere un fondamento trascendente, ne possiede diversi, e non riescono ad intravedere minimamente la possibilità di un fondamento immanente alle cose, a cui rivolgersi come luogo provvisorio d’indagine e punto di partenza autonomamente deciso. Per negare il fondamento trascendente, ne reduplicano milioni in una sorta di frantumazione prismatica della realtà in forma di mille piani, solo “detti” immanenti, in realtà trascendenti essi stessi in quanto sfondi, ripiani, tavolati di verificazione e falsificazione in cui il concetto stesso di verità e falsità perde di valore perché, semplicemente, in questa condizione di pensiero, vero e falso potrebbe essere tutto o niente. Ecco, la Critica Impura è un atteggiamento che combatte dall’interno questa e qualsiasi altra forma di impostura culturale e filosofica, in nome del “rendere finalmente ragione delle cose”. L’atto di coscienza fondamentale e fondante, è proprio il caso di dirlo, è quello del leggere in senso lato. Tutto si può leggere: un’opera d’arte e di letteratura, un’azione, una costruzione concettuale, un’ideologia, un sentimento, un problema, una posizione. La lettura come istinto primordiale all’ermeneusi scevra da condizionamenti è alla base dell’onestà intellettuale del critico impuro, che non tenta di svincolarsi da un appiglio al reale, anzi lo ricerca, lo persegue incessantemente come atto impuro d’interpretazione del textus, di qualsiasi textus, perché di testi, volenti o nolenti, siamo circondati e permeati noi stessi. Allora il ritorno critico al leggere, all’interpretazione del testo, ci sembra l’unica maniera per penetrare a fondo la sostanza delle cose e per non creare incessanti sovrastrutture fini a se stesse, labili e svanenti come acquerelli annacquati e castelli di sabbia sospinti dall’ondata successiva. Ci sembra, insomma, l’unica maniera per sfuggire al costruttivismo estremistico in base al quale, se tutto è vero, niente è vero e viceversa; l’unica via per trovare, detto in breve, un senso comune estetico cooperante alle cose, che consenta ogni forma di comunicazione e, quindi, di scambio fra gli esseri umani. Per prevenire comprensibili obiezioni, occorre inoltre specificare che la stessa definizione di “critica impura” non è un neologismo costruttivistico con cui si voglia spacciare per nuovo e originale un atteggiamento critico vecchio come il mondo; il termine “impuro” è preesistente, di ascendenza pasoliniana, e le convinzioni teoriche e pratiche su cui fondiamo il nostro lavoro non hanno nessuna sostanziale novità: consistono, al contrario, in un appello a tornare a monte, in un ritorno, rivoluzionario, paradossalmente ma neanche poi tanto, proprio perché fondato su una tradizione critica ormai moribonda poiché non fa più comodo […]

Per continuare a leggere l’intervista su La Poesia E Lo Spirito clicca qui: SONIA CAPOROSSI E ANTONELLA PIERANGELI: “CRITICA IMPURA”, BLOG E LIBRO.

* Intervista di Giovanni Agnoloni a Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, pubblicata lo scorso 13 marzo su La Poesia E Lo Spirito.

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