Luci e ombre nell’insegnamento delle materie umanistiche: una riflessione e un’ipotesi di ricerca

Vincenzo Foppa, Fanciullo che legge Cicerone (1464), Wallace Collection, Londra
Vincenzo Foppa, Fanciullo che legge Cicerone (1464), Wallace Collection, Londra

Di LORENZA BONINU

Sono un’insegnante di lettere, come tanti altri: laureata in letteratura greca, docente ormai da trent’anni nei licei, momentaneamente prestata alla ricerca. Ho  sospeso il mio lavoro in classe per frequentare un dottorato in Sociologia.  Motivazioni? Il desiderio di comprendere cosa mi stesse accadendo, cosa stesse accadendo a quelli come me:  ma soprattutto di capire se, per caso, ci fosse una possibilità di salvaguardare la nostra funzione e le nostre motivazioni originali, sia pure adattandole ai cambiamenti disordinati e contraddittori che  la scuola italiana sta attraversando in questa fase confusa o se, al contrario, il nostro destino fosse ormai quello di rassegnarci ad un ruolo subalterno e, in ultima analisi, inutile e inefficace.

Sono partita da poche domande, quasi imbarazzanti nella loro (apparente) semplicità.  Che cosa insegnare? Perché insegnarlo? Soprattutto, quello che si insegna mantiene ancora oggi un senso intellegibile (nella duplice accezione di “significato” e di “direzione”)? Eppure, per quanto possano sembrare banali,  si tratta degli interrogativi che sempre più spesso mi capita di pormi nella mia quotidiana esperienza in classe: e so che non sono la sola. Addirittura ho l’impressione che proprio i docenti più giovani e più qualificati (fra SSIS, dottorati, master e quant’altro) siano quelli che più ansiosamente si mettono in discussione. Diciamo che noialtri professori di lettere (ma anche di storia, filosofia etc )  giochiamo da molti anni in difesa.  Non passa giorno che non dobbiamo giustificarci (con i nostri alunni,  con le loro famiglie, con i colleghi e, più in generale, con un sentire diffuso che quasi quasi ci contagia) davanti all’ accusa di “inutilità” rivolto al sapere cosiddetto “umanistico” – specialmente, ma non soltanto,  quando si incardini sullo studio di lingue “morte”- comunemente contrapposto alla cultura scientifica e tecnica,  considerata più attuale e produttiva, anche da un punto di vista, diciamo così, pragmatico. Troverà lavoro più facilmente un ingegnere o un filologo? Alla domanda è fin troppo semplice rispondere.

A questo proposito vorrei sgombrare subito il campo da un possibile equivoco. Centrale nella mia ricerca non è tanto rivendicare il valore, il significato o l’attualità della cultura umanistica rispetto agli odierni trionfi della scienza e della tecnologia: non si tratta di stabilire se le “due culture” siano più o meno compatibili, quali siano i loro possibili intrecci, e se sia prevedibile o auspicabile un riscatto della formazione umanistica rispetto all’utilità socialmente riconosciuta ed economicamente appetibile di studi d’altro tipo. Su tutto questo si fa fin troppa retorica e non c’è bisogno di convincere chi è già convinto di una tesi o di un’altra.  Si tratta, piuttosto, di prendere atto di un mutamento in parte già avvenuto (sono pochissimi i paesi europei nei quali si prevede uno spazio per le lingue e la cultura classiche nei curricoli obbligatori, mentre alla letteratura in genere si riserva comunque un ruolo via via sempre più marginale), in parte in fase di evidente accelerazione: e su questa base,  chiedersi con quali strumenti e quale consapevolezza i docenti delle discipline “incriminate” reagiscano alla situazione.

Si tratta di una questione a mio avviso non sufficientemente indagata. Non solo manca una riflessione organica (e, vorrei aggiungere, politicamente onesta) sulla relazione fra le trasformazioni in atto del sistema educativo e il modello di società che si vorrebbe promuovere; ma nemmeno ci si interroga a sufficienza sul ruolo che nel processo di cambiamento gioca il vissuto (ovvero la percezione di sé,  e, alternativamente, il fatto di sentirsi riconosciuti o disprezzati,  la frustrazione o la rivendicazione quasi donchisciottesca di una sorta di “missione impossibile” che i tempi comunque imporrebbero, etc.) degli insegnanti: raramente o mai ascoltati, a volte considerati quasi “eroi”, a volte pregiudizialmente accusati di incompetenza e pigrizia, di conservatorismo o di approssimazione.

Ecco il motivo del questionario/intervista che, utilizzando il mio blog (Contaminazioni.info) e la mia pagina facebook (Il laboratorio di Contaminazioni), sto proponendo all’attenzione dei colleghi (comunque con l’intenzione di allargare l’indagine coinvolgendo in un secondo momento anche gli studenti e i docenti di altre discipline) qualunque sia l’ordine di scuola nel quale in questo momento stiano prestando servizio. 

Esiste un gruppo di professionisti,  numericamente significativo,  culturalmente attrezzato, abituato a condividere e ad apprezzare una precisa gerarchia di conoscenze e formato per eseguire determinati compiti educativi con alcune specifiche finalità, al quale adesso si fa intendere in vario modo di essere non più adeguato, di essere uscito (o comunque di essere in procinto di uscire) “dal mercato”, se non sarà capace rapidamente di “riqualificare” le proprie competenze didattiche, pedagogiche, disciplinari secondo criteri molto spesso del tutto eterogenei rispetto alle proprie motivazioni di partenza e ai principi che avevano spinto a scegliere la carriera di insegnante, più specificatamente di insegnante “umanista”.

Analizzare le motivazioni e le conseguenze non strettamente individuali ma sociali del disagio inevitabile che questa situazione comporta mi è apparso un compito degno di qualche interesse, capace di gettare una luce diversa su alcune fra le dinamiche più profonde e meno conosciute della nostra scuola.

Per chi volesse partecipare alla mia indagine attualmente in corso, il questionario “Luci e ombre nell’insegnamento delle materie umanistiche” potrà essere reperito ai seguenti link. La scadenza è il 31 marzo.

Grazie a tutti coloro che interverranno compilando il modulo.

Clicca qui per accedere al Questionario Online direttamente.

Clicca qui per accedere al Questionario Online tramite Contaminazioni.info.

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9 pensieri riguardo “Luci e ombre nell’insegnamento delle materie umanistiche: una riflessione e un’ipotesi di ricerca

  1. Insegno Lettere allo scientifico eppure, negli anni, ho potuto constatare che sempre più ragazzi apprezzano le materie umanistiche. Tra gli ex allievi, ce ne sono molti che hanno scelto o Lettere o Filosofia. Alcuni mi hanno sorpreso moltissimo altri meno. Il fatto è che nella città in cui vivo e insegno (Udine) c’è un solo liceo classico e ha la fama di essere una scuola molto rigida in cui spesso i ragazzi sono demotivati da un atteggiamento di chiusura dei docenti rispetto al loro mondo (non si può fare sport, non si può uscire con gli amici, non c’è tempo da perdere, si deve solo studiare, studiare, studiare …).
    Io sono fermamente convinta che, al di là del fatto inconfutabile che le nostre materie siano considerate “inutili”, la cosa più importante sia non cosa s’insegna ma come lo si fa. Non è facile inventarsi qualcosa di diverso di anno in anno, per stuzzicare la curiosità e sollecitare l’attenzione dei ragazzi. Non è facile soprattutto insegnando Letteratura Italiana o Latino. Però bisogna almeno provarci.
    Proprio ieri ho ricevuto una e-mail da una ex allieva di quinta che mi ha detto, pur essendo molto più portata per le materie scientifiche, di pensare con nostalgia alle mie lezioni di latino. E sono molti quelli che incontro per strada che mi dicono di non aver dimenticato la passione che ci mettevo nel parlare di Seneca o Cicerone o di Leopardi. Una piccola soddisfazione che fa sentire meno inutile me, se non le mie materie.

  2. (Commento non richiesto) – Le riflessioni rimangono accademiche se non si allargano alla struttura economica, e alle sue funzionalità tra cui quelle in odore di dismissione. La Cultura che vira in una direzione a scapito di altre, privilegiando la componente scientifica su quella umanistica, secondo un criterio meramente utilitaristico, rivela le condizioni attuali della realtà sociale dove il sistema di produzione dominante è depositario di un sapere unico, autoreferenziale, insindacabile. E sotto questo cielo, solo esecutori cerebrolesi. Rimane la capacità dei novelli chierici neomedievali di custodire il patrimonio umanistico a favore di futuri eredi. Non è compito facile, perché è fuori mercato, quindi gratis.

  3. Ciao, io insegno matematica e scienze, quindi apparentemente sono fuori dalla cerchia degli studi umanistici….
    La tua è un’analisi sicuramente lucida, ma mi sembra forse esageratamente catastrofica, forse sono io che non me ne accorgo, ma non mi sembra di percepire tutta questa ostilità nei confronti delle tue materie, né credo che si possano definire inutili. Forse si tratta di inventare nuove modalità per proporle e mostrarne la bellezza.
    Una sola curiosità, te lo chiedo per avere una comprensione migliore di quello che proponi, perchè il questionario è rivolto solo ai docenti di materie umanistiche?

  4. Mio padre, che aveva fatto studi classici ma poi nella vita aveva fatto tutt’altro, diceva che quello che si studia a scuola poi si dimentica ma è servita ad allenare la mente.Le materie “umanistiche”,oggi sottovalutate, in questo senso servono più di altre. E non è tanto importante che si sia seguito un indirizzo di studi piuttosto di un altro, quanto che si abbiano avuti bravi docenti, che abbiano fatto amare queste discipline, ottenendo così che incidessero sulla personalità dell’allievo

  5. Cari amici, rispondo brevemente alle vostre osservazioni. A Mariasamoles (che ringrazio) posso dire che nelle sue parole mi sono riconosciuta (anch’io ho quasi sempre insegnato allo scientifico e anch’io ho avuto molti alunni, non i peggiori, che hanno scelto Lettere e Filosofia, e mi piace pensare di aver avuto un ruolo in questa loro scelta – anche se non so se ho fatto loro del bene, in questo modo!). I nostri percorsi sono molto simili e anche nella mia città (Piombino, in Toscana) il confronto fra liceo classico e liceo scientifico ha funzionato esattamente nei medesimi termini (e infatti il liceo classico sta chiudendo: è rimasta solo una classe, la terza, e i numeri delle iscrizioni non consentono di ripartire). Tuttavia il convincimento che bastasse l’impegno e la passione del singolo, convincimento che ha retto per molti anni la mia motivazione, negli ultimi anni per me è si è indebolito. Le ragioni le spiegai a suo tempo in un post nel mio blog, dall’eloquente titolo “Il professore stanco” (http://www.contaminazioni.info/il-professore-stanco/). Il fatto è che siamo inseriti comunque in un contesto sociale, e se questo contesto ti mette sistematicamente i bastoni fra le ruote, fra “classi pollaio”, burocrazia, e follie pseudo pedagogiche imposte dal ministro di turno, l’azione individuale diventa complicata.

    E qui mi riallaccio alla riflessione di Felice, che condivido e che in fondo sta alla base della mia ricerca: è vero che le riflessioni restano accademiche se non si allargano alla considerazione della struttura economica, e non solo, nella quale, volente o nolente, ciascuno di noi si trova ad operare. E in effetti a me interessa recuperare l’esperienza vissuta dei docenti non solo in una dimensione puramente soggettiva, ma, per dire così, relazionale, nel rapporto con una “macchina sociale” e la sua ideologia dominante, che ha mutato la gerarchia della conoscenza, l’enciclopedia culturale di riferimento, e che, in un certo modo, ci costringe a giocare, come scrivevo, “in difesa”.

    Sulla base di questo presupposto, per rispondere a Monique, la mia ricerca è destinata ovviamente ad allargarsi, coinvolgendo altri soggetti: i docenti di altre discipline, ma anche gli studenti. Questo è solo il primo step, il punto di partenza, necessario per iniziare a stabilire uno dei termini del confronto. Quindi, “stay tuned”, ci saranno altre puntate! Comunque posso dire che, a giudicare dalle risposte che mi stanno arrivando, il mio “catastrofismo” è condiviso da molti!

    A Lilipi posso dire che, coerentemente con quanto scritto sopra, sono convinta che i bravi professori siano ovviamente centrali e fondamentali: il fatto è che la funzione e l’importanza dei docenti, a mio avviso, sono state negli ultimi anni sistematicamente mortificate dalle scelte politiche, che sono sempre passate sopra la testa dei professori, non coinvolgendoli mai, non dando mai voce alla loro esperienza. Naturalmente i miei mezzi sono limitati ma uno degli scopi della mia indagine è anche questo: attenuare almeno in parte, in modo (mi auguro) metodologicamente corretto, l’invisibilità nella quale siamo stati relegati (e i pregiudizi che stravolgono la percezione collettiva del nostro lavoro).

    Vedremo che cosa esce fuori. Mi piacerebbe continuare questa discussione e, naturalmente, ragionare sui risultati che otterrò con tutti voi.

  6. Forse bisognerebbe riflettere su un aspetto spesso taciuto, ossia che la distinzione sostanziale non è tra cultura umanistica e scientifica ma sul grado di comprensione della realtà – società – che qualsiasi approccio alla conoscenza consente. Troppo spesso – e ne parlo da sociologo – l’approccio umanistico si dimostra inconsistente da questo punto di vista, perso in discutibili riflessioni vuote che fanno della autoriflessività l’oggetto stesso della sua indagine.

  7. Alcune sintetiche considerazioni dal Territorio Nemico.
    L’attuale società liberista in effetti non rifiuta la cultura tout court, ma ne mette in discussione l’utilità economica e così facendo ne filtra alla massa globale solo gli aspetti utilitaristici e ludici, degradandola a scimmia di se, truccata da clown, utile solo se e quando divertente. Il racconto è utile se vendibile e ancora meglio traducibile in riduzione cinematografica o televisiva. La musica funziona solo se fa ballare. L’immagine solo se stupisce. La poesia solo se puoi cantarla e farne una hit. Il teatro solo se non rompe troppo i coglioni. La filosofia solo se si dedica all’onanismo sfrenato. Il cinema solo se dopo lo puoi passare in tv con allegati pubblicitari. Lo sport solo se sponsorizzato.
    Lo studio solo se serve a far carriera.
    Di fronte all’inutilitá delle materie classiche si erge la scienza.
    Ma qui casca la civiltà contemporanea entro trenta o cinquanta anni.
    La scienza economica innanzitutto sta passando negli ultimi lustri da un fallimento all’altro, simile a una moderna astrologia incapace non solo di prevedere cosa accadrà, ma soprattutto di elaborare teorie o almeno strategie che non portino il villaggio globale al collasso, cosa che appare sempre più imminente.
    Verso un nuovo medioevo nel quale le merci non riescano più a circolare, la fame sia endemica e ritorni la schiavitù.
    Ma peggio hanno fatto le altre scienze che, pur trionfanti su tutti i campi non riescono ad assicurare salute e sazietà a tutti, risorse abbondanti in un pianeta sovraffollato e felicità a nessuno (o quasi).

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