Voto consapevole, democrazia rappresentativa, élite. Una riflessione impura di Ezio Saia

Ezio Saia, Giudizi Politici, Oasis Filosofia, 2012
Ezio Saia, Giudizi Politici, Oasis Filosofia, 2012

Di EZIO SAIA*

La ricchezza della democrazia è la varietà. Il suo dovere la tolleranza della varietà. Anche quella che non piace.

Parlare di “voto consapevole” significa toccare un tema scottante che coinvolge altri temi scottanti, dal conformismo di pensiero, al conformismo politico, alla convenienza politica, al populismo, alla doverosità dell’impegno politico. Del resto non avvenne in passato che certe categorie, certe classi sociali, certe élite si opponessero all’allargamento del diritto di voto e quindi all’ampliamento dello spazio politico, proprio facendo leva sul concetto di voto consapevole?

L’incessante appello intellettuale al voto ‘consapevole’, al voto ‘intelligente’, al voto ‘autentico’, può apparire attività meritoria ma di fatto può assumere un aspetto delegittimante. Gli argomenti discriminatori e conservatori che in passato venivano portati avanti, ostentati, sono troppo simili a quelli sostenuti dai rabbiosi sostenitori del voto ‘consapevole’ che spesso identificano se stessi come la parte ‘civile’ della società autocelebrandosi come parte nobile, colta o responsabile. Anche allora si protestava contro l’estensione del voto alle categorie degli ‘incolti’, dei poveri-incolti, degli incolti in quanto poveri che in quanto incolti e poveri o poveri-incolti non potevano che votare con colpevole ignoranza. Si cercava così di delegittimare a priori l’estensione del suffragio universale e, quindi, la partecipazione e la dignità politica dei cittadino, il cui fondamento non poggia sul voto consapevole o autentico ma sul concetto “una testa, un voto”, un cittadino un voto.

Nonostante il discredito acquisito in passato, il tema è comunque molto vivo e l’appello al voto ‘consapevole’ è corale e l’atteggiamento di fondo dell’autoelettasi ‘società civile’ non è mutato: non si può neppure avanzare la tesi aberrante di negare il voto ‘inconsapevole’ aberrante, populista berlusconiano, ma si può comunque squalificarlo.

Consapevolezza

Non è ben chiara la differenza fra voto ‘consapevole’ e voto non consapevole ma è chiaro il senso legittimante che a questo ‘consapevole’ viene attribuito dall’aristocrazia del pensiero politico, da certi giornalisti e commentatori politici, da certa società ‘civile’, i cui membri si autocelebrano come cittadini più cittadini degli altri, perché vivono e partecipano attivamente alla vita politica, anche senza essere politici di professione.

Ciò nonostante i cittadini continuano a non votare (come vorrebbero gli aristocratici pensatori della elite politica dominante) con un voto ‘consapevole’. Ma cosa vuol dire voto ‘consapevole’? Quando è ‘consapevole’ un voto ? Quando il pensiero che precede il giudizio è consapevole? Quando il voto che esprime con un sì, con un no, è consapevole? Chi decide sulla consapevolezza? In cosa consiste? Chi giudica sulla consapevolezza o non consapevolezza di un voto?

Il concetto di ‘Consapevolezza’ si avvicina molto al concetto di ‘autenticità’ ed entrambi richiamano le figure del maestro, del guru e del profeta.

Voto autentico e voto non autentico dunque! voto meditato e voto immeditato, non informato e voto informato che scaturisce, proviene, è motivato da un’ analisi colta e partecipe della realtà politico-sociale, da un impegno disinteressato, politicamente impegnato e importante, da un alto valore civile e morale, che secondo “i cittadini più cittadini degli altri” dovrebbe essere praticato da tutti i cittadini per meritare la loro stima ed avere quel qualificato valore a cui tutti i cittadini dovrebbero aspirare.

Ma chi stabilisce questa autenticità? Quando e con che caratteristiche un voto politico deve essere ritenuto consapevole? Qual è, se pur esiste, un confine tra voto inconsapevole e voto consapevole? Chi decide in cosa debba consistere questa consapevolezza e con quali criteri debbano essere tracciati i confini? Le élite culturali, politiche, economiche? E cosa sono queste élite? Da dove deriva la loro importanza? Chi decide quale sia la società civile e la società incivile? Che conseguenze ha e cosa presuppone l’esistenza di una teoria del giudizio consapevole? Non corriamo il rischio che il voto consapevole finisca per essere una declinazione dell’ideologia dominante, dell’oppressione ideologica e morale, del dominio culturale, e che l’appassionata campagna del voto autentico sia in realtà una interessata strategia di cattivi maestri dell’élite culturalmente egemone?

Il fatto stesso che si affermi l’esistenza di un voto consapevole o autentico implica l’esistenza di un voto inconsapevole o inautentico e, come si è già sottolineato, che debba essere assegnato al voto un peso che ne stabilisce il valore. Questo peso del resto non viene neppure negato: “Purtroppo il mio voto pesa come il tuo, anche se tu leggi giornali sportivi, vai alle partite di calcio, non sai neppure chi è l’attuale Presidente del Consiglio e non hai certo né il tempo né la volontà di pensare e di studiare i problemi della società, né di valutare le soluzioni possibili, né di studiare la storia, mentre io m’impegno in tutti questi  argomenti e quindi quando vado a votare so perché voto, so come voto e potrei argomentarlo, mentre non so come voti tu e non lo sai neppure tu”.

Come si vota? Perché si vota? Si possono dare tante risposte ma certamente il cosiddetto “voto consapevole e ragionato” è abbastanza raro e spesso è forte il sospetto che in questa sua rarità: 1)le cosiddette ragioni di consapevolezza non siano altro che razionalizzazioni a posteriori per giustificare con gli altri e con se stessi un voto che in definitiva è in coerenza ai suoi interessi; 2)che questa consapevolezza sia nient’altro che un ripercorrere, un rideclinare l’architettura del paradigma dominante e le ragioni di una cultura egemone, scambiata per “la cultura”. Quell’invito della Arendt a liberarci dei pregiudizi e imparare a pensare, imparare ad esercitare la capacità di pensare, è totalmente disatteso. Si nasce politicamente e culturalmente di sinistra o di destra, si seguono fedelmente tutte le linee guida, i pregiudizi dei rispettivi paradigmi o fedi, si muore a sinistra e a destra neppure osando mettere in dubbio che la stessa opposizione amico- nemico possa avere altre articolazioni che l’alternativa sinistra – destra. L’incapacità di pensare e liberarsi quindi di tutti i pregiudizi è la fonte di tutti i tabù, di tutte le sacralizzazioni dei principi, di tutte le mitologie del presente. Di fronte a un tabù, a un mito, a “un sacro” ci si ferma e si china la testa in rispettosa adorazione, in rifiuto di discussione, in adorazione del sacro. Si odono frasi come “questo principio non è disponibile per la democrazia” che invece di essere orgogliosamente ostentato in una democrazia dovrebbe indurre a vergogna chi lo pronuncia. Se un tal principio non è a disposizione della democrazia, quale autorità ne ha disposizione? Il cielo? Il re? il Progresso civile? La società civile? L’essenza della natura umana? Il diritto naturale? 

Oggi non è tanto il principio, vattinianamente, heideggeramente inteso, ciò che ci tacita, ma quella cassireriana mitico-religiosa percezione del mondo, obbligatoria degenerazione di una cultura egemone che la continua creazione di miti, sacralità, tabù chiude le vie del pensiero, atrofizza la nostra capacità di pensare.

Questo non è cinismo ma pura e semplice presa di coscienza di ciò che avviene in contrapposizione a ciò che, si dice, ‘dovrebbe avvenire’. Non è neppure riserva morale, perché in definitiva la strategia della menzogna è stata ed è fondamentale per la sopravvivenza. La tigre che si acquatta per cacciare la gazzella, presenta alla gazzella un mondo in cui non c’è la tigre in agguato. La tigre falsa il mondo e mente ma senza mentire non potrebbe sopravvivere. Del resto Nietzsche mette in dubbio la verità sul mondo e Freud ci mette in guardia sulla verità delle nostre stesse credenze. Crediamo di amare nostra madre, ma in realtà la odiamo, crediamo di odiarla e invece la amiamo, ma forse neppure queste verità sono vere. Anche il mentire a se stessi, è un comportamento salvifico.

Già parlare seriamente sul come il voto dovrebbe avvenire presuppone dunque una squalifica di ciò che avviene e pone la domanda. “E’ un voto immorale un voto dato per tutelare i propri interessi? E ancora: chi dovrebbe essere delegato al giudizio? E ancora: la storia non è disseminata di pensatori superbi e da profeti dell’autentico che come Heidegger pretesero di fissare un criterio di giudizio per l’autenticità del nostro comportamento, salvo poi allearsi con i nazisti.

Parlare di teorie del voto consapevole significa asserire che esiste un voto consapevole e un voto inconsapevole, significa asserire che esiste un criterio secondo cui tutti dovrebbero comportarsi e una pluralità di modi secondo i quali invece i cittadini si comportano. Significa che oltre a pensare a come dovrebbe votare il cittadino, ossia alle Teorie del giudizio politico, sia necessario analizzare le motivazioni con cui votano effettivamente i cittadini.

Esiste tutta una letteratura moralmente indirizzata in questo senso. Basti ricordare ad esempio la conversazione tra il generale Della Rovere (De Sica) nel film omonimo in cui all’uomo ‘semplice’ che chiede perché debba essere condannato, lui che non si è mai interessato di politica e che quindi non ha mai commesso reati politici, il generale risponde che proprio in questo disinteresse, nell’aver lasciato soli coloro che si opponevano alla dittatura, nel non aver preso le armi con loro, sta il suo peccato.

Questa è la tesi, il paradigma da declinare e ampiamente declinato: l’impegno politico, soprattutto nelle situazioni in cui sono minacciati valori sociali ampiamente condivisi dalla maggioranza. Una condivisione che si autoalimenta, si autogiustifica, si autocelebra nel circuito della moralità e nel dovere che fatalmente ha il suo rovescio nella condanna (morale e politica) di chi così non condivide, di chi così non opera, dimenticando che ciascuno è diverso dagli altri, ciascuno ha sua la visione della vita e del suo senso e che una società civile trova la possibilità di essere, solo rispettando le diversità, anche quando non sono assimilabili a ciò che il mondo dell’etica, emerso come nuovo Olimpo e come tale alimentato, ufficialmente o non ufficialmente sanziona.

Si è già detto come conoscenza e libertà abbiano come requisito d’esistenza la tolleranza del diverso. Ma la tolleranza del diverso è un ostacolo tanto difficile da superare, tanto prolifico da rigenerarsi, perché proprio l’intolleranza, e la sua sorella omologazione, sono strutturali nel comportamento sociale umano. 

Nel caso specifico, l’oggetto attorno al quale viene costruito il comportamento morale è la reazione politica all’oppressione che ‘deve’ moralmente provocare nel cittadino una ribellione politica e morale tanto più forte quanto è immorale e delittuosa l’oppressione. Sono coinvolti quindi quei comportamenti concettualizzati come sudditanza, libertà e ragione morale che trovano sbocco nell’azione politica di opposizione e ribellione dimenticando però l’insopprimibile diversità degli uomini e come per alcuni sia persino più tollerabile una condizione di schiavitù o comunque una condizione di libertà ridotta o comunque una condizione con connotazioni così negative da evocare con disprezzo l’accettazione di una condizione di servitù.

Epitteto direbbe che nel proprio spazio interno si è schiavi solo se lo si accetta e che quindi si può essere comunque e sempre liberi di pensare, gioire indipendentemente dalle condizioni esterne. Ciò significa, secondo Epitteto, che si può essere schiavi all’esterno e liberi all’interno. Servi all’esterno e liberi all’interno. Questo non esclude che, oltre che liberi dentro di sé nello spazio politico di Epitteto, non si voglia fortemente esserlo fuori. Ma non vuol dire neppure che, al contrario, questo desiderio sia di tutti perché la condizione di servo può essere preferita a quella di libero, perché l’istinto di delega può divenire culturalmente strutturale, perché lo spirito gerarchico e il relativo comportamento è stato ed è, si è dimostrato e si dimostra,  salvifico rispetto alla pressione selettiva. Il problema è quello di riconoscere il proprio posto nel mondo e di  sposarlo. E, fra gli innumerevoli caratteri, quello che aborre la responsabilità e preferisce che altri traccino il suo percorso non è raro, che anzi l’attitudine ad essere ‘servo’ sia una componente più o meno forte presente in ogni essere umano. La libertà in questo caso non è la libertà di essere libero ma quella di essere servo. E tutti i tentativi e gli sforzi volti a far opera di redenzione, di riscatto siano in effetti atti violenti di omologazione che si travestono moralmente come opere di redenzione che hanno tuttavia una loro profonda ragione strutturale oltre che politica nella spinta dell’uomo ad omologare, conquistare, assimilare. Un spinta che è risultata vincente nella sopravvivenza e ha fatto sì che l’uomo fosse così com’è.

Ma anche senza giungere a una tesi così provocatoria, perché si è servi o per circostanze esterne o per volontà propria,  al principio positivo dell’uniformità il pensiero anarchico contrappone quello delle differenze che si esprime proprio nell’irrinunciabile constatazione che gli uomini sono differenti per indole, carattere, biologia, e che certe differenze non sono comunque omologabili neppure con la costrizione, la tortura o la morte .

Vorrei concludere con una citazione da “Ricordi di Apprendistato” del matematico Andrè Weil:

“Quante volte, e per esempio quando dico che non voto mai alle elezioni, mi sono sentito obiettare: «Ma se tutti facessero così… » Al che sono solito rispondere che questa eventualità non mi sembra abbastanza verosimile per ritenermi obbligato a tenerne conto.

Al contrario sono stato profondamente influenzato dal pensiero indù, e dallo spirito della Gità, nel senso in cui credevo di poterlo interpretare. La legge non e: «Non uccidere», come recita il precetto che le religioni ebraica e cristiana hanno incluso – ma quanto vanamente – fra i loro comandamenti. La Gasi apre con Arjuna che ferma il carro profondamente influenzato dal pensiero indù, e dallo spirito della Gita, nel senso in cui credevo di poterlo interpretare. La legge «tra due eserciti, invaso da indicibile pietà» e si conclude con Krishna che gli comanda di gettarsi nella mischia senza esitazione, e con Arjuna stesso che lucidamente accetta di eseguire questo ordine. Come ogni cosa di questo mondo, anche il combattere e un’illusione: non uccide, chi ha squarciato 11 velo di questa illusione, ne può venire ucciso. Non esiste una regola universale che prescriva a ciascuno come si deve comportare: l’individuo porta in se il suo dharma. Nella società ideale, che e quella dei tempi mitici del Mahabharata, il dharma coincide con quello della casta: Arjuna appartiene alla casta dei guerrieri, quindi il suo dharma e di combattere. Quanto a Krishna, e l’essere eccezionale, incarnazione della divinità: « ogni volta che il dharma viene meno, e il suo contrario trionfa, allora sono io a generare me stesso » recita un versetto celebre1 che fu citato anche a proposito di Gandhi. Krishna e al di fuori del dharma.

Vero e che Arjuna descrive in anticipo a Krishna le inevitabili conseguenze del combattimento mortale che sta per scatenarsi: non solo la morte degli esseri amati, ma anche il disordine sociale, l’immoralità delle donne, la confusione delle caste. A tutto questo Krishna non da risposta: ma la battaglia di Kuruksetra si conclude con 1’annienta-mento pressoché complete dell’umanità intera: non per nulla l’arma suprema era nelle mani di Arjuna. Un epilogo davvero stranamente moderno! Krishna si e incarnato: ma al mondo ha portato soltanto la Gita. Ed e già molto.

Che cosa concludere da questo insegnamento, ammesso che lo si voglia prendere sul serio? E evidente che la nostra società vive nella confusione delle caste: L’unico rimedio e che ciascuno cerchi di determinare il più chiaramente possibile il proprio dharma, che può essere soltanto individuale. II dharma di Gauguin e stato la pittura. Il mio, come me lo immaginavo nel 1938, mi sembrava evidente: dedicarmi alla matematica con tutte le mie forze. Il peccato sarebbe stato soltanto lasciarmene distogliere.

Non ignoravo il Critone, né la prosopopea delle leggi immaginata da Socrate….”

[BhagavadgTtd, IV, 7].

Andrè Weil,  Souvenirs d’apprendissage 1991 (in Italia: Ricordi di apprendistato, 1994, Einaudi)

 * Tratto dall’ebook Giudizi Politici, Oasis Filosofia, 2012.

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