Vittorio Sereni e la percezione del reale: una lettura di Inverno a Luino in occasione del trentennale della morte

Di ANTONELLA PIERANGELI

Vittorio Sereni al lavoro nel suo studio
Vittorio Sereni al lavoro nel suo studio

Inverno a Luino

Ti distendi e respiri nei colori.
Nel golfo irrequieto,
nei cumuli di carbone irti al sole
sfavilla e s’abbandona
l’estremità del borgo.
Colgo il tuo cuore
se nell’alto silenzio mi commuove
un bisbiglio di gente per le strade.
Morto in tramonti nebbiosi d’altri cieli
sopravvivo alle tue sere celesti,
ai radi battelli del tardi
di luminarie fioriti.
Quando pieghi al sonno
e dai suoni di zoccoli e canzoni
e m’attardo smarrito ai tuoi bivi
m’accendi nel buio d’una piazza
una luce di calma, una vetrina.

Fuggirò quando il vento
investirà le tue rive;
sa la gente del porto quant’è vana
la difesa dei limpidi giorni.
Di notte il paese è frugato dai fari,
lo borda un’ insonnia di fuochi
vaganti nella campagna,
un fioco tumulto di lontane
locomotive verso la frontiera.

Vittorio Sereni 

(da Poesie, 1942)

 

La voce pacata ma mai pacificata di Vittorio Sereni, poeta in cui le “trafitture del mondo che uno porta con sé” hanno scavato ferite profonde, affida le sue più nude verità, quelle che lui stesso chiama “opache ripetizioni dell’esistere”, fin dai suoi esordi, ad una inesauribile, esistenziale visione della vita e della memoria e incarna, nello spazio e nel tempo, la materialità di una poesia interlocutoria, inquieta, mai arrogante, civile nel senso più profondo del termine.

Inverno a Luino, fra le migliori poesie di Vittorio Sereni, lascia trasparire una malinconia che scava le profondità dell’essere, nell’abisso di quei nodi inestinguibili che rendono la vita e l’esistenza un enigma inestricabile, ma anche vivibile nelle sue allusioni e nelle sue visioni. L’autonomia dell’immagine e della percezione, porta Sereni nel tessuto linguistico della poesia pura, alla ricerca di una trama che lasci filtrare colori, nomi, parole anche impure, immergendo il linguaggio nell’opposizione di una dialettica tutta giocata tra poetica della parola e poetica degli oggetti della memoria, che lo porta quasi ad essere sospeso tra le due istanze come osservatore del paesaggio e delle cose e, nello stesso tempo, come parte di esse: “…mi commuove/un bisbiglio di gente per le strade…” e ancora  più in là “…m’accendi nel buio di una piazza/una luce di calma…”. Il paesaggio di Luino posto dunque come dietro uno schermo, modellato sulle “vetrofanie” che si susseguono nel canone poetico della grandezza da Leopardi agli ermetici. Una poesia infatti quella di Sereni a “portata di sensi”, deliricizzata depotenziando la rarefazione neoplatonica dell’ermetismo fiorentino e, finalmente, epifanizzata porgendo una percezione del reale non più filtrata solo attraverso toponimi dalle connotazioni idilliche, ma anche attraverso l’irruzione di un’ansia interiore e di una condizione esistenziale dolorosa, esperita storicamente ed emersa come “…cumuli di carbone irti al sole…”.

L’essenza più autentica dell’Io, quella che quotidianamente ottunde la forza del dolore con “confidenze futili”, dilatatorie come fitte nervature di una trama di ricordi che scambiamo con compagni di strada occasionali, quasi per mondarsi della colpa di un presente inespressivo mai toccato dal sogno rivelatore della poesia, viene proiettata infatti, in questa superba visione invernale, come su di uno sfondo ovattato e vacillante che non conosce l’insignificanza e la monotonia del presente ma ne comprende le sonorità smussate e il disadorno canto.

Sereni scopre “in tramonti sabbiosi d’altri cieli” la questione della consapevolezza estrema di ciò che accade e di ciò che gli accade. La vita, in altre parole, lo spinge verso “l’alto silenzio”, ma la razionalità, particolarmente toccata dal trasporto poetico, lo porta allo stupore e al pessimismo per la sorte che tocca tutti e che tocca lui in modo particolare, quella dello scolorare dell’esistenza nei colori sfumati della fine e della perdita. Per Sereni la presenza dell’oggetto, e dunque del percepibile, si fonda su una disponibilità intrinseca della poesia a restare fedele alle sue radici esistenziali e all’origine terrestre della realtà, ma senza caricare gli oggetti di un significato simbolico: Luino è straniata ma anche presente a se stessa, nelle sue ceneri meste e i suoi bivi lacustri, in attesa come di una fuga del poeta dalla sua opaca quiescenza.

In un’intervista del 1975 Sereni afferma: “per me conta […] l’esperienza individuale, conta la reattività individuale, contano le emozioni individuali, le quali danno o non danno frutto. Quello che si scrive, per me, è il risultato di una trasposizione di questi dati dell’emotività, della reattività, dell’esperienza, su un piano diverso rispetto a quello sul quale si sono verificati […] in generale io vedo sempre una poesia come una dilatazione di un fatto di partenza, di un dato di partenza”. La dilatazione nasce dall’attitudine dell’Io ad accogliere, a fare proprie, le rifrangenze dell’oggetto che conserva una determinatezza talmente ben integrata con le suggestioni d’indefinito che sottintende da risultare fondante, imprescindibile. Non è una scelta e non è neppure una resa. E’ una specie di approdo disperato a qualcosa che, pur uccidendolo attraverso il ricordo che scolora d’indefinito e plasma la memoria, lo tiene vivo. E’ un’illusione accettata senza una vera rassegnazione ma con un filo di speranza naturale. Sereni riconosce a questa naturalezza un potere superiore al suo e l’accoglie in quanto gli consente una malinconia vivissima, palpitante, che “…artiglia l’anima sfonda la vita/e insiste…”.

La profondità di Sereni ha un fondo drammatico e a volte persino tragico ma il poeta ha sempre lo sguardo vivo e possiede una fermezza straziante, per quanto la sua sofferenza a causa di tutto ciò che avviene e di ciò che non avviene, e né potrà mai avvenire, sia forte. Accende la speranza, almeno, nell’essere umano e nella sua infinita capacità di preservare sempre il senziente anche delle cose fuori dal proprio controllo, stupito ed amareggiato dalla coscienza che c’è qualcosa fuori controllo, nonostante l’intelligenza e l’impegno, che non accetta la resa. E’ inquieto, insoddisfatto. Lo è in maniera cosmica ma non cede. Grandiosa è la sua sofferenza come insuperabile è per intensità. Costruttivo è il suo dolore come suggestivo il suo disincanto incantato.

 

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Un pensiero riguardo “Vittorio Sereni e la percezione del reale: una lettura di Inverno a Luino in occasione del trentennale della morte

  1. E’ un bel ricordo di Vittorio Sereni, grazie per averlo scritto…Giusto qualche giorno fa leggevo l’articolo di M.Marchesini sul Sole24Ore che ricordava il “mito esile e prezioso” del poeta, il suo riserbo e la mancanza di retorica che lo caratterizzava. Mi sembra che qui tutte queste connotazioni ritornano, con l’aggiunta – questa sì preziosa- di una poesia di Sereni tra le più belle. A chi lo si potrebbe accostare tra i poeti nostrani? Purtroppo la mia ignoranza in materia di poesia italiana non mi aiuta molto, ma in compenso mi sono venute in mente le parole di Renè Char (a Sereni, come saprai, dobbiamo una traduzione di Fogli d’Ipnos): “Queste note registrano la resistenza d’un umanismo consapevole dei suoi doveri, discreto sulle sue virtù, desideroso di riservare l’inaccessibile campo libero alla fantasia dei suoi soli, e deciso a pagare per questo”.

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