Un metodo pericoloso: Sabina Spielrein e il femminile rimosso della civiltà/2

Spielrein, Jung e Freud
Spielrein, Jung e Freud

Di LENI REMEDIOS *

Il triangolo

Nel 1957, durante un incontro in casa sua con il professore americano John Billinsky, Jung fa un’esternazione che sconvolge non poco la comunità psicanalitica: rivela di essere a conoscenza di un rapporto extra matrimoniale che Freud avrebbe intrattenuto, per molti anni addirittura, con la cognata e segretaria Minna Bernays. Successivamente rivelerà questo particolare ad altre due persone e le rivelazioni etichetteranno con l’appellativo di “pettegolo” il vecchio Jung. Io non sono proprio di questo avviso, dato che una persona che si dica pettegola non aspetta certo cinquant’anni prima di sbarazzarsi di un segreto. Jung si tiene infatti dentro questa cosa per un periodo considerevole poi, finalmente, la rivela. E’ come se si fosse liberato da un peso, infatti potrà parlarne liberamente anche con altri [27].

Esaminiamo più da vicino la vicenda: nell’estate del 1909, Freud e Jung vengono invitati a tenere delle conferenze in America, dove troveranno ad accoglierli un pubblico entusiasta. La rottura si stava già consumando però come una ruggine che erode silenziosamente ma inesorabilmente un pezzo di metallo e il seguente aneddoto rappresenta proprio il punto di rottura: durante il viaggio di andata Jung, Freud e Ferenczi si analizzano vicendevolmente i propri sogni. Freud racconta del suo sogno in cui compaiono lui, la moglie e la cognata; Jung chiede maggiori delucidazioni, ma Freud si rifiuta, adducendo la giustificazione che ne avrebbe perso in autorità. Questo simboleggia per Jung l’inizio della fine, per lui è inconcepibile che la verità venga sacrificata nel nome di una autorità personale. Jung, che sapeva del triangolo amoroso di Freud dalla stessa Minna, in realtà si aspettò sempre una confessione, che avrebbe reso da una parte l’amicizia più genuina, dall’altra avrebbe contribuito a chiudere correttamente la cerniera fra biografia e teoria, così fondamentale in queste discipline (Jung ne farà una bandiera del suo impianto teorico, tanto che Màdera parla di mitobiografia). E’ evidente che Jung, sotto sotto, si augurava che le sue mezze confessioni su Sabina Spielrein aiutassero a suscitare una confidenza dall’altra parte. Ma la confessione non arrivò mai.

La cosa curiosa è il silenzio e l’imbarazzo degli studiosi quando Billinsky riportò le rivelazioni di Jung [28]. C’è chi minimizzò la vicenda, sottolineando l’inutilità di questo dettaglio, chi non ne accennò nemmeno nelle proprie pubblicazioni, pur occupandosi dettagliatamente della biografia di Freud. Per la cronaca: nemmeno nel film di Cronenberg si accenna sia pur minimamente a questo. Insomma: il mondo degli studiosi applicò fino in fondo quella preservazione dell’autorità che Freud aveva evocato come una barriera nei confronti di Jung, continuò anche in questo frangente a difendere la persona, non le idee [29], portando avanti quel tragico dogmatismo che purtroppo contraddistinse in senso negativo la nascita della psicoanalisi e che le procurò dure e giuste critiche sin dalla sua nascita [30].

Non bisogna dimenticare due cose: che l’amore per la verità non ha nulla a che vedere con la predisposizione al pettegolezzo e che stiamo parlando del padre della psicoanalisi, colui che ha fondato il suo impero sulla teoria della sessualità. Faccio mie le parole di Carotenuto, dedicate al caso Spielrein ma valide anche qui: “[…] documenti non avevano a che fare con gente comune, che ha il diritto a conservare l’anonimato e la riservatezza della propria vita, ma con persone le cui idee hanno cercato di cambiare il mondo, offrendo dei paradigmi per interpretarlo[31]. I silenzi e le omertà fra i due grandi della psicologia hanno, secondo Kerr, inficiato al massimo grado la pericolosità già insita nel metodo e ciò in un periodo così delicato come la sua origine [32]. La pericolosità, a cui allude primariamente il titolo, risiede nel fatto che in realtà quello psicanalitico non sia un metodo, poiché Freud non ha mai fornito gli strumenti necessari al resto della comunità scientifica per applicare le sue teorie in ambito clinico. L’ha sempre promesso ma non l’ha mai fatto, implicando che chi volesse utilizzare le sue teorie dovesse prima di tutto rivolgersi all’origine, cioè a se stesso. Un atteggiamento fortemente anti-scientifico, che lasciò spazio a numerose ambiguità e margini interpretativi.

Sabina psicoanalista freudiana

Quel che manca prepotentemente nel film di Cronenberg è una visione prospettica della storia: il film si chiude con la separazione definitiva di Sabina Spielrein da Jung e sembra che la parabola di vita importante di Spielrein si concluda lì. In comparazione, il film del nostro Faenza ha questo pregio: sviluppare la parabola di Spielrein in quasi tutta la sua interezza, compreso l’esperimento dell’asilo bianco in Russia, dove ella applicò i principi freudiani fino a che la cecità e la stoltezza dello stalinismo non mise al bando la psicanalisi.  

Nel 1911, Sabina Spielrein si laurea e nel 1912 esce un suo importante lavoro, forse il più importante: La distruzione come causa del venire all’essere, testo comunemente ritenuto precursore del concetto freudiano di pulsione di morte. In realtà, precisa John Kerr, in questo c’è una grande ambiguità culturale e sembra tuttora esserci abbastanza confusione ancora su questo punto, complice lo stesso Freud. Quando infatti egli pubblicò Al di là del principio di piacere, nominò in nota la Spielrein (l’unico riconoscimento che lei ebbe: una citazione in una nota a pie’ di pagina), ammettendo di non aver ben compreso del tutto le sue teorie. Almeno in questo Freud è onesto, intanto però, dopo aver inizialmente opposto resistenze alla tesi della Spielrein, la rende sua e, in realtà, non è la prima volta che Freud adopera questo meccanismo, opporsi o dimostrarsi indifferente all’idea di un altro per poi rielaborarla e farla propria [33]. Ma è interessante vedere – aiuterà a capire la natura di questa ambiguità – come le idee della Spielrein furono accolte la prima volta in cui le presentò a Vienna, presso l’Associazione Psicanalitica. Ciò ci illuminerà ulteriormente sul rapporto distorto col femminile che aveva quel che Màdera definisce “l’intellettualità euroamericana maschile della prima metà del Novecento”.

La falsità organica della donna

Come si evince anche dal film, Sabina Spielrein, dopo aver assimilato gli insegnamenti junghiani, inizierà il suo percorso come psicanalista freudiana. John Kerr ricostruisce abilmente, grazie ai verbali dell’epoca, l’atmosfera dei famosi incontri del mercoledì, inizialmente tenutisi in casa di Freud, poi nei caffè di Vienna. La Spielrein, seconda donna ad entrare nella società psicoanalitica viennese, viene introdotta nel circolo l’11 ottobre 1911, in una delle parentesi più miserabili della storia della psicoanalisi: sul piatto è la posizione di Adler e della sua gang, ritenuti colpevoli di allontanarsi dalla strada maestra e quindi meritevoli di ostracismo. Ma non è l’unica novità della serata. Per un soffio non si ripete ciò che si verificò circa un anno prima con Margarete Hilferding, prima donna membro del gruppo, la quale provocò un acceso dibattito sull’opportunità o meno che le donne entrassero nella società. La cosa fu addirittura messa ai voti [34]. Questo fatto la dice lunga sul maschilismo imperante nel mondo intellettuale dell’epoca e ci illumina più di qualsiasi dissertazione filosofica, ma non sorprende considerando che pochi anni prima, nel 1903, Otto Weininger aveva pubblicato uno scritto, intitolato Sesso e carattere, in cui ritraeva le peculiarità del maschile e del femminile: il primo contraddistinto dal poteri intellettuali, moralità, genio, etc; la seconda contraddistinta da amoralità, impulsività, desiderio sessuale. Una delle sue conclusioni è che l’isteria sia “la crisi organica dell’organica falsità della donna[35]. Complice anche il clamore suscitato dal suicidio dell’autore, poco dopo l’uscita del libro, Sesso e carattere vendette moltissimo ed ebbe una vasta diffusione. Al lettore non sfuggirà che gli stessi uomini i quali inquadravano in questo modo il femminile (abbiamo visto come Freud, con la “diabolicità della donna” non si discostasse molto dalle tesi estremiste di Weininger) non mancassero, essi stessi, di numerose nevrosi e nodi conflittuali.

Ma Sabina Spielrein è una che cerca di cogliere il meglio anche dalle situazioni più penose, o meglio, cerca di depurare le persone e le situazioni positive dalla componente negativa, come dimostra un bel passaggio del suo diario, dopo il vergognoso e traditore comportamento di Jung nei suoi confronti: “[…] volevo togliere dalla sua anima ciò che aveva giustificato il suo brutto comportamento nei confronti miei e di mia madre[36]. Perciò non si lascia tramortire e continua imperterrita i suoi studi, perchè vuole perseguire quel “grandioso destino” a lei riservato, come i suoi antenati le avevano comunicato in sogno. Ma la sera in cui presenta il suo importante lavoro, La distruzione come causa della venuta all’essere, è forse ancora più penosa e sintomatica: il suo concetto di componente distruttiva della sessualità viene spiegato come una parte intrinseca dell’istinto sessuale, il cui apice è la fusione con l’altro; da qui le resistenze dell’Io, che si oppone all’istinto sessuale in quanto può appunto portare alla dissoluzione-distruzione dell’Io in nome della fusione.

Tutto questo viene completamente travisato e incasellato dagli uditori in una dinamica masochista, tipica dell’atteggiamento femminile, di contro alla componente sadica eminentemente maschile, che il caso vuole esposta da Tausk poco prima dell’intervento di Spielrein. Ma ovviamente la Spielrein non voleva dire questo. Successivamente Freud e Jung sosterranno, in via epistolare, che le teorie di Spielrein risentono dei suoi propri complessi [37]: come se la cosa non fosse vera applicata a loro stessi!

Talvolta una persona non è sentita perché non viene ascoltata”, afferma John Kerr: “[…] la sua incapacità di ottenere il riconoscimento della sua intuizione nel tema della repressione non fu un suo errore; fu l’errore di Freud e di Jung. Preoccupati con le proprie teorie e preoccupati l’uno dell’altro, i due uomini semplicemente non si fermarono persino per capire le idee di questa giovane collega lasciata da sola a chiedere aiuto nel trovare un’espressione più felice al suo pensiero[38]. E’ bene sottolineare, come fa John Kerr, che nell’ambito della sua vita Sabina Spielrein conobbe personalmente e collaborò con un numero considerevole di personalità chiave della scienza e civiltà occidentale: dopo essere stata allieva di Jung e Freud (ed aver contribuito allo sviluppo delle loro teorie), collaborò col giovane Jean Piaget, che fu in analisi con lei durante gli anni passati presso l’istituto di Ginevra. Quando tornò in Russia, nel 1923, portò naturalmente in patria le migliori intuizioni e teorie europee nel campo, offrendo spunti importanti a personalità chiave della psicologia come Luria e Vygotsky: se la parola “saccheggiare” può risultare eccessiva, bisogna dire però che alcune loro idee erano straordinariamente simili a quelle “importate” da Sabina Spielrein [39]. Insomma, in finale il grande destino a cui l’avevano chiamata i suoi antenati dal profondo del suo inconscio, in un certo modo si avverò ma il giusto riconoscimento da parte della compagine umana a lei contemporanea invece non ebbe riscontro. In ogni caso, dopo la sua partenza per la Russia, la figura di Sabina Spielrein cade definitivamente nell’oblio.

Dopo questa esposizione, purtroppo non esauriente dei fatti ma sufficiente, si potrebbe asserire che l’intelligentia maschile euro-americana applicò, sul femminile, categorie di comodo per esercitare la propria dominanza, confermata ulteriormente dal fatto che dei prodotti intellettuali migliori del femminile si servì abbondantemente appropriandosene. E’ l’atteggiamento inclusivo dell’invasore, del colonialista che dimostra di disprezzare lo straniero e di considerarlo inferiore, tranne poi invaderne i territori e impossessarsi delle materie prime [40]. Prima di concludere con delle domande che rivolgo al lettore-spettatore, torno sulla mia perplessità iniziale e mi vien da concludere che le vicende qui sopra descritte non siano affatto paradossali rispetto alla psicologia del profondo, tutt’altro: esse sono l’ulteriore riprova e conferma di quelle geniali teorie. Bisogna fare come fece Spielrein: depurare l’impianto teorico dal dogmatismo e dal sessismo di Freud o dalla spavalderia giovanile di Jung, trattenendo invece le perle preziose. Bisogna ricordarsi anche che, per quanto l’essere umano sia educato e allenato a tenere un distacco verso le passioni, parlare sulle emozioni umane ed esserne direttamente coinvolti rappresentano due cose profondamente diverse.

La prima domanda, che “rubo” da un intervento di una giornalista americana, è la seguente: il film di Cronenberg rende giustizia alla figura di Sabina Spielrein [41]? La risposta è evidentemente negativa, ma bisogna anche distinguere un approccio storico-documentaristico effettuato da un esperto, rispetto ad un’opera artistica che, oltre a fornire informazioni su una storia, punta anche alla resa estetica. Da questo punto di vista il film di Cronenberg è quasi perfetto nella ricostruzione di fatti e ambientazioni. L’unico appunto è l’assenza di pathos, di emozione, nonostante tutti gli sforzi di Keira Nightley di rendere plausibili gli isterismi di Spielrein e gli sforzi di Fassbender di essere credibile come Jung. Ho trovato intrigante invece la recitazione flemmatica di Viggo Mortensen nei panni di Freud, un attore che cresce sempre di più e Cronenberg se n’è reso ben conto, utilizzandolo in ben tre film. Piacevole anche la prestazione di Vincent Cassel, mai eccessivo in un ruolo, quello di Otto Gross, che poteva facilmente sfuggire di mano. Al contrario, il film del nostro Faenza, pur peccando d’ingenuità rispetto a certe scelte stilistiche, offre diversi momenti che coinvolgono emozionalmente lo spettatore. A confronto con quest’opera, Un metodo pericoloso è un film freddo.

Il merito che hanno entrambe le opere, tuttavia, è quello di aprire una breccia: esse hanno portato al grande pubblico una storia che altrimenti sarebbe rimasta appannaggio dei soli addetti ai lavori e hanno messo per esempio la sottoscritta nelle condizioni di interessarsi ed approfondire la storia di Sabina Spielrein [42].

La domanda che pongo in finale, e che lascio aperta, è questa: stando al fatto che la psicoanalisi ha condizionato fortemente la civiltà occidentale – nelle sue espressioni culturali ma anche nell’analisi spicciola dei comportamenti umani – quanto la mentalità dipinta agli albori di queste teorie è lontana dalla contemporaneità? Il lettore non si lasci condizionare dalle oggettive conquiste della civiltà in ambito di diritti umani, parità, etc. Qui parliamo di dinamiche profonde della psiche, e tutti noi sappiamo, se non dalle teorie di Jung per esperienza personale, che nella nostra vita quotidiana, le consuetudini consolidate e le convinzioni razionali intersecano meccanismi ancestrali che affondano le radici in un passato remoto ed irrazionale.

Le conquiste delle donne sul piano legislativo e del diritto, non sempre collimano col nostro modo profondo di pensare e di sentire – in una parola vivere – il maschile e il femminile. In questo senso, come e quanto ci parla la storia di Sabina? La mia risposta è già parzialmente nell’analisi qui sopra, ma in realtà la mia intenzione è lanciare un sasso nello stagno e riproporre, ad libitum, quel sano stupore e quella catena di riflessioni che hanno suscitato la comparsa dei suoi documenti.  Dal sottosuolo della civiltà occidentale.


 

[27] J. Kerr, op. cit, p. 135 e sg.

[28] In realtà non è che Jung dicesse una novità assoluta: da quel che sappiamo l’intreccio presente in casa Freud era tutto sommato abbastanza evidente nella società viennese.

[29] Si veda A. Carotenuto, op. cit., p. 32.

[30] Molteplici furono gli episodi di intolleranza verso coloro che mossero un minimo di critica alle teorie del maestro, tanto da spingerlo a creare una Commissione Segreta volta unicamente ad individuare coloro che ne mettessero in crisi i presupposti. Questo episodio della Commissione, durata ben 12 anni, secondo Kerr non ha avuto ancora un’adeguata attenzione da parte degli studiosi.

[31] A. Carotenuto, op. cit., p. 33.

[32] Si vedano le ultimissime battute del libro, J. Kerr, op. cit., p. 511.

[33] Il caso più clamoroso fu quello di Fliess, riguardo alla teoria della bisessualità, non certo farina del sacco di Freud. La vicenda, che coinvolse altra gente, finì con processi e la rottura dell’amicizia con Freud.

[34] J. Kerr, op. cit., pp. 353-354.

[35] Citato in J. Kerr, op. cit., p. 75.

[36] Diario di Sabina Spielrein, 11 settembre 1910, contenuto in A. Carotenuto, op.cit., pagg. 293-294.

[37] Argomentazione di bassa caratura a cui Freud ricorse spesso per liquidare teorie o persone con cui non concordava, definendoli di volta in volta paranoici o nevrotici (vedi il caso Fliess).

[38] J. Kerr, op. cit., p. 405.

[39] Ibid., pag. 498.

[40] Il parallelo con la mentalità colonialista viene introdotto da Romano Màdera qui: “non era il continente nero della geopolitica il terreno di conquista al quale il colonialismo europeo portava i doni della civiltà?” si veda R. Màdera, op. cit, p. 130.

[41]  Margaret Wheeler Johnson in http://www.huffingtonpost.com/women/

[42] Esiste anche una terza opera del 2002, un documentario della regista svedese Elizabeth Marton, intitolato Mi chiamavo Sabina Spielrein.

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(* Articolo già apparso su Speechless Magazine n. 1 – 2012)

3 pensieri riguardo “Un metodo pericoloso: Sabina Spielrein e il femminile rimosso della civiltà/2

  1. Ho letto con molto piacere questi ultimi due post dedicati a Sabina Spielrein, una figura che è rimasta nell’ombra della psicoanalisi non solo a causa delle debolezze umane, ma anche per l’umiltà che Sabina aveva nell’approcciarsi allo studio e all’esercizio della sua professione. Ho comprato il libro di Carotenuto dopo aver scoperto che la seconda edizione si completava di altro materiale rinvenuto quasi venti anni dopo la prima pubblicazione, e ne ho terminato la lettura circa un paio (forse tre) settimane fa. Un turbinio di pensieri (anche contraddittori!) e di riflessioni si sono scatenate durante, e a fine lettura. Senza nulla togliere alla grande ricerca dell’autore il primo pensiero va subito a lui. Non facevo altro che sentire un fastidio di fondo mentre proseguivo tra le pagine, fino ad arrivare ad un punto in cui ho realizzato cos’era questo moto disturbante, questo ‘qualcosa’ che interferiva. Mi sentivo manipolata. Come se l’autore m’introducesse alla vicenda utilizzando dei modi che mi spingessero ad appassionarmi alla storia. Ma non era la passione che io cercavo, bensì la verità. E insomma lo trovai un po’ furbetto, a scapito proprio della persona che lui avrebbe voluto portare alla luce: Sabina Spielrein.
    Per fortuna il “gioco pulito” viene alla luce da solo, prima o poi. Ed il carteggio, nonché il diario, contenuto nel libro, è una delle più grandi testimonianze che ci è concesso leggere. Ho provato rabbia per questi grandi uomini così miseri nel loro lato umano, ed è cresciuta la stima nei confronti di questa piccola donna che ha messo la Causa al di sopra di tutto per il bene comune. Quando le cose vengono viste per la semplicità di quel che sono tutto cambia. Cadono i miti, resta la persona. Eppure devo dire che alla fine — nonostante la durezza con cui guardavo — c’è stata una frase dell’autore che mi ha aperto un’ulteriore porta: “La comprensione delle debolezze umane ci rende indulgenti nel giudizio”. E’ così che ho compreso lo sguardo di Sabina Spielrein al mondo.

  2. La manipolazione delle idee altrui sotto forma di plagio, non è sfuggita nemmeno al grande vecchio Freud allora? Bene, nulla di nuovo sotto il sole (o sopra il divano). Dopo aver riposizionato come sue alcune tesi di Spielrein, Freud lascia l’autrice delle teorie in una nota a margine di un suo libro. Quindi senza l’apparizione del carteggio, la portata intellettuale della Spielrein sarebbe stata ignorata? Facile risposta.
    Ci leggo in questo passaggio del fare, un profondo disprezzo verso gli altri che è patria dei vari “ismi” razziali della vecchia Europa.La preservazione dell’autorità non è solo un ghetto maschile in cui chiudersi, è vero, ma la capacità di aggregarsi tra uomini per preservare la loro autorità è sicuramente una prerogativa sociale che manca alle donne. Questo è il (personale) primo anello della catena di riflessioni a cui ci chiama l’autrice – bravissima – del post.

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