Un metodo pericoloso: Sabina Spielrein e il femminile rimosso della civiltà/1

Sabina Spielrein
Sabina Spielrein

Di LENI REMEDIOS *

Ogni uomo porta in sé la forma intera dell’umana condizione

Michel de Montaigne [1]

Nel 1977, in uno scantinato del Palais Wilson di Ginevra, vecchia sede di un prestigioso Istituto di psicologia, viene ritrovato uno scatolone colmo di documenti. Il ritrovamento è il frutto casuale di un paziente lavoro di ricerca capeggiato dall’analista italiano Aldo Carotenuto. Di cosa si tratta? Lo scatolone contiene frammenti di diario e un carteggio importante fra tre soggetti: il padre della psicanalisi Sigmund Freud, il suo discepolo Carl Gustav Jung, in seguito allontanatosi per fondare una nuova teoria e una certa Sabina Spielrein, psicanalista ed autrice del diario.

Il materiale porta ad emersione particolari finora sconosciuti sulle vicende storico-biografiche dei tre personaggi, vicende che hanno inciso in maniera inequivocabile sugli sviluppi teorici di ognuno di loro. Ciò che viene alla luce turba e sconvolge talmente il mondo intellettuale da stimolare una lunga serie di saggi, opere teatrali e cinematografiche, di cui il film di Cronenberg, Un metodo pericoloso, rappresenta solo l’ultima appendice. Insomma, anche figurativamente parlando, Sabina Spielrein – dimenticata, rimossa, incompresa – emerge dal sottosuolo della civiltà, dall’inconscio della storia della psicologia, simboleggiato così bene dallo scantinato del palazzo ginevrino, per rivendicare la sua verità.

Sabina Spielrein è il perturbante [2] della storia della psicoanalisi. Il primo dei lavori a lei dedicato è naturalmente il libro di Carotenuto, Diario di una segreta simmetria. Sabina Spielrein tra Jung e Freud. Uscito nel 1980 e presto tradotto in numerose lingue, esso contiene le lettere scambiate fra i tre [3], quanto ritrovato del diario di Sabina Spielrein ed ovviamente la propria visione critica dell’intera vicenda. Fondamentalmente su questo testo si basa il film di Roberto Faenza Prendimi l’anima, uscito nel 2002.

Ma chi era Sabina Spielrein? E la sua testimonianza parla a noi, uomini e donne della civiltà contemporanea? A malincuore ella rimane per i più “l’amante di Jung”. Aldo Carotenuto riporta, con profondo rammarico, il fatto che la principale preoccupazione del pubblico, ad ogni sua presentazione del libro, fosse se Jung e la Spielrein avessero avuto rapporti sessuali. Intendiamoci: quello a cui si rivolge Carotenuto non era un pubblico generico, egli si rivolge ad intellettuali, principalmente psicologi e psicanalisti. “Dobbiamo domandarci perché gli analisti sembrano ossessionati (corsivo mio) da questo punto che delle volte sembra essere non un problema, ma il problema per eccellenza” [4]. Non è questo il punto, dice Carotenuto. Ed infatti l’eventualità non avrebbe aggiunto o tolto nulla, ad un rapporto che di sicuro aveva la dimensione totalizzante dei grandi amori, in cui le due personalità erano in una simbiosi animica sorprendente.

Senza contare che da un pubblico di intellettuali ci si aspetta che si indaghi a fondo sulle ripercussioni teoriche che una personalità come Spielrein abbia avuto sui fondatori rispettivamente della psicoanalisi e della psicologia analitica, discipline in cui, lo puntualizzo per il lettore non avvezzo a certi temi, sussiste un corto circuito assente in tutte le altre scienze: il soggetto e l’oggetto dell’indagine sono lo stesso, è l’uomo che indaga l’uomo [5].

Il film di Cronenberg prende spunto da un libro uscito nel 1993, A most dangerous method, scritto da John Kerr, uno psicologo clinico americano. Christopher Hampton, sceneggiatore di Cronenberg, ne trasse una piece teatrale che il regista canadese volle in seguito portare sul grande schermo. Il testo di Kerr, che appone al titolo una sottile differenza enfatica rispetto al film (“Un metodo molto pericoloso”, tratto da un’espressione di William James), parte dalla scoperta di Carotenuto per avventurarsi in una favolosa opera di contestualizzazione storica del materiale emerso. Già qui si rivela infatti una differenza fondamentale fra il testo ed il film: il lettore sappia che si tratta di due cose profondamente diverse e forse, nella leggera modifica del titolo, Cronenberg intende già manifestarlo.

Il film di Cronenberg – per inciso, non certo uno dei suoi migliori – prende il triangolo Jung-Spielrein-Freud e lo isola completamente dal contesto. I pochi altri personaggi che compaiono nella scena, come la moglie di Jung oppure Otto Gross, che mise seriamente in crisi Jung sulle proprie inclinazioni poligame, sono delle mere tangenti rispetto a quel che interessa della storia.  Il testo di Kerr, al contrario, è infatti corale: esso esamina tutti gli attori che hanno movimentato le scene di quegli anni fatidici per la storia delle dottrine psicologiche e, osiamo dire, per la storia della civiltà occidentale [6]. Il pregio di questo testo risiede nel ricostruire dettagliatamente e scientificamente i fatti di quegli anni, con la resa narrativa di un romanzo.

Una delle scene chiave del film, che manifesta l’intento del regista, è quella in cui Freud sviene dinanzi a Jung (secondo svenimento, il primo avvenne alla vigilia del viaggio in America): qui Cronenberg sceglie di ambientare la scena alla fine di un imprecisato incontro fra studiosi, dove, nell’atto di raccogliere le proprie carte, tutti se ne vanno lasciando soli Freud e Jung a discutere. Potrebbero essere delle macchie indistinte ad andarsene, sarebbe la stessa cosa. Nella realtà si trattò di una riunione molto vivace che si tenne in un hotel di Monaco, dove tutti presero la parola, soprattutto in merito alla figura egizia del faraone Amenhotep, che secondo Freud covava desideri parricidi. Freud fece ovviamente di tutto, nell’occasione, per rimarcare l’ingratitudine del “figlio ed erede” Jung, sempre più orientato verso una propria nuova teoria e i dietro le quinte di questa riunione sono anche più interessanti al riguardo [7]. Alla fine della discussione la tensione sfocia nello svenimento.

Una metafora efficace per far capire la dinamica della storia di Sabina Spielrein all’interno di questa coralità, è quella del telaio: dobbiamo immaginare la Spielrein come la navetta che si muove fra le trame e gli orditi, ovvero fra i fili tenuti assieme dal telaio. Ogni trama ed ogni ordito – i singoli protagonisti – vengono accuratamente esaminati e sviluppati da Kerr. Non solo Freud e Jung: Bleuler, Forel, Flournoy, Riklin, Abraham e molti altri…tutti vengono in qualche modo solcati dalla navetta che li attraversa e che, fino alla fine degli anni ’70, sarà relegata nel buio, costringendo a lasciare una matassa di fili non del tutto decifrabile [8].

Moltissimi aspetti potrebbero essere esaminati nella storia (nelle storie) che Sabina Spielrein porta ad emersione. Di questi ne scelgo due, riassumendoli simbolicamente in due parole cariche di significato: silenzio e femminile. “Il silenzio che così a lungo ha atteso la sua storia è emblematico di un silenzio ancora più insidioso che gradualmente ha sorpreso la psicoanalisi durante questo tempo[9]. “…Sabina, pioniera della psicoanalisi, figura fino a poco tempo fa negata, rimossa o fraintesa…[10]. Ed è proprio la parola rimossa, evocata da Lella Ravasi Bellocchio nel suo bel libro sulle madri, il termine più appropriato in merito alla figura di Sabina Spielrein, ma soprattutto in merito a quel che essa incarna e simboleggia.

Sembra un paradosso per la psicoanalisi, no? Prima di avventurarmi nelle mie speculazioni vorrei richiamare l’attenzione del lettore, soprattutto di quello digiuno di nozioni psicoanalitiche e della contestualizzazione storica in cui esse nacquero, ricordando come la vicenda documentata da Kerr e ritratta da Cronenberg si svolga all’inizio del XX secolo, un periodo in cui i rapporti e i costumi familiari in seno alla borghesia – in primis quelli matrimoniali – non sono molto dissimili da quelli descritti pochi decenni prima negli ottocenteschi romanzi di Thomas Hardy [11].

Mi piace iniziare la mia riflessione sulla psicanalisi e il femminile prendendo in considerazione non certo le parole di una femminista militante, tutt’altro. Scrive Romano Màdera in relazione a Freud: “La femminilità, insieme all’infantile, all’arcaico, allo psicopatologico, designa il territorio, ancora non bonificato, che si estende oltre le dighe sullo Zuidersee: il mondo dell’inconscio. La metafora scelta da Freud per parlare dell’oscurità che la femminilità oppone alla ricerca psicoanalitica, il “continente nero”, condensa, ben al di là di una attenta disamina critica, il pregiudizio che accomuna l’intellettualità euroamericana maschile della prima metà del Novecento[12]. Riporto inoltre le parole dello stesso John Kerr riguardo all’epoca in cui vivono i tre protagonisti principali, accanto ai lati oscuri, alle ipocrisie, alle falsità: “Era parimenti un mondo di grandezza immaginata, di importanti destini che aspettavano di essere esauditi […] Ovunque, dai caffè di Vienna ai club degli ufficiali dell’esercito del Kaiser, gli uomini immaginavano di poter diventare il prossimo Darwin o il prossimo Bismarck o il prossimo Nietzsche. Nell’avere il suo proprio destino eroico da esaudire, Spielrein era figlia del suo tempo. L’unica differenza era che era una donna[13].

Una ragazza qualunque?

Sabina Spielrein giunge dalla nativa Russia all’ospedale Burgholzli di Zurigo, Svizzera, nell’agosto del 1904. E’ appena diciannovenne, ma è malata già da diversi anni. La diagnosi del medico che la prende in cura, Carl Gustav Jung, è di isteria psicotica. Nel giugno del 1905 viene dimessa, continuando la terapia da paziente esterna. Vive da sola in un appartamento a Zurigo, in seguito all’iscrizione alla Facoltà di Medicina. Considerando i tempi lunghi della malattia e la sua gravità, la guarigione è stata straordinariamente veloce ed efficace: “L’avvenimento più significativo nella giovane vita della Spielrein fu che, qualsiasi cosa fosse avvenuta nel corso della terapia con Jung al Burgholzli, questa la guarì [14]”.

La malattia di Sabina affonda le sue radici nell’atteggiamento punitivo del padre, il quale usava percuoterle il sedere nudo (particolare che Jung censurerà nella sua lettera a Freud, dicendo che la ragazza fu traumatizzata nel vedere il fratello percosso). Questo fatto probabilmente ingenera strane fantasie anali nella ragazzina, la quale non può sedersi a tavola senza immaginare i familiari al tavolo con lei nell’atto di defecare. Cerca inoltre, bizzarramente, di stimolare e al contempo bloccare la propria defecazione rannicchiandosi e puntando il tallone sull’ano. In età adolescenziale non riuscirà più a guardare le persone negli occhi e la situazione si aggraverà con l’insorgere di ripetuti atti masturbatori, accompagnati da un pesante senso di colpa.

Ma è degno di nota anche l’atteggiamento perverso di una madre anaffettiva, la quale, per di più, sfogò la propria rabbia verso il mondo maschile sulla figlia, entrando in competizione con i suoi corteggiatori e vietando, nel modo più assoluto, qualsiasi tipo di educazione sessuale, tanto da intervenire segretamente presso le autorità scolastiche russe per far evitare alla figlia la lezione di biologia sulla riproduzione umana. Sabina arriva quindi, adulta, a non sapere nulla della sessualità e di questo particolare fondamentale, unito al rapporto malsano con la madre, non vi è sorprendentemente alcuna menzione nella diagnosi di Jung, né  nelle sue lettere a Freud.

L’altro dettaglio determinante è che Sabina è una ragazza colta: nella Russia dell’epoca l’emancipazione femminile era molto più all’avanguardia di alcuni paesi europei, permettendo alle donne di frequentare il liceo (anziché accontentarsi di un tutore privato) e di iscriversi all’università.

Le pazienti del Burgholzli, vengono da famiglie povere o della medio-bassa borghesia, hanno generalmente un’educazione minima. La paziente venuta dalla Russia è quindi molto più acculturata delle coetanee svizzere e, oltre a ciò, rivela fin da subito un’intelligenza e un’intuizione non comuni. Insomma, si capisce subito che Sabina Spielrein non è una ragazza qualunque, tanto che sarà lo stesso Jung ad incoraggiarla sulla strada della carriera scientifica come psicoanalista. Il giovane Jung infatti pensa bene di coinvolgere questa sua straordinaria paziente come assistente nei suoi esperimenti col reattivo verbale, in cui ha modo di verificare le teorie freudiane.

Dopo la dimissione, Sabina continuerà la terapia con Jung, recandosi settimanalmente nel suo studio: probabilmente è lì che queste due sensibilità straordinarie entreranno in un più profondo rapporto animico, in cui non è improprio nominare la parola amore. In Sabina Spielrein, Jung rintraccia dunque molte parti di se stesso e se, in alcuni suoi passaggi giovanili, si nota un certo atteggiamento e una posa di superiorità maschile verso la mente femminile più facilmente impressionabile, Kerr mette in evidenza quelli che erano i fantasmi di Jung: le fantasie anali della Spielrein diventavano così ben poca cosa rispetto alle fantasie del giovanissimo Jung, in cui Dio defecava spudoratamente sul tetto della cattedrale di Basilea e un enorme fallo compariva all’interno di un’oscura caverna [15].

In entrambi vi è inoltre un forte anelito spirituale assolutamente collegato, non sganciato, alle immagini oscene scatenate dalla loro fantasia ma naturalmente il rapporto fra i due nasce sbilanciato, asimmetrico [16] : non bisogna dimenticare che, per quanto abbia avuto un’evoluzione, è pur sempre un rapporto medico-paziente, in cui il primo deve tenere saldamente in mano le redini e far sì che l’emotività e le dinamiche affettive del paziente non travolgano entrambi.

Le redini sfuggono però dalle mani e Jung decide di chiedere aiuto a colui che ha designato come padre e maestro: Sigmund Freud.

La mediazione

Jung chiede aiuto a Freud, ma in maniera alquanto contorta: un po’ confessa e un po’ no, un po’ mente, un po’ omette e lo fa comunque molto tardi (la prima lettera è del 1906, la “quasi confessione” solo nel 1909!). Freud dal canto suo lascia capire che ha intuito la situazione ma cerca di muoversi in maniera diplomatica, suggerendo alla Spielrein di lasciar perdere la faccenda per il bene di tutti: “le ho suggerito una dignitosa liquidazione, per così dire, endopsichica di tutta la faccenda[17] e soprattutto cerca di assolvere Jung il più possibile, adducendo la responsabilità del problema alle giovani pazienti: “la capacità di queste donne di mettere in moto come stimoli tutte le astuzie psichiche immaginabili, finché non abbiano raggiunto il loro scopo, costituisce uno dei più grandiosi spettacoli della natura[18].

Insomma, oltre alla relegazione del femminile nella sfera del primitivo, siamo alla mentalità della donna come Eva tentatrice. In questo frangente, prima della rottura, bisogna ricordarsi che il rapporto Freud-Jung si può scindere in due parti: una parte contrassegnata da una forte carica affettiva, dove i due si compiacciono genuinamente dei ruoli di padre e figlio, e una parte schiettamente utilitarista.

A Freud, Jung appare come l’erede ideale del suo impero teorico per una miriade di ragioni. Si potrebbe dire brutalmente che Jung gli serva: non è ebreo, come tutti i suoi seguaci viennesi e a Freud serve uno psicanalista “ariano”, che dia una più vasta risonanza alle sue teorie. Jung è, inoltre, geniale. Freud non ha una grande stima dei suoi seguaci viennesi, nello svizzero Jung, giovane, intraprendente e con una formidabile capacità intuitiva, vede dunque una grande speranza e forse, viene ipotizzato, una proiezione di quel che avrebbe voluto essere da giovane.

Da parte sua Jung è all’inizio della sua carriera e Freud gli serve per lanciarsi nel mondo scientifico. Le sue teorie, da subito, destano la sua sincera attenzione tanto da portarlo ad applicarle in ambito clinico sui pazienti del Burgholzli ma Jung, come sottolineano sia Kerr sia Carotenuto, era consapevole sin dall’inizio delle proprie divergenze dal maestro, soprattutto sul concetto freudiano di libido, spiegato come mera energia sessuale, cosa che Jung considera fortemente riduttiva rispetto ad altre istanze dell’essere umano, legate al proprio destino e essenzialmente di natura spirituale.

Un po’ per la sua propria confusione interiore (“Io ero pieno di dubbi!” [19]), un po’ perché, appunto, Freud gli serve, Jung persevera nel mantenere un atteggiamento di venerazione verso il maestro, a tratti quasi servile: ogni volta infatti che Freud lo redarguisce, egli assume un atteggiamento remissivo, scusandosi e premurandosi di ribadire quanto il rimprovero sia stato per lui prezioso. Una dinamica, dunque, quella fra i due che oscilla fra i contenziosi padre-figlio ed il mantenimento dei rapporti diplomatici perché ambedue si servono l’uno dell’altro. Logico quindi che un rapporto così non possa essere genuino fino in fondo, schietto. Per quanto forte e viscerale avrà inevitabilmente dei coni d’ombra.

Sabina Spielrein non si pone nessuno di questi problemi, non si lascia raggirare dalle parole dei due psicanalisti che cercano di “liquidare” il suo caso in maniera affrettata e maldestra. Una cosa è certa: né Freud aveva bisogno di uno scandalo riguardante il suo erede designato, né tantomeno Jung aveva bisogno di rovinarsi una carriera appena iniziata.

Il grosso errore che fanno Freud e Jung è quello di non aver mai smesso di considerare la Spielrein una paziente e di averne grossolanamente sottovalutato le doti intuitive.

Sentiamo un po’ come la Spielrein redarguisce addirittura Freud, ad un certo punto della vicenda: “Ma anche lei è astuto, Professore […]. Si desidera però evitare un momento sgradevole, no? Neppure il grande ‘Freud’ riesce sempre a rendersi conto delle Sue debolezze[20]

Non è necessaria una laurea in psicologia per intuire l’effetto dell’ammonimento della studentessa Spielrein, giustamente impertinente e che punta dritto alla verità, su un uomo della statura di Freud: un uomo che considerava le donne alla stregua di una dimensione primitiva, infantile, non del tutto sviluppata. La scossa deve essere arrivata pungente, anche perché si insinuava dritta dritta fra le pieghe di un assordante silenzio fra lui e Jung.

E non sarà l’unica volta in cui Sabina Spielrein si dimostrerà molto più perspicace dei due [21].

La non – conversazione

John Kerr, con una efficace espressione, afferma che accanto alle lettere e al rapporto ufficiale, fra Freud e Jung si sviluppò negli anni una non-conversazione [22].

Il peso del non-detto verrà squisitamente rimosso fino all’estremo, quando si farà strada da sé ed imploderà tragicamente, nel frangente che porterà poi alla definitiva rottura fra i due [23].

Uno dei non-detti riguarda direttamente lo scambio di lettere di cui sopra: solo anni dopo Freud darà quella “risposta mancata[24], in Osservazioni sull’amore di traslazione del 1914. Qui ammetterà la totale responsabilità dell’analista nel cadere in un eventuale errore, laddove prima, come si è visto, spostava tutto sulla “diabolicità della paziente che induce in tentazione l’analista, cercando di far leva sui nodi conflittuali e irrisolti” [25].

E’ un non-detto che riguarda Jung molto da vicino e che permette a Freud di assolvere il suo erede per tutta la durata del loro idillio. Lo assolve in quello che fu senz’altro un errore umano commesso con scarsa destrezza, confuso dall’emotività, ma pur sempre un errore. Chiariamo una volta per tutte: lo sbaglio di Jung non fu certo quello di innamorarsi di Sabina Spielrein. Per quanto un analista debba evitare il più possibile il coinvolgimento emotivo, è pur un essere umano come tutti gli altri e innamorarsi può succedere. Bisogna inoltre tener presente, come ben puntualizza Carotenuto, che gli analisti dell’epoca che vedeva la psicoanalisi nel suo nascere non erano sufficientemente preparati ad affrontare qualcosa di così potente come il transfert e, soprattutto, il contro-transfert, ovvero il coacervo di emozioni che il paziente proietta sul medico e, specularmente, i nodi emotivi irrisolti che il paziente può risvegliare a sua volta nell’analista.

L’errore di Jung fu nel modo in cui gestì questa sua vicenda emotiva, in relazione al mondo esterno. Sono tanti gli episodi, in questo frangente, che ritraggono il giovane Jung comportarsi davvero in maniera poco onorevole. Bisogna ricordarsi che qui stiamo parlando di uno Jung trentenne, molto ambizioso e al contempo emotivamente instabile. Poco dopo la rottura con Freud e il distacco da Sabina Spielrein (due delle persone più importanti della sua vita!) avrà un tracollo psicologico che lo porterà ad affrontare per parecchi anni i suoi fantasmi interiori, la cosiddetta nekya [26].

Ma un altro clamoroso non-detto riguarda molto da vicino Freud e su questo la comunità scientifica degli psicoterapeuti e degli studiosi ha dimostrato una forte, incredibile resistenza.

___________________________

[1] Michel de Montaigne, Saggi, Adelphi, Milano, 1996, p. 1068.

[2] Si veda Sigmund Freud, Il Perturbante, 1919 ( “Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”).

[3]A parte le lettere scritte da Jung, di cui si hanno al momento solo alcuni frammenti per via del veto posto dai discendenti.

[4] A. Carotenuto, Diario di una segreta simmetria. Sabina Spielrein tra Jung e Freud, Astrolabio, Roma, 1980, pag. 34.

[5] Lo scienziato che si occupa per esempio di fisica nucleare o di biologia svolge le sue ricerche in un ambito oggettivo, dove né la sua psiche né la propria sfera emotiva vengono coinvolti.

[6] Basti solo la considerazione apparentemente banale di come alcuni termini come rimozione, complesso di Edipo, inconscio collettivo, siano entrati di fatto nel linguaggio comune.

[7] Per esempio l’episodio apparentemente banale del rimprovero “paterno” che rivolge a Jung, lamentandosi che non gli abbia chiesto notizie sullo stato di salute della madre (si veda J. Kerr, A most dangerous method, Atlantic Books, London, 1993, pagg. 427-428).

[8] Nel 1974 era già stato pubblicato il carteggio fra Freud e Jung, in cui emergeva saltuariamente il nome della Spielrein. Carotenuto intuì l’importanza di questa persona ma in base al materiale in possesso “i conti non tornavano” si veda A. Carotenuto, op. Cit., pag. 40.

[9] J. Kerr, op.cit., pag. 13.

[10] Lella Ravasi Bellocchio, L’amore è un’ombra, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2012, edizione Kindle.

[11] Si veda un mio articolo su Tess D’Aubervilles, in cui accenno alla naturalità infranta dei rapporti fra i personaggi, in nome delle ipocrisie sociali. Considero il testo suddetto e il suo autore psicanalitici ante litteram. Si veda Dalla carta alla celluloide:“Tess D’Urbervilles” riletto da Roman Polanskiin  www.leniremedios.blogspot.com

[12] R. Màdera, Carl Gustav Jung. Biografia e teoria, Bruno Mondadori Editore, Milano, 1998.

[13] J. Kerr, op. cit, p. 479.

[14] Bruno Bettelheim, Scandalo in famiglia, contenuto in A. Carotenuto, op. cit., p. 29.

[15] Si veda A. Jaffè, a cura di, Ricordi sogni riflessioni, pp. 37, 64 e sg.

[16] “Ora, nella situazione analitica non può esistere, in particolar modo all’inizio, alcuna simmetria” A. Carotenuto, op. cit., p. 101.

[17] Lettere fra Freud e Jung, Boringhieri, Torino, 1974, p. 252.

[18] Ibid., p. 248.

[19] Si veda l’intervista di John Freeman per la tv americana “Face to face”, 1959, video rintracciabile su Youtube.

[20] Lettera di Sabina Spielrein a Freud del 20 giugno 1909, in A. Carotenuto, op. cit., pp. 120 e 242.

[21] In un tentativo imbarazzante di minimizzare la cosa, Jung ad un certo punto dice a Sabina Spielrein un’autentica fesseria: ovvero di aver avuto prima di lei un’infatuazione per la figlia di Freud, spiegando l’affetto verso Sabina come uno spostamento di sentimento verso un’altra giovane ebrea. Sabina pensa invece che la ragazza ebrea a cui si riferisca Jung sia la cugina Helene Preiswerck, la medium su cui basò la sua dissertazione universitaria e verso il quale nutriva una forma di affetto molto vicina all’amore. Tale verità sarà ammessa dallo stesso Jung in una lettera a Freud (si veda A. Carotenuto, op. cit., p. 126-127).

[22] J. Kerr, op. cit., p. 409.

[23] Mi è doveroso precisare che per motivi di spazio non posso qui approfondire la tematica di Sigfrido, figlio che Spielrein avrebbe volute da Jung, ma anche simbolo del loro rapporto nonché del destino di vita di Spielrein.

[24] A. Carotenuto, op. cit., p. 20.

[25] Ibid. p. 121.

[26] Discesa agl’Inferi. Termine mutuato dall’Odissea.

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(fine prima parte)

(* Articolo già apparso su Speechless Magazine n. 1 – 2012)

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7 pensieri riguardo “Un metodo pericoloso: Sabina Spielrein e il femminile rimosso della civiltà/1

  1. Articolo interessante. Non mi era piaciuto il riduttivo film di Cronenberg. Ritengo tuttavia che pur nelle contraddizioni Freud si sia lasciato costantemente interrogare dal desiderio femminile non relegandolo al “continente nero” ma individuando in esso la struttura antinomica del desiderio. A proposito del caso di “Anna O”, Freud svela in una lettera del 1932 che Breuer abbandonò Anna spaventato dai propri sentimenti nei suoi confronti. E nel caso di Dora Freud ammette di avere sbagliato per analoghi motivi, non tenendo conto del proprio desiderio come analista, importante nello svolgimento della cura.Negare la realtà della controtraslazione sarebbe compiere un’ altra grande rimozione che non contribuirebbe all’avvenire della psicanalisi.
    Per diretta esperienza, devo riconoscere che quello di Sabina Spielrein non è l’unico caso di “femminile rimosso” nella storia della psicanalisi.

  2. La rimozione femminile oltre che storica, dunque, anche psicologica.
    Se la psicanalisi imbocca la strada della controtraslazione, si avvia verso un nuovo metodo olistico, che oltre alla disamina, attua la condivisione.
    Ma forse questa modalità è in contrasto con le metodiche attuali.
    Molto interessante questo articolo.
    cb

  3. Cinque stelle, anzi di più. Non un commento ma piuttosto una constatazione: questo racconto delle storie e della storia è avvincente, dal ritrovamento del carteggio alla disamina dei rapporti dei tre protagonisti. Un calderone storiografico: la nascita della psicanalisi, le cadute dei grandi fondatori della psicanalisi, l’insana claustrofobia sessuale della borghesia, il rimosso (inutilmente a proprio danno e a danno altrui), l’ipocrisia, la grandezza. E la santificazione degli strizzacervelli che recede al grado di umana comprensione delle cose e degli eventi.
    E naturalmente, l’immortale autodifesa della casta maschile verso le problematiche emozionali: ” le ho suggerito una dignitosa liquidazione, per così dire, endopsichica di tutta la faccenda” di Sigmund Freud. Attendiamo la seconda parte.

  4. Grazie mille degli interventi e degli apprezzamenti, e coinvolgo qui anche Apepam che ha commentato in calce alla seconda parte.
    Per Emilia e Cristina: certamente la controtraslazione e’ molto importante e sottovalutarne gli effetti sarebbe stato a dir poco disastroso per la storia della psicoanalisi e della psicologia analitica, sbilanciando il tutto sulla personalita’ dell’analista. In effetti, come osserva Carotenuto, agli albori della psicanalisi non era ancora stata realizzata la potenza e i rischi che essa comporta. Successivamente c’e’ stato un grande lavoro per ovviare a cio’, con training appositi per gli analisti, ed e’ stata in ogni caso ampiamente presa in considerazione. Bello l’aggettivo ‘olistico’ che tu usi, Cristina. E’ un termine che amo molto. Forse non sarebbe correttissimo applicato a questo preciso ambito, ma rende l’idea di una comprensione piu’ vasta in cui l’analista e’ ‘solamente’ l’officiante in posizione di ascolto “E’ li’ per rendere possibile e il mantenimento di uno spazio simbolico” (Romano Madera).
    Per Apepam e Meth: si’ e’ vero, questa vicenda mette in luce le ipocrisie di una certa ‘classe culturale’. Ma io sono convinta che si tratti di “residui culturali”, che ancora fanno sentire la loro presenza, abbassando inesorabilmente di volta in volta la qualita’ del nostro discorrere e vivere nella Verita’ (vedi anche i residui attuali di omofobia o di maschilismo violento). Tuttavia noi stiamo qui a parlarne ed in termini molto piu’ maturi dell’aggroviglio emozionale-culturale che accompagnava e sosteneva, per esempio, l’uscita di un libro come quello di Otto Waininger, “Sesso e carattere”. Verra’ un tempo in cui questi residui saranno solo polveri…
    Come discutevo con Apepam in privato e mi permetto di rendere pubbliche le riflessioni: capisco il suo sentirsi a disagio nel recepire ‘la narrazione’ della storia da parte di Carotenuto. C’e’ di mezzo un grosso problema del nostro tempo, che si potrebbe amplificare su molti fronti: la Verita’ e la narrazione della Verita’. C’e’ da stupirsi se, in un mondo accademico dominato da presenze maschili che s’immettono in questa tradizione-consuetudine, la narrazione su Sabina Spielrein segua determinate declinazioni? Tuttavia Carotenuto e’ anche quello che ha cercato di sviare il mondo accademico dall’ossessione che lo dominava miseramente su questa vicenda: la probabilita’ di rapporti sessuali fra Spielrein e Jung.
    Come osservi tu, in ogni caso, prima o poi la Verita’ emerge, anche fra le pieghe di una narrazione che vuol essere un po’ furba. E tu ricordi anche l’insegnamento di Sabina, come lei cercasse sempre di gurdare “oltre”. Nonostante e pur vedendo la miseria degli atteggiamenti attorno a lei.
    Tu osservi anche come questo sia stato comunque un passaggio molto sofferente per la parte maschile ed il mondo accademico in un certo senso si e’ preso cura di cio’: Jung passo’ i suoi anni peggiori dopo la rottura con Sabina e Freud. Tuttavia, chiedi “chi si prese cura di Sabina”? Io credo che il bel libro di John Kerr abbia davvero, sul serio “preso cura” della figura di Sabina, non solo reso giustizia. Quando lega fortemente la sua sfortunata vicenda personale ed accademica al suo status di donna afferma una grande verita’. E lo fa inscrivendola nella grande storia di quella porzione di secolo, senza marginalizzare, senza nemmeno esagerare, bensi’ fornendo un contesto che permette a noi di capire al meglio la genesi di queste storture e ci indica dove si puo’ lavorare.

  5. Devo aggiungere brevemente una cosa, d’obbligo: andrebbe approfondito, ma comunque, al di la’ della cultura “mainstream” di cui i film possono essere un’espressione, in ambito accademico-culturale c’e’ stato e c’e’ un rinnovato interesse e premura verso la figura di Sabina Spielrein.

  6. Cara Leni, io spero vivamente e cerco di aver fiducia in quel tempo in cui le ipocrisie di una certa ‘classe culturale’ saranno talmente sfibrate da chi vuole di più da rimanere soltanto un’ombra triste di quel che la Storia è stata.
    Sai, quel gioco di parole con il cognome Spielrein mi è rimasto impresso: Spielrein = gioco pulito.Davvero una sorta di ‘grande destino’, come lei stessa diceva. Sorrido, perché fa tenerezza la piccola donna che era in lei. Eppure è talmente grande la forza che l’ha governata che tutto (anche l’aspetto più triste e/o squallido) viene considerato e ‘perdonato’ in nome di una natura umana. Questo è un insegnamento molto importante. Il più importante.
    Non ho apprezzato molto il film di Cronemberg. Ho avuto l’impressione che volesse fornire forzatamente alla vicenda un aspetto meno romantico (cosa che evidenziava il film di Faenza) e cercasse di essere al di sopra di certi cliché senza poi raggiungere il risultato sperato. Forse perché si perdeva un po’ in certe scene di spanking, o perché comunque si è concluso senza mostrare il lavoro che portò avanti Sabina Spielrein. Ci lascia proprio sul più bello, insomma. Io speravo in un approfondimento sull’asilo bianco.
    Mi fa davvero piacere che ci sia un rinnovato interesse per la Spielrein in ambito accademico. E mi ha fatto piacere partecipare a questo approfondimento.

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