Oltre il giorno. Interventi nella giornata contro la violenza sulle donne / 2

In collaborazione con WSF

Nel paradiso dei poeti Rilke incontra Susana Chavez e …

Di PINA PICCOLO                                                             

Giambologna, Il ratto delle Sabine
Giambologna, Il ratto delle Sabine

“[..] Un giorno vi sarà la fanciulla, e la donna, il cui nome non significherà più solo un opposto al maschile, ma qualcosa di proprio, qualcosa che non induca a pensare a complementi e confini ma soltanto a esistenza e vita: la creatura femminile.
Questo progresso trasformerà (dapprima assai contro la volontà dei maschi superati) l’esperienza dell’amore, che adesso è piena di errore, la cambierà dalla radice, la muterà in una relazione che è intesa da uomo a uomo, non più da maschio e femmina. E questo amore più umano (che si compirà infinitamente attento e lieve, e buono e chiaro nel legare e sciogliere) somiglierà a quello che noi lottando e con fatica andiamo preparando, l’amore che consiste in questo: che due solitudini si proteggano, si limitino e si inchinino l’una innanzi all’altra.

[Rainer Maria Rilke, Lettera a un giovane poeta, 14 maggio 1904]

SANGUE NOSTRO

Sangue mio,

di alba,

di luna tagliata a metà

del silenzio.

della roccia morta,

di donna in un letto,

che salta nel vuoto,

Aperta alla pazzia.

Sangue chiaro e nitido,

fertile e seme,

Sangue che si muove incomprensibile,

Sangue liberazione di se stesso,

Sangue fiume dei miei canti,

Mare dei miei abissi.

Sangue istante nel quale nasco sofferente,

Nutrita dalla mia ultima presenza.

[Susana Chavez, Traduzione di Valeria Campilongo, poesia tratta dalla rivista letteraria Sagarana]

Foto di Antonella Monzoni
Foto di Antonella Monzoni

Nell’epoca di Lady Gaga e di personaggi e pratiche che presumibilmente incarnano il superamento del femminismo in seguito a una sedicente  realizzazione delle sue rivendicazioni, il termine “fanciulle” contenuto nella lettera di Rilke, per il suo sapore arcaico, e la scelta di “uomo” per indicare persona, potrebbero suscitare in noi un moto di stizza. Tuttavia la sostanza liberatoria di quel prognostico a oltre  cento anni dal suo proferimento  è ben lungi dall’aver trovato attuazione, in nessun angolo della terra, compresi i paesi “nordici”. I rapporti tra uomo e donna hanno, nella maggioranza dei casi, continuato ad essere governati da errore e non manifestano quella leggerezza e attenzione auspicate dal poeta tedesco. Dal Messico all’Italia basta aprire i giornali per rendersi conto delle dimensioni  della crisi tra uomini e donne. La resistenza del maschio al cambiamento, giustamente sottolineata da Rilke, si esprime in una gamma di comportamenti che vanno da piccoli tiranneggiamenti quotidiani alla violenza esplosiva che lascia donne e ragazze morte sul campo.

Dal controcanto di Susana Chavez, in apparenza più attuale, alimentato com’è dall’ immagine del sangue creata dalla poeta/attivista vittima di femminicidio  a Ciudad Juarez, la città sprofondata a simbolo dell’uccisione di massa delle donne, si intuisce un ulteriore ammorbamento dei rapporti uomo-donna. Nella denuncia poetica si concretizza  allo stesso tempo la determinazione a uscire dal silenzio. Al grido di “No una mas”, le donne di Ciudad Juarez da anni chiedono la solidarietà di tutte/i, esponendosi in prima per persona per porre fine a questo stato di cose.  Questa rivolta si è estesa e ha portato all’adozione del termine femminicidio in moltissimi paesi del mondo per indicare l’uccisione di donne e ragazze quale eliminazione di “femmine” che cercano di liberarsi da un ruolo subalterno. Un’ulteriore svolta è stata l’istituzionalizzazione di una giornata, il 25 novembre, dedicata a livello internazionale a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza contro le donne, la cui massima espressione è il femminicidio. E proprio in questa giornata mi piacerebbe immaginare l’incontro tra Susana Chavez e Rilke, nel paradiso dei poeti. Me li immagino come Damiel e Cassiel de “Il cielo sopra Berlino” dialogando, invisibili, su un autobus che percorre la periferia di una qualsiasi grande città del mondo.

E di che parlerebbero? La poesia e il femminicidio possono sembrare argomenti lontani tra di loro anni-luce ed è quindi lecito chiedersi come possa la poesia contribuire ad arginare questa fiumana di sangue.  Ai due “angeli a questo punto potrebbe aggiungersi Lorenzo Calogero, poeta di grande talento ma poco conosciuto , a differenza di Rilke escluso dall’amore e forse morto suicida che in uno dei suoi 804 quaderni di riflessioni poetiche, filosofiche e mediche affermava, “La poesia potrebbe essere definita come il modo con cui si realizza della vita e poiché il più alto vertice della vita è il sentimento amoroso si comprende come essa potrebbe essere definita come niente altro che il modo dell’amore[..]” Ripensando al rapporto poesia/femminicidio, i tre potrebbero discettare sul fatto che oltre a rendersi veicolo per rompere il silenzio denunciando con passione l’esistente, la poesia potrebbe fare leva sulla sua capacità di mettere in contatto concetti, spazi, elementi che nella logica lineare, quella che comanda il nostro prosaico vivere quotidiano, stanno su piani diversi e irreconciliabili. La contiguità di suoni apre la porta a suggestioni e commistioni che mai potrebbero essere generate dal linguaggio discorsivo, legato alla “concretezza” dell’esistente, a una sua presunta “naturalezza” e immutabilità. Le immagini e metafore che formano il tessuto della poesia  possono rafforzare l’anelito a un modo di rapportarsi diverso, possono scardinare l’ineluttabilità dei rapporti storici ed attuali. Anche se la poesia non è costituita che da suoni e silenzi, essa può svelare mondi e possibilità da attuarsi anche a piccoli passi nella vita quotidiana, nei rapporti tra uomo e donna, anche quelli che non siano di natura amorosa. I tre potrebbero ricordare che non a caso tra le diverse arti è proprio nella poesia che l’amore ha trovato il veicolo migliore per essere espresso, basti pensare alla vasta produzione incentrata sull’amore che caratterizza le origini della poesia in area italica e francese, la sua importanza nella poesia araba e persiana. E si auspicherebbero tra i poeti vivi la ripresa di una ricerca e  sperimentazione poetica che esplori nuovamente questo sentimento.

Mi raccontava un mio amico poeta e giornalista che da anni vive con i Rom che nei suoi vari tentativi di organizzare laboratori di poesia  tra i Rom in Kosovo e in Serbia, a sua grande sorpresa,  le uniche poesie generate da queste popolazioni che vivono in situazioni durissime erano poesie d’amore. Il mio amico si aspettava poesie piene di rabbia e di denuncia e invece loro riferivano che l’astio e la durezza riempivano i loro giorni, per la poesia riservavano un altro combustile ed era l’amore.  Guidati da una sorta di caparbietà nel voler preservare un nucleo di purezza in quello spazio sentivano l’esigenza di metterci dell’altro. Un anelito appunto di cambiamento. Allora alla discussione dei tre poeti, potrebbero aggiungersi anche le considerazioni degli aspiranti poeti tzigani.

Per finire  incorniciando in maniera più compiuta queste riflessioni sperando di alimentare ulteriori spunti e pensieri  vorrei proporre di nuovo parole di Rilke e di Susana Chavez, mondi e stili che possono sembrare irreconciliabili, ma che si ritrovano a praticare l’arte della poesia incarnati in sessi,  secoli e condizioni che non potrebbero essere più diversi. Se avessero avuto oggi la facoltà di dialogare fra di loro immagino potrebbero dar luogo a vulcaniche  commistioni poetiche in grado forse di rischiarare i tortuosi sentieri che ci si aprono davanti.

“Questo è il paradosso dell’amore fra l’uomo e la donna: due infiniti si incontrano con due limiti; due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare. E solo nell’orizzonte di un amore più grande non si consumano nella pretesa e non si rassegnano, ma camminano insieme verso una pienezza della quale l’altro è segno.” (Rainer Maria Rilke)

DONNA ASCIA

Donna

lontana,

improbabile

mascherata di ragione,

forza senza sangue.

Piccola incantatrice nata dalle sue tempie

che chiamano dubbio.

Profondità dell’intimo che non conosce maniere

accattivante con i suoi silenzi.

Atroce,

irresistibile, il desiderio di mordere la notte

che barcolla tra delusioni

impreziosita da racconti

immobile nella distanza.

Donna istante,

ascia

che trascini,

che tagli lingue e le spargi

nella mano di Dio che si contorce dalle risate con te.

Fuggitiva dalla tua cattura andrò via

sapendo perfettamente

che sei invincibile.

Susana Chavez [traduzione di Valeria Campilongo, tratta dalla rivista Sagarana]

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