Il Sé multiforme di Edgar Allan Poe e la discesa nell’abisso del disumano. Terza parte

Edgar Allan Poe
Edgar Allan Poe

Di LENI REMEDIOS

Ora, dopo questo excursus fra alcune delle pagine di Edgar Allan Poe, chiedo al lettore di riemergere dalle calde candide acque dell’Antartide con cui si è chiuso il nostro viaggio, di tornare pure a ragionare su Poe riflettendo su quanto è stato detto all’inizio, guardando alle critiche e ai giudizi con occhi diversi.

Le parole di James si ritorcono, suo malgrado, contro se stesso: è proprio primitivo, il termine più azzeccato per definire l’orrore analizzato da Poe. L’orrore di Poe è primitivo e onesto. Se guardiamo a dove egli si inscriva nel contesto della tradizione gotica, le sue storie non hanno nulla del distacco, dei filtri – intellettuali, morali, geografici – dei suoi predecessori. Horace Walpole, Ann Radcliffe, fino alla giustamente blasonata Mary Shelley ambientano le loro storie in tempi e luoghi lontani, in esotici paesi mediterranei o alla meglio fra i boschi di una Svizzera evanescente, dove natura vuole che le passioni esplodano in maniera scomposta, cosa da cui il pubblico anglosassone viene esonerato e che provoca un’inevitabile distanza ed un senso di superiorità.

Poe invece non ha filtri, e con l’escamotage stilistico dello scrivere in prima persona, che usa perennemente, l’effetto ha un’onda d’urto inedita nel lettore. E’ normale che Poe, almeno inizialmente, fosse miscompreso, deriso, “forse il più profondamente frainteso degli scrittori americani” [1]. E’ normale che l’establishment letterario venga sconvolto dall’irriverenza di quello che sembra essere l’enfant terrible della letteratura.

Il genio di Poe è un genio semplice e diretto, che dice la verità senza mezzi termini, ecco perché può non piacere. Non è sempre vero che la genialità risieda nella complessità, è piuttosto spesso vero il contrario, ovvero essa trova espressione nella capacità e nella lucidità di cogliere l’essenza nella complessità. Semplice e diretto, mai banale.

Se fosse stato banale, il protagonista de Il pozzo e il pendolo, per esempio, sarebbe morto agonizzante fra fiumi di sangue, come effettivamente viene illustrato nel banale film a lui dedicato, The Raven, perché “la gente vuole il sangue”, come vien appunto detto da uno dei protagonisti del film ed alla fine è il mercato che conta; continuando per un attimo nella digressione, tale film non merita nemmeno una recensione, ma solo un breve accenno: di buono ha solo l’idea, ovvero la messa in scena delle storie seguendo il filo rosso di un serial killer, forse unico modo per dare una consequenzialità alle diversificate narrazioni poeiane, ma purtroppo si mette in luce solo per la mediocrità e per un epilogo quanto meno risibile. Di certo non rimarrà nella storia e credo con questo di non fare disonore al Poe critico, il quale, se redivivo, avrebbe parole ben più dure  riguardo a questa pellicola.

Tornando dalla digressione. Poe mette in prima persona l’uomo moderno, ne seziona gli umori “a caldo”, come un chirurgo seziona una ferita senza anestesie di alcun tipo  e per quanto ambienti le sue storie in contesti quasi atemporali e in luoghi indefiniti, la “never-never land” di cui parla S. T. Joshi [2], il messaggio è chiaro, lampante, l’indice è puntato verso l’uomo comune, l’uomo lettore, tutti noi. Così non solo, nelle sue storie, rintracciamo “un sè subliminale infinitamente ripetuto” [3], ma la moltiplicazione continua a livello esponenziale, poiché le duplicità o molteplicità indicate nei protagonisti inseguono le duplicità e le molteplicità di noi che leggiamo.

Poe anticipa le istanze della psicoanalisi di parecchi anni e si può dire che la reazione di James e altri detrattori come lui appaia un po’ come un meccanismo di difesa di fronte alla rivelazione di un contenuto disturbante: sminuire è la difesa più immediata ed efficace.

A proposito del processo artistico come elaborazione di contenuti e processi inconsci: in Marginalia, Poe dà una definizione di Arte che, secondo Robert Regan, potrebbe provenire da Carl Gustav Jung: “Fossi chiamato a definire, molto brevemente, il termine Arte, lo chiamerei ‘la riproduzione di ció che i sensi  percepiscono in Natura attraverso il velo dell’Anima’ ”.

Col tempo la psicoanalisi prenderà accuratamente in esame il lavoro di Poe, soprattutto nella persona di Marie Bonaparte che, com’è noto, scrisse un accurato e diligente commentario critico sulla sua produzione, servendosi delle categorie del maestro Freud. Mi accodo ai generali commenti di disappunto che sono stati rivolti a questo lavoro critico, aggiungendo che, se Poe senz’altro aprí il varco alle dinamiche inconscie che saranno poi dominio della psicoanalisi, in particolare nei meccanismi di attrazione-repulsione e dei livelli di personalità, non si puó dire che, al contrario, la psicoanalisi abbia avuto grande rispetto della sua opera, proiettandovi indiscriminatamente le proprie categorie. Mi sembra, ad esempio, che interpretare simbolicamente il Gordon Pym con categorie di masturbazione infantile e desideri incestuosi sia quanto meno limitante [4].

Grandezze e limiti.

Si potrebbe sostenere, come afferma Edward H. Davidson, che il più grande punto di forza di Poe sia anche il suo più grosso limite “Il grande limite di Poe è l’argomento ripetuto del sè” [5]. Ma è questo in particolare che ha contribuito proprio alla grandezza del genio di Baltimora e lo ha reso un colosso dell’horror psicologico, come sostiene giustamente Richard Wilbur, il quale sottolinea i “motivi a spirale ascendente e discendente (…) viaggi simbolici nelle profondità del sé e che in tal modo arricchiscono il tessuto simbolico in questi lavori” [6] ma ancora più perenteriomente S.T. Joshi “nel successivo mezzo secolo ed oltre la morte di Poe, non possiamo trovare scrittore alcuno che si sia focalizzato specificamente o su l’horror soprannaturale o su quello psicologico così come Poe ha fatto” [7].

L’altro punto di forza che vorrei sottolineare è puramente stilistico-narrativo, ma anche strettamente funzionale alle spirali psicologiche ascendenti e discendenti di cui sopra: non è infrequente, negli scritti di Poe, accorgersi solo a posteriori di un doppio livello di lettura, propulso potentemente dalla scrittura in prima persona. Ligeia è forse l’esempio massimo in questo senso: racconto del soprannaturale ad una prima, superficiale lettura, si rivela in realtà per essere un altro grande excursus psicologico nella follia.

Le visioni e la trasmutazione materiale della morente Lady Rowena nelle sembianze della defunta Lady Ligeia non sono altro che il frutto della mente delirante del protagonista, supportate da un uso spropositato di oppiacei, come viene candidamente ammesso, oltre che dall’ossessione malata del narratore. Fino a mettere in conto che in realtà una Lady Ligeia non sia mai esistita, come può suggerire un’apparentemente banale affermazione iniziale “Ed ora, mentre scrivo, mi attraversa il ricordo che io non ho mai conosciuto il nome paterno di colei che fu mia amica e promessa e che divenne poi la mia compagna di studi e finalmente sposa del mio cuore” [8].

Ma anche lo stesso incipit della storia che, nella sua vaghezza, si consegna sin da subito nelle mani del lettore accorto come candida confessione “Non posso, per la mia anima, ricordare come, quando o persino precisamente dove, per la prima volta, feci la conoscenza di Lady Ligeia” [9].

Lo stesso stratagemma viene utilizzato in William Wilson, dove non viene mai chiarito – ed è evidente la volontà di Poe di mantenere quest’ambiguità – se l’antagonista del narratore sia davvero un altro ragazzo o piuttosto il frutto della sua immaginazione, già deviata in giovanissima età, tant’è vero che gli altri compagni sembrano non notare la rivalità e le provocazioni fra i due, cosí importanti ed evidenti agli occhi del narratore.

Eppure, in tutto questo, Poe prende davvero completamente la distanza dai personaggi che descrive? Nel senso, si è spesso insinuata l’eventualità che i deliri descritti fossero i deliri dell’uomo Poe, e questo ha solleticato sovente la morbosità non solo del pubblico, ma anche della critica più illustre, soprattutto quella americana, per la quale l’indugiare sui trascorsi alcoolici e sullo disordinato stile di vita di Poe è stato troppo a lungo il passatempo preferito, nonchè la scusa più facile per relegarlo ai margini della società letteraria. Ci vorrà l’ammirazione quasi devozionale di Baudelaire, fuori patria, per ridare valore alla produzione poeiana e un bel po’ di anni passeranno prima che gli scritti di Poe ricevano il giusto riconoscimento.

Il punto è che Poe sonda la paura che, come disse Lovecraft, “è la più antica e forte emozione dell’uomo, e la più antica e potente forma di paura è la paura dell’ignoto” [10]. Ora, Poe fa invocare spesso ai suoi protagonisti la riflessione filosofica [11] ed in questo, in realtà, sembra esplicitare un suo pensiero, un suo punto di vista.

Se la filosofia, secondo alcuni filosofi contemporanei, più che come meraviglia, è da intendersi come risposta proprio al terrore [12], alla paura dell’uomo nei confronti dell’ignoto, Poe accusa la filosofia (e la teologia) di non aver mai dato risposte adeguate a tale istanza, che è l’istanza più pressante dell’uomo, poichè troppo appiattita su una razionalità che vuole schematizzare l’uomo a priori, senza prima averne studiato concretamente, onestamente, le dinamiche reali, lasciando inoltre, aggiungo io, tutte le istanze più irrazionali al mero appannaggio di altre scienze, come se esse non riguardassero la filosofia. Come se esse non riguardassero l’uomo.

“Sarebbe stato molto più saggio, sarebbe stato molto più sicuro  classificare (se dobbiamo classificare) sulla base di quel che l’uomo abitualmente od occasionalmente fa ed ha sempre occasionalmente fatto, piuttosto che sulla base di ció che diamo per scontato la divinità  voglia che l’uomo faccia [13]”. E sempre sulla perversione, insiste “di questo spirito la filosofia non prende considerazione alcuna [14]”.

Ma certamente la filosofia, intesa come strumento razionale che l’uomo usa per spiegare il mondo, volentieri sorvola sopra un territorio che non riesce a spiegare. Molto più semplice relegare l’irrazionale alla mera sfera degli impulsi e con questo non considerarlo meritevole di attenzione nella propria indagine. Ma fare cosí è considerare l’uomo monco, manchevole di una fetta considerevole di sè.

Ecco che, secondo me, non solo Poe ha anticipato di molto le teorie psicanalitiche, ma ha anche in qualche modo, sottilmente, accennato alla crisi moderna della frammentazione delle scienze da cui la filosofia non è certo esente e che ha fatto sì che essa perdesse di vista la complessità dell’essere umano: il suo essere né solamente ragione né solamente irrazionalità, bensì le due cose insieme ed inseparabilmente.

In finale, tornando ad argomentazioni strettamente letterarie, viene anche da chiedersi se il pregiudizio verso l’individuo Poe sia anche, ma non solo, un pregiudizio di genere: se riflettiamo bene, il corpus letterario complessivo di ogni grande scrittore/scrittrice non è esente da difetti o cadute di tono, ció non toglie che rimanga un grande scrittore/scrittrice. Nel caso del soprannaturale, dell’horror psicologico o fantasy sussiste una raddoppiata volontà a priori di scorgervi una mancanza di credibilità.

Come abbiamo già riportato, Poe dovette aspettare parecchi anni prima di godere di una certa reputazione, dopo una vita trascorsa in ristrettezze economiche. La stessa sorte toccó al grande Lovecraft, morto in miseria ed entrato nel canone americano solamente molto molto tardi. L’interrogativo, secondo me mai affrontato approfonditamente ed onestamente, rimane aperto.

Chiudo sottolineando che Poe è riuscito in una grande beffa, lui, la cui ironia è stata spesso sottovalutata: la morbosità con cui il pubblico, intellettuale e non, ha cercato di penetrare la sua dimensione privata utilizzandola anche come arma per denigrarlo, è quella stessa morbosità ed ambiguità che egli mette spesso a  nudo nei suoi racconti. Cosciente o no, il pubblico si rispecchia nelle pagine di Poe. In una continua rincorsa di un Sé multiforme.

(continua da https://criticaimpura.wordpress.com/2012/10/31/il-se-multiforme-di-edgar-allan-poe-e-la-discesa-nellabisso-del-disumano-prima-parte/

e da https://criticaimpura.wordpress.com/2012/11/01/il-se-multiforme-di-edgar-allan-poe-e-la-discesa-nellabisso-del-disumano-seconda-parte/)


[1] Floyd Stovall, The Conscious Art of Edgar Allan Poe, in Robert Regan, op. cit., p. 172.
[2] S. T. Joshi, op. cit., p. xiv.
[3] Allen Tate, Our Cousin, Mr Poe, in Robert Regan, op. cit., p. 40.
[4] Si veda Sidney Kaplan, An Introduction to Pym, in Robert Regan, op. cit., p. 153.
[5] Benjamin F. Fisher, The Cambridge Introduction to Edgar Allan Poe, Cambridge University Press, Cambridge, 2008, p. 119.
[6] Ibid., p. 119.
[7] S. T. Joshi, op. cit., p. xiii.
[8] E.A. Poe, Ligeia, in E.A. Poe, op. cit., p. 95. Per un saggio completo su questo tema si veda Roy P. Basler,  The Interpretation of Ligeia, in Robert Regan, op. cit., pp. 51-63.
[9] EIbid., p. 94.
[10] H.P. Lovecraft, op. cit., p. 423.
[11] Si veda in particolare , oltre ai testi già citati, Rivelazione mesmerica, in cui il mesmerizzato specula sulla necessità del male sotto forma di dolore.
[12] Si veda la definizione di filosofia secondo Emanuele Severino.
[13] E.A. Poe, The Imp of Perverseness, in E.A. Poe, op. cit., p. 262.
[14] E.A. Poe, The Black Cat, in E.A. Poe, op. cit., p. 63

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4 pensieri riguardo “Il Sé multiforme di Edgar Allan Poe e la discesa nell’abisso del disumano. Terza parte

  1. Bellissima analisi! Aggiungo solo che l’ironia di Poe non è semplicemente stata “sottovalutata”… secondo me non è mai stata colta!

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