Asimmetria o dell’assonanza liberata: Mariella Bettarini e l’armonia dissonante della memoria

Di ANTONELLA PIERANGELI

Mariella Bettarini, Asimmetria, Gazebo, Firenze 1994
Mariella Bettarini, Asimmetria, Gazebo, Firenze 1994

 

le cose – queste matrici

della perla-parola

hanno sembianti arricciolati

aculei

         voci

                bande festive

e ripari vacanti

facce fatte a bocche (le cose)

e spolverini e guanti

Mariella Bettarini

 

L’ immaginario multiforme di Mariella Bettarini ha sempre avuto in sé, nell’unità lacerata di un’intelligenza poetica assolutamente unica, un luogo aspro e fertile insieme. Il luogo in cui l’oscura consistenza della parola diventa la forza coesiva che ha la materia quando ha acquistato una forma e una luce propria. Una luce inquietante, uno spazio metaforico in cui il linguaggio è percorso da una vena drammatica. Il mondo e le immagini dell’esistere, l’irreale realtà della ragione e degli umani fervori, il limite ricurvo del ricordo che tutto fonde in un fulmineo ritorno a sé, come un cerchio che improvvisamente si faccia punto e s’incendi, ritrovando così nel proprio fuoco la perduta circonferenza di luce.

In Asimmetria (Edizioni Gazebo, Firenze, 1994, pagg.104), che raccoglie versi che vanno dal 1982 al 1986, la parola poetica della Bettarini diviene superbamente parola matura, polline ritmico di un discorso che ci viene incontro per continua opposizione interna. Un movimento tematico complesso sorregge infatti la speri mentalità dei mezzi espressivi in ogni sezione della raccolta e l’immagine che ne risulta è quella di una vertiginosa adimensionalità, come se “le cose – queste matrici della perla-parola” fossero valori tragici ed assoluti in cui lo spazio e il tempo, escludendosi reciprocamente, si rendessero inesprimibili. E’ forse in questo nucleo, cristallizzato in luminose stesure metaforiche, che la cantabilità del verso diviene segretamente risonante, come se la memoria volesse recuperare l’antico stato di grazia della levità. Così, proprio mentre la punta tracciante del ritmo scandisce il tempo della potenza espressiva, la leggerezza, quasi mozartiana del verso, di colpo s’incrina come un cristallo colpito da una pietra. La memoria, “regnante bellezza”, è infatti una ferita aperta, una scia memorabile di pura matericità che taglia con linearità di lama l’universo dell’autrice, rendendo dolorosa e amara la lotta figurale della poesia, sospesa sempre tra il luogo tragico dell’esistenza e il non  luogo inesprimibile del ricordo.

Nutrito di ragione, il verso della Bettarini diviene dunque l’atto che unisce, drammaticamente, gl’infiniti segni linguistici della realtà alla densità, chiara e vacillante, della memoria. In questa sospensione panica del pensiero, l’interiorità oppositiva della mente crea la condizione del poetico farsi della scrittura, di quella “lancinante esperienza” che risulta essere il vivere sempre “alla scuola del dubbio” e che scarnifica la realtà, segnando la traccia del linguaggio come dice l’autrice “con rime ad incastro” e “come la poesia che sa/quello che il soggetto non sa”. Lo scarto tra il potenziale della poesia e il potenziale del soggetto diviene “asimmetria…il vagare sino ad una porta/che serrata permane” e, più precisamente, s’incarna nella ”…coscienza della asimmetria che domina ormai senza contrasti (senza che la tema più) la vicenda del vivere e dell’esprimersi, scompenso senza caos, armonia dissonante…

L’esplosione del caos segretamente sonoro dell’esistenza, in Asimmetria porta con sé il dolore, e insieme la consapevolezza, del sapere che la ferita e l’oggetto che ferisce sono una cosa sola: il passato e i nostri ricordi, la vitalità luminosa della ragione, le passioni violente e tutte le angosce e le contraddizioni dell’Io, non diventano dunque altro che la matrice asimmetrica di una straordinaria simmetria compositiva. Il linguaggio procede, infatti, per addendi oppositivi che sembrano incastrarsi in assoluta sincronicità nel bianco della pagina: ossimori, enjambements, allitterazioni e, soprattutto, assonanze. La parola infatti, sostenuta e aiutata dalla visualità delle immagini, tende a portare in superficie, a far emergere, un corpo sonoro-visuale che nell’assonanza ritrova tutta l’anteriorità magica e disperata della memoria: “…stormisce estate/sgorga di là dell’atra acqua/dell’aria asfittica/e spare/parendo appare” (Finestra con veneziana da cui si vede fuori).

E’ in questa terza sezione di Asimmetria, Diciassette da Capo d’Orlando (su fotografie di Gabriella Maleti), forse una delle punte più alte e ispirate dell’intera raccolta, che si compie il vero e proprio tentativo di captare, in una sincronia fono-visuale, la matrice simbolica che il linguaggio racchiude in sé.

Il tramite è appunto l’assonanza, quell’ondeggiare fonico della parola che tutto impuramente accende, nell’immediato aprirsi del linguaggio ad una visualità “altra”, più moderna e provocatoria. Ed è in questa nuova direzione che fiammeggia la forza immaginativa ed emozionale della Bettarini: “lenti specchi – lentamente sponsali/mentre latente si dilata/(macchina) la macchina della luce/le sue macchinazioni/ su morti cristalli(Cristalleria scura nella vetrina con macchie di luce in fondo). Le sibilanti assonanze delle sillabe prendono coraggio, s’impennano sul limitare del senso per ribellarsi al ritmo e alle sue venature, come se le immagini evocate facessero implodere in esse il rumore senza fondo della lingua.

Mariella Bettarini come tutti i grandi poeti, entra ed esce dall’abisso della parola con una straordinaria leggerezza di tocco: nei suoi versi il compiersi del ritmo non è mai l’atto primario che presiede la strana materialità della poesia ma, sempre e soltanto, funzione e punto di fuga della parola poetica. Per questo l’assonanza diviene liberata, perché resa unità autonoma, motrice, di un modulo ritmico snaturato ed essenzialmente arbitrario.

Un continuum verso-immagine-suono che diviene punto ipotetico semovente, sulla grande parabola del linguaggio e del suo “ritmico boato”. Una poesia coraggiosa, dunque, quella della Bettarini, poiché rappresenta il luogo dove brucia una grande forza espressiva, quella della vitalità stessa sorpresa nel suo sforzo di esistere. Asimmetria testimonia appunto il disperato farsi di questo sforzo: scrivere è infatti il segno continuo che separa e unisce insieme qualcosa, il dolore felice, se si vuole, di essere capaci di percepire l’armonia dissonante della memoria, intenta ad essere, realmente, lucido fardello-gioco-dolore. Essere è però soprattutto esserci, anche nell’asimmetria di una mai placata disperazione, nella luce amara di una memoria che si perde, per attrito con il buio. Solo il senso della perdita può far sì che la caduta possa trasformarsi in volo e, nell’oscura trasparenza della poesia, questa caduta è necessaria.

Cadere è, in questi versi così dolenti, apprendere e aggrapparsi all’esistente, ferirlo e ferirsi, per scegliere la poesia come il segno dei tanti dolori pericolosi ma necessari “come enigmi che pungono/ quietamente/ le memorie…”.

_________________

(Articolo già apparso in Vernice, Rivista di Formazione e Cultura, Anno II, n. 4/5, 1996)

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10 pensieri riguardo “Asimmetria o dell’assonanza liberata: Mariella Bettarini e l’armonia dissonante della memoria

  1. SI SEGUO E AMO I VERSI DI MARIELLA BETTARINI DA OLTRE 30 ANNI E POSSO CONFERMARE CHE E’ DI UNA SENSIBILITA’ E COMPLESSITA’ UNICA…PRODUCE PENSIERO E CREATTIVITA’ IN OGNI COSA…

  2. “Il tramite è appunto l’assonanza, quell’ondeggiare fonico della parola che tutto impuramente accende[…]”
    Antonella già in quest’articolo del 1996 aveva l’impurezza critica nel sangue. 🙂
    Sonia Caporossi

  3. L’ho letta poco, ma sono anch’io colpito dalla leggerezza della tragicità, la sua lirica mozartiana e “pesante”(significati di peso) come in parte suggerisce questo articolo, molto empatico. È bello constatare come questi incontri fra autori-lettori o lettori-critici-recensori siano sempre incontri di anime, nel senso nobile, spirituale. Concludo la breve digressione, che è anche lode per le utili occasioni offerte da “critica impura”: così si capisce anche l’amore per la creazione letteraria, o semplicemente l’espressione verbale e concettuale. Qui insomma, se volete, si trovano momenti di completo relax intellettuale. In questo caos quotidiano saturo di cose e tecniche è ok!

  4. Carissima Antonella, riletto a distanza di tantissimi anni, questo tuo saggio è ancora più vivo ed intenso. Ne sono davvero commossa! Non so se merito tutto questo…
    La tua “empatia” critica è straordinaria, veramente. Grazie dell’inaspettato, rinnovato dono e dell’accoglienza. Un abbraccio da Mariella

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