Iudicare aude! Quer pasticciaccio brutto dell’Affaire Ostuni

Eric Drooker, "Censorship"
Eric Drooker, “Censorship”

Di SONIA CAPOROSSI e ANTONELLA PIERANGELI

L’affaire Ostuni e la pochezza della teologia negativa carofigliesca

Iudicare Aude!

(Il Kant che è in ognuno di noi)

Er pasticciaccio è presto detto. Come ormai purtroppo si sa, Gianrico Carofiglio ha citato in giudizio Vincenzo Ostuni, poeta ed editor di Ponte alle Grazie perché, come scrive Nazione Indiana, a luglio, su facebook, quest’ultimo ha fornito un giudizio critico poco lusinghiero de Il silenzio dell’onda, romanzo carofigliesco in concorso al passato Premio Strega, descrivendo lo stesso come “un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di ‘responsabilità dello stile’, per dirla con Barthes”.

Nazione Indiana, Micromega (in un illuminante articolo di Paolo Flores D’Arcais), Poetarum Silva e tutti i principali lit – blog e culture – blog  italiani hanno sostenuto e stanno sostenendo moralmente Ostuni in queste ore (si veda anche l’Affaire Ostuni); e lo stesso facciamo certamente noi, non certo per presenzialismo, quanto perché riteniamo la libertà di critica un diritto fondamentale non solo, com’è ovvio, sancito dalla Costituzione italiana, ma anche contemplato fra le libertà fondamentali dell’uomo in tutte le democrazie liberali moderne e contemporanee.

Ora, gli intellettuali che hanno armato battaglia contro la querela carofigliesca, hanno già ampiamente citato Farhenheit 451 di Bradbury, la Costituzione, la libertà di parola, di stampa, di pensiero ed espressione; noi, per il piccolo tramite del nostro blog di nicchia, vorremmo riallacciare il discorso di diritto alla radice filosofica kantiana: metti caso che il buon vecchio boccoluto di Könisberg possa fare di nuovo lume in tempi di revisionismo dell’Aufklarung… A questo fine, concedetemi un piccolo e noioso panorama a chiarificare le prospettive, prima di trarre le conclusioni opportune.

Ricorda Wikipedia, la quale senza la libertà d’espressione non sarebbe mai nemmeno nata, che “Secondo il Diritto Internazionale, le limitazioni alla libertà di parola devono rispettare tre condizioni: devono essere specificate dalla legge, devono perseguire uno scopo riconosciuto come legittimo ed essere necessarie (ovvero proporzionate) al raggiungimento di quello scopo.”

La libertà di critica è riconosciuta, come parresia positiva in senso platonico, anche dall’Art. 21 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948), tutela morale e materiale dell’autodeterminazione umana contro ogni forma di pasoliniano “nuovo fascismo”: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”, a cui la Costituzione della Repubblica Italiana del 1948 e quella della Repubblica Federale Tedesca del 1949 hanno aggiunto il divieto democratico di imporre “qualsiasi censura”. Anzi, in questo senso, in base al corollario dell’articolo 13 della Costituzione italiana, che prevede l’inviolabilità della libertà personale tanto fisica quanto psichica, con la querela ricevuta a subire violenza e danno sarebbe forse (o sbaglio?) Ostuni stesso. Fermo restando che, in sede di Cassazione, è stato peraltro stabilito che “la critica può esplicarsi in forma tanto più incisiva e penetrante, utilizzando anche espressioni suggestive, quanto più elevata è la posizione pubblica della persona che ne è destinataria” (Cassazione, Sez. VII, n. 11928/1998; n. 3473/1984). Come dire: scrittore famoso avvertito, mezzo salvato.

Specificamente, la libertà di pensiero ha da esercitarsi attenendosi strettamente, come uniche limitazioni, a tre requisiti fondamentali: la veridicità, la continenza e l’interesse pubblico dei fatti riferiti. Ora, per porre fine a qualsiasi contenzioso non dico legale, ma almeno logico e di buon senso, analizziamo la presenza o meno dei tre requisiti nella frase incriminata di Ostuni.

Primo, la veridicità. Se Carofiglio dalle parole di Ostuni ritiene leso il proprio onore nel senso della dignità personale come quando si manifestano ingiuria e diffamazione conclamate, sbaglia. E sbaglia perché all’interno del diritto di critica, in specimine letteraria, non può darsi come verità assoluta alcun giudizio in quanto il critico, come osservatore heisenberghiano, dal suo punto d’osservazione influenza crassamente l’oggetto criticato modificandone lo stato. Proprio questo difetto di scientificità reca in sé il germe della bellezza e della pregnanza della critica che noi, per conto nostro, ci ostiniamo bellamente a definire “impura”; e proprio questo difetto di scientificità empirica ne determina lo statuto e la condizione di significanza meta-artistica: il mettersi in gioco e in discussione si palesa come un modus essendi dell’esercizio della critica in quanto sana vitalità, non bieco vitalismo, e proprio il fatto che tu, tu e tu possiate avere un’opinione differente da quella che qui, ad esempio, io stessa sto esprimendo, non mi induce al suicidio per carenza di ragione: mi induce al gaudio per ricchezza di ragioni. Ora, Ostuni potrebbe essere anche il peggior critico del mondo ed avere, sul libro di Carofiglio, torto marcio (cosa improbabile); ciononostante, Carofiglio, mentre il critico s’esprime, non dovrebbe financo fiatare e, solo dopo che Ostuni s’è espresso, mettendo il campo il medesimo diritto di cui sopra, molto semplicemente, più o meno in serenità, può, se vuole, replicare.

Ergo, e uno, la diffamazione non sequitur.

Secondo, la continenza. Già altri hanno notato come i termini utilizzati da Ostuni (il libro “letterariamente inesistente”, lo scrittore “scribacchino mestierante”) non siano da ritenersi oggetto di vituperio o ingiuria in alcuna posa nei confronti della “persona” Carofiglio, in quanto trattasi puramente di nature naturanti semiotiche, soggette cioè, in primis, al significato immediato del dizionario; in secundis, dotate di una valenza ragionativa in fieri tipica della comunicazione, dello scambio e del dibattito (al cui interno si contempla persino la satira), valenza derivata dall’onere di significanza critica che quelle parole detengono, significanza che in se est et per se concipitur. Ancora una volta, un qualsivoglia usus linguistico pur colorito, laddove usato in sede pertinente, non può essere in alcun modo accusato di diffamazione o violazione della persona fisica o morale dell’accusatore, essendo l’onere di significanza sotteso a tale usus di natura puramente estetico – critica e, quindi, continente per natura, se pertiene ad una ed una sola semiosfera, quella del giudizio estetico in senso kantiano.

Ergo, e due, l’incontinenza non sequitur.

Terzo, l’interesse pubblico. Un libro è pubblicato per pubblico interesse, una critica si manifesta come tale per lo stesso motivo. Non c’è su questo piano molto da dire: a chi non interessa, neanche viene in mente di leggere il libro, di leggere la critica; e se pure la legge incidentalmente, in quanto pubblicata su facebook, come l’ha letta, se poco gli cale, se ne dimentica. Su questo piano, la parola scritta di Carofiglio e quella di Ostuni pari sono. Io stessa, a volte, a certe esternazioni letterarie e critiche preferisco Topolino. Tuttavia, il significato più illuminante dell’espressione emerge riflettendo sull’etimo latino, quell’inter-esse, “lo starci in mezzo”, che non solo può, ma deve essere prerogativa del critico in quanto lavoratore di concetti e di parole che si attengono strettamente al textus criticato. Al textus e solo al textus, infatti, il vero critico deve far riferimento quando anche solo emette un peto verbale; perché è al textus e solo al textus che il critico letterario deve “stare in mezzo”. Tutto il resto è bieca polemica fatta per sollevare polverone, non ci stancheremo mai, noi critici impuri, di ripeterlo. Qui Ostuni emette un giudizio di pubblico interesse (o disinteresse, il ché è lo stesso) su un libro che a sua volta può o non può interessare. Il disinteresse pubblico non risulta necessario né tantomeno sufficiente all’accusa.

Ergo, e tre, non sequitur.

Ora, appare palese come l’aberrante comportamento del senatore e magistrato Gianrico Carofiglio vada a ledere ciò che Immanuel Kant definiva libertà di pensiero nei termini della cosiddetta “capacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro”; ma non quella di Ostuni, no signori: la mia, la tua, la vostra, quella di tutti. Perché Carofiglio, come sembra, appare voler suggerire ad Ostuni, ai critici ed ai lettori tutti in quanto tali che cosa debbono pensare di sé e del suo libro in una sorta di teologia negativa dell’intoccabilità letteraria: “io non ti dico che cosa devi pensare della mia opera e della mia persona come scrittore, però ti dico che cosa comunque non ne devi pensare: e cioè non ne devi pensare male”. Che la pretesa di Carofiglio risulti, pur surrettizia, quantomeno sproporzionata “al raggiungimento dello scopo riconosciuto come legittimo”, perché lo scopo di Carofiglio è esattamente quello teologico negativo, risulta qui autoevidente; e, parola di Critica Impura, proprio legittimo in senso etico, logico formale e forse giuridico quello scopo non è.

SONIA CAPOROSSI

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Silenzio, si denuncia: quel pasticciaccio brutto di critica, libertà in agonia e polvere di tribunale…

Un’epoca che non possiede critica è anche un’epoca in cui l’Arte è immobile, ieratica, e confinata alla riproduzione di tipi formali, o un’epoca che non possiede Arte del tutto.

Oscar Wilde 

Per il pensare e il dire non s’impicca nessuno

Proverbio toscano

Nulla ci viene più risparmiato, nemmeno l’ultimo oltraggio: scrittore cita in giudizio poeta per averlo definito “scribacchino mestierante” ed aver osato riferirsi alla sua ultima fatica con l’epiteto di “letterariamente inesistente”. Un fantasma si aggira dunque nelle agorà virtuali e non, agitando le catene – almeno fino al momento in cui scatteranno, intorno agli emaciati polsi, un bel paio di manette – quello, di bunuelliana memoria, della LIBERTA’.

Di fronte ad una tale ridicola ma anche agghiacciante parabola letteraria, e direi anche di fronte al caso umano, è d’obbligo fermarsi a riflettere: si può arrivare a citare in giudizio una critica negativa e il suo autore? Si può essere tanto ferocemente stolti da non accettare con ironia (o al massimo con un’ anonima quanto salutare rigatura di macchina dello stroncatore) una stroncatura, appetitoso cibo dell’intelligenza, genere letterario pochissimo praticato nell’Italia delle recensioni-do ut des?

Anche perché la stroncatura – non sembri una boutade – è paradossalmente anche la più incalzante promozione di un autore, l’epifanizzarsi improvviso di un atto di attenzione nei confronti di tutti i mestieranti (che parola meravigliosa, vorrei tanto che qualcuno mi definisse così!) che affollano le banchine e gli attracchi dei porti letterari italiani.

Mi spiego meglio: analizzare e stroncare un libro significa infatti, ammettere implicitamente che tale libro costituisce un’insidia e un pericolo, insomma che sì è vivo, magari scritto coi piedi ma merita comunque tempo ed attenzione, sia pure per essere demolito.

E dico subito che non entro nel merito ma sono affascinata dal metodo, spietato ed elegante, col il quale il poeta incriminato (e candidato alle patrie galere) ha saputo affrontare, e bocciare, il molosso-colosso figlio del Diritto. E qui non è importante la ragione o il torto, se il libro sia, in effetti, incommensurabilmente insulso o meno. Il punto è un altro: in una cosmogonia servile da conventicola, quale troppo spesso si rivela essere l’universo critico letterario in Italia, è un atto gravissimo affermare che il dissenso, la mancata ovazione con standing,  possano venire perseguiti per legge ed è sinceramente ancora più ridicolo chiedere un risarcimento danni. In che misura poi valutare l’entità del danneggiamento? Quali richieste avanzare? Un milione di euro da devolvere alla LAS (LegaAntiStroncature)?

Il dissenso, la libertà di parola e di espressione sono invece la testimonianza dell’esistenza in vita della vitalità delle idee. Non c’è niente di meglio infatti di un serio confronto culturale, senza sconti e reticenze, per vivificare una letteratura che precipita già nell’agonia se appiattita dal clap clap di una logica da clan o peggio ancora da clowns.

A proposito… Ho qui il Dictionnaire des injures littéraire di Pierre Chalmin (L’ Éditéur 2011). Ecco qualche esempio di stroncatura mai accompagnata però da tristi ingiunzioni tribunalesche.  Dalì di Aragon: “Così tanto arrivismo per arrivare a così poco”. Nabokov su Conrad: “Non sopporto lo stile da negozio di souvenir, le navi in bottiglia e le collane di conchiglie dei suoi cliché romantici”.  Per Jules Renard, George Sand era “la vacca bretone della letteratura”. Céline così apostrofava Françoise Sagan: “Un fenomeno pubblicitario! Una servetta degenerata”. E ancora Walter Benjamin su Baudelaire: “Riunisce in sé la povertà dello straccivendolo, il sarcasmo del mendicante e la disperazione del parassita”. Cartesio, quello del Cogito ergo sum, era “inutile e incerto” per Pascal e “un felice ciarlatano” per Voltaire.

A questo elenco aggiungo anche la peggiore di tutte, l’autostroncatura di Alessandro Manzoni che, proprio mentre preparava l’edizione definitiva dei Promessi sposi, scrisse un saggio contro il romanzo storico, vale a dire contro se stesso…

Purtroppo oggi in Italia manca veramente l’umiltà e il senso stesso dell’indipendenza del pensiero critico e, se le cose vanno in questo modo, le recensioni saranno presto destinate a diventare quasi tutte (ma con un quasi grosso come un Tir) ammiccamenti ruffiani, imbrogli concordati contro il lettore e con l’editore.

La cosa più triste e umiliante di tutte poi, e questa sì da denuncia e da carta bollata, è che gran parte degli autori recensiti ambiscono purtroppo, per paura dell’impopolarità e del calo dell’Ego, alla vergogna della combine quando invece dovrebbero subire la sola, vera condanna capitale, quella del silenzio. La stroncatura infatti bisogna meritarla.

ANTONELLA PIERANGELI

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19 pensieri riguardo “Iudicare aude! Quer pasticciaccio brutto dell’Affaire Ostuni

  1. completamente d’accordo con Critica Impura! Non posso data la distanza ma sono con voi anche in piazza per la libertà d’espressione. Cercherò di scrivere un commento. Ma esiste un commento per la tentata repressione della libertà di parola da parte di un magistrato?

  2. Appoggio la libertà di espressione, non solo di critica… che vuol dire critica poi? Spiace, anzi fa male, che sia uno scrittore a prendersi così poca cura della libertà, della critica e tutto il resto.

  3. Allora.
    Ho letto.
    Questa storia mi ronza per la testa da un po’ di tempo, e fatico a inquadrarla.
    Una cosa, però, mi pare sicura: che citare chiunque per danni non può in alcun modo (salvo la specificazione di cui, a proposito dei politici, dico più sotto) equivalere a limitarne la libertà, nel senso che chiunque può rivolgersi al giudice – e non a un sicario: a un giudice – per chiedergli se in una tal vicenda abbia ragione (come un attore in genere ritiene) o torto (come può sempre darsi il giudice ritenga, a differenza del sicario appositamente pagato per uccidere).

    Quindi, non credo che inquadrare la vicenda in termini di libertà di critica mutilata sia corretto: la «querela» (che mi pare sia, invece, una citazione per danni in sede civile, e non un’azione penale; ma potrei sbagliare) non comporta la sottoposizione ad alcun tipo di danno né di violenza, perché rivolgersi al giudice, tanto civile quanto penale, rientra nella piena libertà del cittadino, famoso o no che sia, ragionevolmente dalla parte del torto o no che sia.

    Sostenere che la citazione integri la sottoposizione a una violenza significa ritenere impossibile che un giudice possa valutare che Carofiglio – non giudice, ma pubblico ministero: per quel che vale, eh – ha torto.
    Non ci sono abbastanza precedenti, direi, per poter ritenere – come invece nel caso dei moltissimi politici che, invece di querelare i giornalisti in sede penale per diffamazione decidono di citarli per danni, chiedendo cifre gigantesche e giustificando dunque gli editori dei giornali nella loro ipotetica opera di censura preventiva, agita da una posizione di potere, peraltro – che il gesto equivalga a un’intimidazione.

    In secondo luogo, credo che le parole di Ostuni fossero effettivamente pesanti, ma non credo che sia il caso di farne l’esegesi.
    Non perché non le condivida – non ho letto il libro di Carofiglio, perciò non posso dirne niente – ma perché mi pare evidente che intendessero univocamente significare che il libro non gli è affatto piaciuto, e che a scriverlo non uno scrittore (che si supporrebbe essere dotato del talento e della maestria) ma «uno scribacchino mestierante».
    Comunque la si voglia interpretare, la frase – anche se arricchita del riferimento a Barthes e alla questione della responsabilità dello stile – è indubitabilmente dispregiativa del lavoro di Carofiglio.

    Non credo nemmeno che si possa definire una frase particolarmente «continente», perché dire di uno scrittore che egli è, invece, uno «scribacchino mestierante», ancorché non in toto, ma semplicemente in relazione a una sua singola opera, significa utilizzare un’espressione forte.

    Scribacchino, dice un dizionario etimologico online, significa «scrittore di inette cose».

    Mestierante, secondo il vocabolario Treccani online, è un termine che viene riferito a «chi esercita la propria attività, specialmente un’arte o una professione, abbassandola al livello di mestiere, o per *imperizia*, o perché *mosso da interesse esclusivamente economico*, o, nel caso di un’arte, perché la riduce a *puro esercizio tecnico*».

    Non sono termini «continenti», a me sembra.
    Se si riferissero al solo libro, potrebbero esserlo. Ma si estendono alla persona, definendola «mestierante»: e questo non è critica letteraria.

    Però, con tutto questo, a me sembra brutto che per reagire a una presa di posizione anche aspra e magari sopra le righe uno scrittore scelga di trasferire la questione in un’aula di tribunale, dove effettivamente ci si dovrà interrogare sull’esegesi delle parole, sul senso dei costrutti, sulla solidità delle argomentazioni.
    Carofiglio poteva reagire in modo diretto, sì, invece che cercare la mediazione del magistrato.

    Ma onestamente, per quel che ne vedo, non mi sento né di porre la questione in termini di libertà costituzionali come vedo fare, né di porre la questione in termini giudiziari, come ha fatto Carofiglio, chiedendo peraltro una cifra micidiale.

    Ecco. Ho detto quel che pensavo.
    Mi sono fatta altri amici.

    Se poi c’è davvero un non sequitur, a chi la si impone, l’autocensura?
    Non ne uscirà niente: dunque chi può essere intimidito da un’azione civile che finirà in niente?
    Lo so: c’è un avvocato da pagare, spese da sostenere. Ma se il giudice darà torto a Carofiglio, le spese le dovrà pagare lui per entrambi; spessissimo succede così.

    Ingiuria e diffamazione sono due cose diverse, poi.

    Sul fatto che la diffamazione non esista nella critica letteraria sono d’accordo; però non sono sicura che dire di uno scrittore che è uno «scribacchino mestierante» sia una critica che non si estende all’uomo.
    Non sono sicura, dico. Che vuol dire veramente «non sono sicura», e non che ho una certezza di qualche genere sul punto.
    Ma la questione non si sposta di molto, nel senso che – come dicevo sopra – la questione poteva essere affrontata senza la mediazione giudiziaria.

    Di sicuro, per quel che riesco a vederne da qua, non mi sembra che la questione delle libertà costituzionali sia del tutto pertinente.
    Ma forse sono solo scottata dalle sconcertanti prese di posizione a proposito del caso Sallusti.

    Mi dicevi su Facebook, Sonia: «Perché io non posso avere la libertà di dire che Erri De Luca quando versifica è uno scribacchino e pure senza mestiere, scusa?».
    Io penso che tu possa. E penso che lui ti possa citare in sede civile, o querelare in sede penale, senza che questo significhi che tu debba esserne intimidita.
    Ce l’hai, eccome, la libertà di dirlo.
    Lui ha la libertà di incazzarsi e di rivolgersi al giudice, per quanto a me e a te possa non piacere.

    «Da anni la querela» (no: la citazione civile) «è diventata un’intimidazione», scrivi.
    Sì.
    Ma qui entra in gioco un altro paio di fattori.
    Uno è il fatto che nell’esercizio delle funzioni di critico, in questo caso manca un editore che sia in grado di dire al critico «ehi, non scrivere, perché sennò gli scrittori mi lasciano in mutande e mi mangiano pure le rotative». Manca il censore che agisce da una posizione di potere, insomma.

    Un altro fatto è che l’etica professionale – tanto più, a seguire il tuo ragionamento, sapendo che la citazione finirà in niente – può ben essere sufficientemente forte da consentire al critico di continuare a scrivere esattamente ciò che crede di qualunque opera.

    Una terza questione riguarda il fatto che non ho sentito molte voci a sostegno della scelta di Carofiglio. Questo mi fa pensare che l’intimidazione – quand’anche potesse essere considerato un effetto collaterale della pratica ancora assai poco diffusa di citare per danni, da scrittore, un critico letterario – non abbia molte chance di cogliere nel segno.

    1. “Sostenere che la citazione integri la sottoposizione a una violenza significa ritenere impossibile che un giudice possa ritenere che Carofiglio – non giudice, ma pubblico ministero: per quel che vale, eh – ha torto”. Il contrario, significa ritenere che probabilmente la violenza la perpetra lui per un non sequitur che impone una forma di autocensura, ma di questo discuteranno eventualmente in sede giuridica, sono beati fatti loro. A noi interessa puramente la questione etica sottesa al casus.
      La continenza che tu non consideri tale si riferisce a relativa ingiuria e diffamazione in seconda istanza per quanto ho scritto sopra. Ed è appunto un non sequitur. Perché in critica letteraria non si applica, in quanto giudicando non si colpisce la persona, ma la scrittura in primis e forse, per suo tramite, l’uomo non in quanto uomo, ma in quanto scrittore.
      Il fatto è che Ostuni stava esprimendo un giudizio legittimo, come legittima è la querela,perché poi ripeto, se la vedranno in sede giuridica. Ma hai ragione, la cosa poteva e doveva risolversi fuori dal ricorso alla legge, in un bello o brutto scambio di opinioni anche accese. Il problema è che mentre un critico può da sempre scrivere tutto di tutti, specialmente oggi, laddove la peggiore cagata vede plauso da parte di critici che in realtà molto spesso, per acriticità patente sembrano agenzie stampa dissimulate, al contrario la critica spassionata va tutelata, perché è bene divenuto raro, molto raro. Come del resto la buona letteratura. Perché il critico spassionato non scrive le fascette di cui campano certi scrittori. Non so se mi sono spiegata.
      Grazie Federica.
      Sonia Caporossi

  4. E’ il contesto in cui è avvenuta la questione a destarmi più inquietudine. Effettivamente il facebook sta diventando una cosa carica di importanza.
    questo pensavo. se tutto quello che viene detto qui, significa che ha un valore maggiore, perché si presuppone detto con una certa noncuranza, tanto da ritenere questa noncuranza un portato di autenticità, allora è la nostra noncuranza autenticità a essere posta in questione. ( mi sono spiegata malissimo), ma quando si riportano i virgolettati dal facebook su un articolo di giornale, il politico tale ha scritto sul facebook che… ecco questo sembra voler dire che ha detto qualcosa in un contesto non credibile che però implica una certa verità maggiormente credibile.

    Isabella Carllizzi.

  5. molto giusto, l’articolo, anche “tecnicamente”. E la Cassazione è andata molto oltre: “Non sarebbe giuridicamente né logicamente corretto sostenere il prevalere del diritto all’onore ed alla reputazione sul diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero pure in chiave critica anche in presenza di capacità lesive estremamente ridotte, tali, quindi, da non giustificare in nessun caso detta prevalenza; invero, qualunque critica che concerna persone è idonea a incidere in qualche modo in senso negativo sulla reputazione di qualcuno e, tuttavia, escludere il diritto di critica ogniqualvolta leda, sia pure in modo minimo, la reputazione di taluno, significherebbe negare il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero; pertanto, il diritto di critica può essere esercitato utilizzando espressioni di qualsiasi tipo, anche lesive della reputazione altrui, purché siano strumentalmente collegate alla manifestazione di un dissenso ragionato dall’opinione o comportamento preso di mira e non si risolvano in un’aggressione gratuita e distruttiva dell’onere e della reputazione del soggetto interessato” Cass.10125/2011

  6. Penso che anche nel panorama editoriale italiano e internazionale tendano a rafforzarsi delle vere e proprie lobby di potere, in cui attraverso una serie di leve di Archimede, di un certo modo di vivere il proprio status, l’appartenenza a un certo ‘jet set’, che sia quello di chi scrive come autore o come critico, a questo punto, poco importa. Questa tendenza sta diventando qualcosa che ammorba il presente letterarrio, non ‘arricchisce’ nè di contenuti nè di stile il proprio lavoro o la propria passione, che se fatta in modo onesto e con talento, col tempo e con un pò di tenacia e perchè no anche di fortuna, porta con sè le sue soddisfazioni. Ma accade che la vetrina della comunicazione digitale, massmediale, dell’apparenza pubblica finisca per diventare una specie di termometro di qualità irrinunciabile, per cui c’è la corsa al consenso o comunque a piacere a tutti i costi. E chi ha già raggiunto certi traguardi di visibilità o di ammirazione mal sopporta dissensi, specie se espressi in modo estremamente duro. Il valore di qualunque critica d’altra parte è altrettanto criticabile o non condivisibile rispetto la produzione di un’opera letteraria o artistica, ma sempre sul piano della dialettica. Certo affrontare la dialettica della critica con lo strumento della tutela giudiziaria mi pare una scelta soggettiva tutta da verificare non astrattamente ma in concreto. Cioè se la critica è letteraria, se è motivata e non diffamatoria, se dà ragione del proprio punto di vista e non si limita ad esprimere fumosi e gratuite opinioni, finache offensive, non può che far bene al panorama del presente letterario. Penso che gli autori, anche ‘famosi’ devono accettare anche giudizi di dissenso sul presunto consolidato talento. Ma certo anche la ‘casta’ dei recensori, talvolta opinionisti tuttologi, dovrebbero smettere di pontificare in modo anche grossolano, utilizzare una stile inattaccabile, cioè tecnico, mirato a dare ragione della propria opinione in modo un pò più serio.

  7. Mi trovo in sintonia con le considerazioni di Federica, che almeno un amico se l’è fatto 🙂
    E senza nulla togliere all’articolo delle “critiche impure”, le cui analisi sono sempre molto approfondite e articolate (e vorrei sottolineare che la qualità degli articoli, nei blog, deriva spesso anche dalla qualità dei commenti e dei corollari che si sviluppano di conseguenza). E qui si arriva a un altro punto interessante, a proposito di commenti: l’uso di facebook per esternare un’opinione (non la chiamerei tecnicamente “critica”) e il fatto che un quotidiano vada a pescare proprio da lì questa opinione (chiamiamolo sfogo a caldo) e la trasformi in notizia e dunque in casus belli.

  8. – E ancora Walter Benjamin su Baudelaire: “Riunisce in sé la povertà dello straccivendolo, il sarcasmo del mendicante e la disperazione del parassita”. –
    Mettere questa tra le ingiurie letterarie… è una piccola stramberia… .

    La domanda è: la letteratura perderebbe qualcosa perdendo (questo libro di) Carofiglio? Se la risposta è “NO”… V. Ostuni ha detto la verità: “letterariamente inesistente”…

  9. Vorrei specificare che noi abbiamo utilizzato il termine critica nel senso lato, per poi restringerlo, man mano che il campo d’analisi si delineava, al contesto letterario. Critica in questo senso è anche la frasetta pubblicata su facebook.
    Certo, la fenomenologia mediatica del casus belli è anch’essa preoccupante e costituisce, a sua volta, un pericoloso precedente.
    Questo è certo l’elemento più urgente da approfondire, a mente fredda, adesso.
    Anche a me capita ogni tanto che qualche addetto ai lavori intercetti una mia frase gettata lì, in modo più o meno estemporaneo, la faccia assurgere al valore pregnante di critica letteraria o filosofica tout court e addirittura ci scriva sopra un trafiletto o la inserisca in un articolo più ampio. Ma ogni volta che è successo, l’autore mi ha chiesto prima l’autorizzazione oppure, appena pubblicato, mi ha chiesto di controllare se all’interno dell’articolo fossero corretti il senso ed il contesto dell’estrapolazione.
    Quanto al fatto, come sostiene Federica, che la frase di Ostuni nei suoi termini accesi sia “dispregiativa del lavoro di Carofiglio”: e quindi? La stroncatura mette sempre certamente in atto un dis-prezzo. Ma siamo o non siamo consapevoli che se passa questa cosa tutti gli scrittori potranno sentirsi autorizzati a citare in giudizio un eventuale critico (ad ogni livello e in ogni contesto) sentendosi legittimati al risarcimento di offese a gradazioni variegate?
    Siamo o non siamo consapevoli che ciò può determinare a lungo termine la morte conclamata della critica, già peraltro agonizzante all’interno dei sistemi di potere mediatico ed editoriale in cui da decenni si crogiola, paga dello stipendio?
    Lasciamo lavorare la giustizia, i termini della diffamazione e dell’ingiuria sono noti alla Legge. Carofiglio è libero di denunciare o querelare, Ostuni di difendersi. Ma a noi sembra lo stesso un pericoloso precedente, che poteva risolversi in ben altro e più civile modo.
    Sonia Caporossi

  10. Scusa Sonia, ma dopo aver visto il video della manifestazione di ieri davanti al commissariato der pasticciaccio sospendo ogni giudizio sulla questione… Quello che sottolinei tu è gravissimo, ma anche questa roba qui mica scherza… siamo all’intimidazione vs. intimidazione.

  11. Mah! Simone, tu lo sai che noi di Critica Impura non amiamo far gruppo proprio per questo, perché poi facilmente si scende dal piano di serietà od ironia scrittorii e si devia in goliardia perifrastica spesso inutile e dannosa…
    Una firma ce l’abbiamo messa per la causa e l’ideale, perché ci sembra di dover difendere non tanto Ostuni in sé, quanto un principio sacrosanto; io tutta questa controintimidazione nel video non ce la vedo, vedo uno sparuto gruppo di persone, fra cui riconosco Gabriele Pedullà, Emanuele Trevi, Andrea Cortellessa, lo stesso Ostuni ed altri, con dei foglietti in mano mentre espletano il proposito preannunciato ai giornali deviando a tratti nella straparola ironica.
    E’ una mezza savianata, sì. Su quello non ci piove.
    Sonia Caporossi

  12. Io vedo un gruppo di scrittori e critici che giudica un altro scrittore dileggiandolo – un tribunale del popolo (anzi, della critica), per rimanere in ambito giuridico?

    1. Ma infatti era prevedibile che diventasse una piazzata. Se ci si limitasse entro l’alveo del buon senso non succederebbe nulla. Invece, forti della piazza e del numero (seppur scarso), giù battute e dileggio…
      E’ stata una savianata. Non perché Saviano faccia battute o operi dileggio, anzi, è pure troppo serio. Ma perché spettacolarizza qualsiasi fonema che profonde. Ormai il mondo letterario italiano s’è savianizzato del tutto, come si evince da qua.
      Ciò però non toglie che il principio della libertà di espressione critica sia sacrosanto e vada difeso a tutti i costi contro ogni forma di intimidazione e contro ogni tentativo di soverchieria.
      Certo, io ad esempio per difenderlo preferisco l’argomentazione scritta, non i flash mob. Ma si sa, io passo per snob.
      Sonia Caporossi

  13. Io ho un dubbio.
    Eppure ha messo in moto un precedente, l’ego di Carofiglio. Si aprirà una pagina legislativa con il suo nome (magari) e si stabiliranno le procedure e gli strumenti critici della cultura democratica del leggere male e del leggere bene. E alla fine, ci saranno memoriali di venti tomi e i giudici ne vorranno sempre più, la nuova massa critica – la massa implosiva che esercita nelle camere di risonanza dell’io (non è mia, cito Colombati) dissolverà i già ridotti lettori forti a colpi di tribunali? E’ questo quello che desiderava Carofiglio?
    Forse Ostuni avrebbe dovuto argomentare maggiormente la sua critica, riconosco il dubbio. Ma uno scrittore non ha a sua disposizione una scatola d’attrezzatura verbale per ribaltare ogni critica verso la sua pubblica opera? Non è questo il valore di uno scrittore, rielaborare la parola, schiavizzarla perfino, rendersi irriverente e riformare ogni cosa nel mondo della SUA parola? E riconoscere di avere ancora margini di miglioramento, di crescita. O è questo il precedente da creare a suon di noiosissimi tribunali e cavilli normativi: la legittima difesa dal patrimonio del dubbio.
    Comunque vada, il libro di Carofiglio ha la sua bella fetta d’attenzione, e non tutti ricordavano il titolo. Me compresa.

  14. “Comunque vada, il libro di Carofiglio ha la sua bella fetta d’attenzione, e non tutti ricordavano il titolo. Me compresa.”
    Io non l’ho letto e continuo a non ricordarlo. E’ proprio questo il punto.
    Non il libro, ma Carofiglio stesso, e con lui Ostuni di controbalzo, ottengono attenzione da tutto ciò. E’ una conseguenza inevitabile della baraonda suscitata. Ma a che porta? Cui prodest?
    Il problema è proprio questo, mi si conceda un paragone iconico del cazzo, letteralmente: la letteratura oggi è circoncisa, il prepuzio che emerge è il contesto polemico e la pelle, il textus, che pure è ciò che dovrebbe primariamente comporla, viene con parvenza sacrale gettato via. Chi se svantaggia è certamente, in tutto questo, la letteratura.
    Che paragone, eh?
    Sonia Caporossi

  15. Ora la sparo grossa: in fondo cosa lega Raffaele Sollecito e Amanda Knox a Vincenzo Ostuni e Gianrico Carofiglio? Tanto casino per vendere dei libri. E anche qui c’è una vittima: la letteratura. Faccio una previsione: tra qualche mese uscirà un libro di Ostuni sul diritto di critica. Chi scommette?

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