Vecchia SSIS, nuovo TFA e concorsone a cattedre per abilitati: un trilemma irrisolto

Concorso a cattedre
Concorso a cattedre

Di SONIA CAPOROSSI

Ho letto proprio ieri l’articolo di Christian Raimo sul blog di Minimum Fax dal titolo: “Chi sta prendendo per il culo il ministro Profumo?”

Avrei una serie di integrazioni e notazioni da fare per avvalorare e completare il senso dello scritto raimiano, che si riferisce al concorsone a cattedre per docenti abilitati già presenti nelle Graduatorie ad Esaurimento previsto per ottobre. Sarà un intervento che già prevedo controverso, perché non accondiscendente con l’intera mia categoria lavorativa; non populistico, insomma. Da dove cominciare? Partiamo dall’argomento concorso e torniamo al discorso relativo alla defunta SSIS e al nuovo TFA.

Come chi lavora nella scuola da un po’ sa bene, l’ultimo concorso a cattedre svolto risale a tredici anni fa, la cui graduatoria di merito ancora non si è esaurita (o almeno, non per tutte le classi di concorso) a causa di un probabile, come credo, sovrannumero di posti messi a disposizione all’epoca rispetto alla necessità contestuale nei luoghi e nei tempi.

Nel frattempo, in attesa dello smaltimento di quella graduatoria, nacque la SSIS, Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario, che è durata nove cicli per nove anni, e che dopo due anni di corso ordinario faceva accedere chi riusciva ad entrarvi ad un esame di Stato in piena regola per il conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento, nonché all’iscrizione nelle Graduatorie Permanenti, in seguito, da Fioroni, trasformate a esaurimento; il ché vuol dire che vennero chiuse, a sentir loro, per evitare che non finissero mai, in attesa di smaltirle col giusto raggiungimento del ruolo; in realtà, significa che fanno venire l’esaurimento nervoso a chi vi permane per un tempo indefinito. Ma andiamo avanti.

Ora, occorre notare bene che chi ha frequentato la SSIS, un concorso di Stato l’ha già fatto, anzi due: un esame per entrare nei corsi a selezione e numero chiuso, tramite un test preliminare a risposta multipla e, superato eventualmente quello, in seguito alla prima scrematura, tramite altre prove scritte successive relative alle proprie materie di insegnamento (inutile dire che, per ottenere l’ingresso, andavano superate tutte); e, dopo due anni di corsi, esami, tesine e tirocinii presso scuole pubbliche convenzionate, un esame per uscirne, con verifica non solo delle conoscenze ma anche delle competenze didattiche e sociopsicopedagogiche (più o meno) acquisite, con tesi finale e simulazione di lezione.

Dunque, il punto fondamentale della questione a me sembra molto semplicemente questo: gente che ha fatto ben due esami di Stato a concorso, uno per entrare nella SSIS, uno per uscirne, deve avere accesso al ruolo senza ulteriore concorso, perché ne ha fatti già due.

Questo è l’elemento, di pasta eminentemente logico – formale, che sfugge all’attuale classe politica. Il concorso per docenti già abilitati presenti nelle GAE indetto recentemente dal ministro Profumo, insomma, per questo e per altri motivi non solo di giustizia sociale, ma anche di sensus communis, rappresenta un vero e proprio controsenso.

Dunque, si vuole tornare al concorso? E sia. Ma al limite, per non creare una nuova interminabile graduatoria, solo per i nuovi reclutandi, cioè coloro che si abiliteranno con il nuovo sistema del TFA (Tirocinio Formativo Attivo); del quale peraltro, a ben vedere, non si nota la sostanziale differenza rispetto alla defunta SSIS, tanto che è stato messo in mano alle università i cui organismi già erano operativi in forma di Scuole di Specializzazione all’Insegnamento Secondario. Come dire che la Gelmini, creando tutto il polverone del nuovo sistema di reclutamento, faceva solo propaganda per qualcosa di vecchio mascherato da nuovo.

Le SSIS, comunque, non tanto nell’insegnare ad insegnare in sé, quanto nella selezione degli abilitandi, funzionavano abbastanza bene soprattutto nei corsi ordinari, quelli di durata biennale con un esame per entrare ed uno per uscire, ed in questo, evidentemente, ho avuto un’esperienza maggiormente positiva (o negativa, dipende dai punti di vista) rispetto a Christian Raimo e al suo corso A037 (relativo all’abilitazione per insegnare storia e filosofia nei licei). Perché a Roma, almeno nei corsi di materie letterarie A043/A050/A051/A052, fra i quali ho potuto accedere solo ai primi tre mancandomi gli esami di greco per la laurea in lettere moderne e dovendo sorvolare la A037 per la mancanza nel piano di studi di una storia antica per la seconda laurea in filosofia (col ciufolo che ho sborsato soldi per gli esami integrativi!), vuoi perché i professori erano duri, esigenti o matti, vuoi perché magari erano i candidati a non ricordarsi nemmeno il numero di casa, vuoi perché i test erano fatti di merda, c’era effettivamente una fortissima selezione: sbagliando i test o le seconde prove non si entrava, e facendo una tesi o una lezione ritenuta insufficiente non si usciva, come tutti i miei colleghi corsisti d’allora potranno testimoniare. Io personalmente ho incontrato lì fuori gente che era al quinto, sesto, settimo tentativo nei test d’ingresso; e fra gli steccati alla fine del biennio, fra colleghi che contemplavano diversi dottori di ricerca e contrattisti, testimone me, due colleghi di corso. Le cui tesi non erano scritte, a mio giudizio, neanche malaccio.

Non foss’altro che giunse ad un certo punto una specie di condono concesso a tutti, indiscriminatamente tutti quei docenti che, in possesso della sola laurea come titolo di insegnamento per le supplenze brevi, si iscrivevano da anni nelle graduatorie di circolo e d’Istituto (quelle da cui le scuole attingono direttamente per coprire assenze di personale di ruolo o dei docenti abilitati in possesso di contratto annuale a tempo determinato delle GAE, in caso di malattia ecc.). A questi docenti non abilitati, ma solo a quelli che insegnavano da più di trecentosessantacinque giorni sommativi di supplenze brevi, fu concesso un corso SSIS più breve, della durata di un anno solo, senza test d’accesso e quindi aperto a tutti coloro che avessero l’esclusivo requisito dei giorni accumulati di supplenze. Avrebbero dovuto svolgere solamente un esame d’uscita per l’abilitazione, possiamo dirlo, decisamente semplificato rispetto a quello svolto dai corsisti ordinari.

Questi ultimi, infatti, dovevano sostenere un esame su tutto il programma relativo allo scibile umano delle loro materie d’insegnamento; dovevano inoltre strutturare una lezione simulata oltre alla presentazione di una tesina di contenuto didattico e sociopsicopedagogico di tipo scientifico. I corsisti ex lege 143, invece, dovevano strutturare una lezione simulata in forma di tesina a contenuto didattico e sociopsicopedagogico e fare una traduzione dal latino con commento stilistico, o commentare una carta tematica, o fare una parafrasi da Boccaccio. Cioè, né più né meno che ciò in cui di fatto consistevano le seconde prove post test per l’ingresso nella SSIS e l’esame finale del primo anno a carico dei corsisti ordinari.

Ovvio, con questo stato di cose, che gli ordinari non potessero vedere gli ex lege e viceversa. I primi sostenevano che i secondi fossero stati ingiustamente favoriti, i secondi che i primi se la tirassero e che un anno di supplenza accumulato rendeva legittimo il diritto all’abilitazione. Indipendentemente dalla preparazione dei secondi, che in quel modo non poteva essere realmente verificata (e sì che anche fra gli ex lege, per carità, ci sono tantissimi  colleghi che conosco di persona, davvero ferrati e ottimi insegnanti). “Allora, a saperlo,” sentivo mugugnare, “potevamo aspettare tutti di accumulare un anno di supplenze brevi, o no?”. Il problema è che io, in qualità di  rappresentante degli abilitandi dell’area linguistico – letteraria, dovevo riportare al Consiglio d’Indirizzo le lagnanze degli ordinari. Un giorno, durante una riunione, Guattari, presidente e coordinatore della SSIS del Lazio, disse: “vabbè, ma questa è gente che ha famiglia, che deve campare”. Mia madre in quei giorni stava morendo, ed io non potevo nemmeno lavorare per stare al suo capezzale, anche tutta la notte, nella clinica per malati terminali che, fortuna in senso neutro latino volle, si trovava vicina, a Monteverde, dietro la sede della SSIS di piazzale della Radio, concedendomi così di seguire i corsi obbligatori del pomeriggio. E come sempre in Italia allora sì, per carità, volemose bene. Basta che poi non arrivi un governo successivo a parlare di selezione meritocratica, perché allora davvero ti senti preso per il culo.

Questa insulsa guerra fra poveri di cui in me, corsista ordinaria e rappresentante eletta mio malgrado e malvolentieri, permangono ancora le sordide vestigia, sobillava anche il sorgere di diversi fronti all’interno dei professori, i quali, peraltro, per il novanta per cento dei casi, provenivano dalle Università senza la minima preparazione all’insegnamento della didattica delle proprie materie di riferimento, limitandosi a ripetere, in corsi abbastanza superflui come Raimo stesso rileva, i contenuti disciplinari che un povero diavolo laureato dovrebbe già sapere a menadito, riducendo tutta la paventata novità dell’indottrinamento sociopsicopedagogico, alla fin fine, per tutti, ex lege e ordinari, a pura ripetizione di mero nozionismo disciplinare.

Occorre anche tener presente che c’era SSIS regionale e SSIS regionale, e all’interno della stessa SSIS, indirizzo e indirizzo, con professori, coordinatori, livelli di difficoltà, di selezione darwiniana e di pazzia diversi. Ad esempio, molti fra i corsisti ordinari che non passavano i test della SSIS di Roma, per fama molto dura, provavano ad andare a Firenze, a Milano, a L’Aquila, a Bressanone (!), sedi non si sa bene in base a quali principii considerate più abbordabili. Con l’aggravante dei costi aggiuntivi di stanziamento, però tentando l’ingresso altrove, magari ce l’avrebbero fatta. Così, spessissimo, di fatto, andava. Ma allora, con queste differenze e disomogeneità di trattamento fra ex lege e ordinari e fra ordinari di una regione e ordinari di un’altra, come compiere un’adeguata selezione dei futuri docenti, bandiera della politica ministeriale del PD prima e del berlusconismo poi insieme alla meritocrazia? Forse col TFA della Gelmini?!

Fatto sta che quest’imbarcata di abilitati entrò in massa, in tutt’Italia, nelle Graduatorie ad Esaurimento, andando ogni anno ulteriormente ad ingrossare una fila interminabile da smaltire non si sa ancora oggi bene come. Tutt’ora nelle GAE si trovano parcheggiate duecentomila persone e passa. Allora io chiedo, e badate bene, la risposta non la so: che cosa sarebbe stato meglio?

1) Imporre i test d’ingresso a tutti, ammesso che questi fungessero, non come Raimo sostiene ma come per esperienza diretta è parso a me almeno nell’indirizzo linguistico – letterario, da  effettiva selezione, per quanto nozionistici e ridicoli fossero, almeno nei confronti degli eventuali ignoranti conclamati, in modo tale che i colleghi competenti e preparati sarebbero passati lo stesso, ma gli altri no, ed ora, dico con un certo spirito di provocazione categoriale, le GAE non sarebbero ancora così affollate?

2) Trasformare tutte le lauree in abilitanti e buonanotte, bypassando del tutto SSIS, TFA e corsi vari, ma a quel punto, progettare un numero chiuso che funzionasse davvero, in base ai reali bisogni annui di sostituzione dei pensionamenti con un concorso o un’eventuale graduatoria permanente e non più ad esaurimento, ma di dimensioni notevolmente ridotte?

3) Concedere il libero ingresso per tutti, con conseguente intasamento delle liste e precariato cronico fino alla pensione?

Il problema è che esiste una normativa europea che sostiene la reclutabilità in ruolo di qualsiasi pubblico impiegato dopo tre anni massimi di contratti reiterati a tempo determinato, ma in Italia non viene applicata. Pensiamo poi al caso, ad esempio, dell’Olanda, dove dopo la laurea i docenti vengono inseriti subito nelle strutture statali per un anno di valutazione ferocissimo, al termine del quale vengono dichiarati idonei o non idonei allo svolgimento della professione docente. Con obbligo biennale, beninteso, di aggiornamento professionale su contenuti disciplinari e tecnodidattica; e se uno si rifiuta, ti licenziano.

Tutto il resto è storia. Alla fine la SSIS fu sciolta e la Gelmini introdusse proprio i TFA, che sono partiti quest’anno, fra mille polemiche per test ambigui e sbagliati, coprendo il MIUR di una nuova fitta coltre di proteste.

Le quali, secondo me, non dovrebbero scemare tanto presto se, come sembra ed è, il concorso per abilitati che partirà ad ottobre rappresenterà solo una spesa per lo Stato in drammatico tempo di crisi e un atto propagandistico vecchio stampo. Ma non è strano che questi usi siano giunti anche nella prassi dei governi tecnici?

Consideriamo la realtà: di questo concorso non c’era punto bisogno. Esso non fa che rimescolare le carte, spostando i vincitori da un posticino in graduatoria in un altro posticino di un’altra graduatoria, laddove dovranno attendere lo stesso il ruolo non si sa per quanto tempo, mentre coloro che il concorso non lo faranno, perché razionalmente inutile e usuraio, si vedranno scavalcare in posizione dai colleghi più proni e disposti a cacciar soldi; o forse solo più esasperati. Inoltre, l’attuale normativa prevede un reclutamento annuo in base ai posti vacanti e disponibili per il 50% da concorso (il vecchio o il nuovo non importa, purché sia per gli abilitati TFA e non SSIS, come la logica vuole) e per il 50% dalle Graduatorie a Esaurimento. Così è andato il reclutamento per anni: metà dei docenti di ruolo provenivano dalle GAE senza concorso, metà dalla graduatoria del concorso. Ma se fanno ‘sto diamine di concorso per le GAE, non è un controsenso anche legale, oltre che logico, visto che salterebbe il fifty – fifty?

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18 pensieri riguardo “Vecchia SSIS, nuovo TFA e concorsone a cattedre per abilitati: un trilemma irrisolto

  1. molto buono! finalmente qualcuno che ha saputo raccontare esaurientemente in cosa consisteva l’esperienza SSIS. Preciso però che nel Lazio (stessa struttura SSIS) i corsisti ex lege 143 di lettere non sono usciti tutti indenni: per la classe A043-A050 circa 40 corsisti (erano circa 240 in tutto) non presero il titolo. Non parliamo poi della A051, per la quale lo scoglio del latino ha prodotto una vera e propria decimazione.

    1. Hai fatto bene a replicare, i conti alla mano non ce li avevo, ma comunque il discorso “condono” era detto in generale, di principio e su scala nazionale.
      Quella decimazione di cui parli, e a cui di fatto ho assistito dall’altra parte delle barricate nel Linguistico – letterario di Roma, è anche frutto di quella frangia di professori stile “Patton” che ci davano sotto convinti che la SSIS fosse una missione e trattavano ordinari ed ex lege alla stessa stregua.
      Sonia Caporossi

  2. Cara Sonia, concordo sull’inutilità di un nuovo concorso, dal quale peraltro io rimarrei esclusa. Nell’ormai lontano 2003 fui ammessa alla Silsis Pavia, non ebbi il coraggio di presentarmi a Roma, dove le prove erano notoriamente più difficili: a Pavia ero prima in graduatoria (stessi tuoi indirizzi), ma ho abbandonato dopo aver superato due dottorati di ricerca (a Firenze e a Lecce) … costretta ad abbandonare, mentre in tutta Italia si usava congelarla. Sorvolo sulle successive peripezie e vengo all’oggi. Non sono abilitata né all’insegnamento, né alla ricerca, né a mettermi alla prova come archivista-paleografa, ecc. ecc. (di questo passo gli archivi chiuderanno). Probabilmente è giusto pagare quella scelta: potrei svolgere dotti seminari su argomenti specifici, non sarei in grado di “crescere” una classe. Mi piacerebbe, però, che si uscisse un attimo dal proprio particolare e si guardasse alla situazione nel suo insieme, che l’esaurimento nervoso lo fa venire a tutti. Non posso tornare indietro e non mi imbarcherei mai in un TFA, peraltro costosissimo (almeno per me che combatto con i biglietti da dieci), ma non trovo neanche giusto che le competenze si misurino col bilancino dei test … Quello che mi preme soprattutto è sollecitare un blocco comune, contro questi micidiali attacchi ad intere generazioni che si sono investite con passione nello studio della cultura e della storia italiana

    1. Certo, infatti sono solo partita dalla mia esperienza personale per delineare un problema nazionale. Comunque un fatto è che, esclusa la prima prova d’ingresso, non c’era un esame interno alla SSIS ad essere in forma di test. Tranne, forse, solo quello di docimologia, in cui per verificare se eri in grado di creare un test, ti sottoponevano un test (!).
      Ora tocca proprio vedere come si struttureranno i corsi dei TFA.
      Sonia Caporossi

  3. Proposta: abolire innanzitutto TFA &c. utili solo a chi li organizza…
    Bandire Concorsi, seri, validi e onesti…
    Ai vincitori un anno di tirocinio in affiancamento a professori di ruolo.
    Dopodichè assegnazione di una cattedra.
    Penso che questo possa essere un sistema snello, non oneroso, ed equo, ma soprattutto limpido senza farraginose prove e controprove fatte apposta per “buttare tutto in caciara”.

  4. e il mio invito era appunto ad andare oltre la propria per quanto importante “esperienza personale”, per capire che se c’è tutta questa fame la ragione è fuori dalla scuola. Molti come me se avessero altre possibilità non starebbero neanche nelle graduatorie d’istituto. Togli tutti quelli che non hanno esattamente una vocazione all’insegnamento e potrebbero occuparsi molto meglio di altro (biblioteche, archivi, musei, ricerca) e le graduatorie si smaltiscono da sole. Considero poi molto discutibile il fatto che non vengano prese in considerazione altre esperienze formative, che richiedono altrettanto impegno, e che si insista su questi percorsi ad hoc che mi sembrano più che altro un modo di fare cassa .. fossero gratuiti potrei pure capire … (Dora Sperti)

  5. insegno, precariamente, dal 98: qualche ssis può insegnarmi qualcosa? gente che in una scuola media non è mai entrata? secondo punto: ho fatto il concorso del 2000: per matematica nella scuola secondaria di primo grado mi chiedono lo studio della lemniscata di bernoulli: che c’entra? non la conoscono neppure i laureati in matematica. si vuole valutare chi ha più di 2000 giorni d’insegnamento: bene, lo si osservi durante una lezione in classe, senza succhiargli il sangue (già si guadagna poco) e senza rubare due anni della sua vita o un anno di studio inutile. chi è laureato si presuppone che le sue materie le sappia già. il problema è che un precario si paga (se va bene) per 9 mesi l’anno, uno di ruolo per 12

    1. Tutto giusto, tranne due punti:
      1) affermare che nessun corso possa insegnarci qualcosa significa, implicitamente, anche rigettare a livello psicologico e pratico qualsiasi corso di aggiornamento; brutto vizio dei docenti e gran male della scuola italiana. E’ una frase che io per principio non direi mai. Certo che la SSIS, come ho scritto nell’articolo, avrebbe potuto funzionare meglio.
      2) Anche “gente che in una scuola media non è mai entrata” è una frase che non direi. Tra i professori della SSIS, prima di approdare all’università quasi tutti avevano lavorato nella scuola; inoltre i corsisti erano affiancati da docenti coordinatori, provenienti dalle scuole di ogni ordine e grado, che facevano lezione all’interno della SSIS, e da docenti accoglienti all’interno delle strutture scolastiche in cui svolgevano il tirocinio. I sissini, dal canto loro, non è che fossero nell’Olimpo dei bamboccioni, contrariamente a quanto i precari storici si ostinano a voler credere. I corsisti ordinari e gli ex lege avevano spesso in comune la necessità di lavorare in quei brevi ritagli di tempo rimasti liberi dallo studio, dal tirocinio e dai corsi pomeridiani obbligatori; anche per pagarsi i 3000-3500 euro di costo dei corsi biennali.
      Di fatto, quasi tutti lavoravano già, e nella scuola, beninteso; moltissimi miei colleghi avevano già peraltro messo su famiglia. Panorama che credo si debba ripetere, dati i recenti chiari di luna economici, anche per i corsisti TFA.
      Sonia Caporossi

    1. Eh, fra le tre opzioni da me ironicamente proposte, non neanche contemplato la possibilità dell’abolizione delle graduatorie. Sapevo che qualche altro Mefistofele là in alto ci avrebbe pensato. Ma secondo me, non è cosa fattibile.
      Pensare di abolire le graduatorie e con esso il precariato equivale a pensare di assorbire ogni anno le uscite pensionistiche con le entrate del ruolo a bilancio parificato.
      Basterà, facendo le corna, che qualche collega dopo ogni settembre venga a mancare, a far saltare tutto il sistema.
      Per questo non prevedere una graduatoria di supplenti è pura follia. Ma se poi rimanesse, per questa eventualità, solo quella di Circolo e d’Istituto, che mi significherebbe? Non sarebbe forse un’ulteriore presa per il culo?
      Sonia Caporossi

  6. Cara Sonia (sulla Rete ci si dà del tu, di solito; io ho la fissa di dare del lei, facendo eccezione alle sue regole, ma faccio eccezione all’eccezione, visto che siamo colleghi e sai che non s’usa). Condivido moltissime delle cose che dici, sul concorso, sulla qualità della didattica dentro le Siss, che, comunque e a dispetto di ciò, erano tutto fuorché una passeggiata (a entrarci, sopravviverci e uscirne). Hai veramente messo tutto insieme e l’hai articolato complessivamente in un discorso globale.

    Ieri sera Profumo è stato a Torino alla festa del Pd e sono andato a sentirlo con colleghi precari. Avevamo preparato 5 domande per lui e siamo riusciti a fargliene 2 pubblicamente e qualcun’altra in un colloquio (a latere, ma comunque pubblico, sul palco, perciò ne parlo in buona coscienza) che ha concesso a noi e ad altri gruppi di precari (glielo riconosco: non scappa, si offre al dialogo, ascolta con pazienza. Quanto alle risposte… dirò).
    Ho capito questo, dalle sue parole. Che il governo sia tecnico o politico, la politica non risolve problemi nella pratica, ma agisce per render conto ideologico a terzi: in questo caso si parla per render conto ai cittadini dell’ideologia della “meritocrazia”, e tutto, quand’anche nella pratica la negasse, deve essere buona “rappresentazione” di questa. Come chiunque l’abbia preceduto, anche lui non resiste al richiamo della voglia di “lasciare il segno” e vuole riformare questo bene così prezioso che è la scuola (no, perdonami, non tutti i suoi predecessori la pensavano così: la Gelmini voleva lasciare il segno e basta, di quello del ferro e del fuoco, e non credeva che la scuola fosse un bene). In questo approccio “tecnicamente” ideologico, la sua proposta di concorso è, dice, l’unica che introdurrà il merito nella selezione dei docenti, dimenticando che un’esperienza come quella delle Sis faceva (meglio, provava a fare, non sempre benissimo, ma comunque meglio di niente!) proprio la stessa identica cosa, come hai ben spiegato tu. Ieri sera Profumo ha più volte ha chiesto ad altri collghi ex-sissini che gli chiedevano “perché il concorso”: “ma allora avete paura di mettervi in gioco? ma allora coltivate solo il vostro orticello e non vedete la globalità delle esigenze del precariato?”. No, a me non fa incazzare di dover rifare un concorso e probabilmente lo rifarò, anche se so che dovrò studiare sui bignami le date delle battaglie più stupide e i confini reciproci degli stati africani e asiatici, perché il tenore delle domande del Tfa, cui ho dato un’occhiata, è solo questo, di imbarazzante nozionismo.
    Quello che mi fa incazzare è la falsificazione ideologica e la confusione creata ad arte per impedire alla gente di capire. Si indice un concorso dopo che tagli spaventosi hanno ulteriormente precarizzato la situazione dei precari, insegnanti giovani, formati e meritevoli, ma i posti sono 12.000, niente di fronte al problema da risolvere. Ma al ministro preme di potersi fegiare della medaglia all’onore di aver fatto una bella e “meritocratica” selezione, visto che va in giro a sbandierare che il suo sarà un concorso diverso dagli altri, inattaccabile, regolare, serio e severo, ecc…: esso invece finirà solo per creare altre divisioni, disorientamento e frustrazione, perché i posti sono talmente pochi che i più, e molti saranno bravi insegnanti, resteranno fuori; ma per uno che otterrà il bollino di “insegnante competente”, di mille altri gli italiani potranno pensare, pretestuosamente, che, poiché non hanno superato il concorso, evidentemente non meritano di insegnare. Vedi, parlo con chi nella scuola non è, e proprio non riesce a capire il nostro bizantino sistema di punteggi, graduatorie, ricorsi, concorsi, master a pagamento fasulli per avere 3 punti, … (E come potrebbe capire?). Comunque, questo italiano, neanche troppo incolto tra l’altro, pensa che gli insegnanti in Italia siano sempre entrati ope legis e per sanatorie, senza mai dover dimostrare di saper insegnare, o magari parlare italiano. Glielo fanno credere: a furia di ripetergli che da oggi e solo da oggi le cose cambiano, adotterà la logica aristotelica che è quella che tutti noi adottiamo quando ragioniamo un po’ grossolanamente: “se non-A, allora B”, “se solo oggi c’è il merito, ieri evidentemente dentro entravano cani e porci”. Insomma, chiedendoti scusa per il chilometrico commento, ciò che trovo sempre più intollerabile è il raggiro che le istituzioni perpetrano nei nostri riguardi: di noi che dovremmo insegnare ad amarle e rispettarle. Roba del genere manda in crisi d’identità un insegnante, che non sa più che dire ai suoi allievi, non credendo più neanche lui in ciò che dovrebbe dir loro.

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