Frammenti di Connettivismo (Battisti, De Matteo, Milani, Verso, Furlani, Gazzola, Mastrapasqua, Tonelli, Fazzari, Agnoloni)

Il gruppo dei connettivisti
Il gruppo dei connettivisti

A cura di GIOVANNI AGNOLONI

Incipit de Il percorso quantistico di Sandro “Zoon” Battisti, da A.F.O. – Avanguardie Futuro Oscuro (EDS 2009, Kipple Officina Libraria, 2010)

“La sensazione di urlo proveniva da una piega spazio-temporale non usuale, lievemente spostata dall’asse delle percezioni standard di un quantitativo di gradi sessagesimali non congruenti e non quantificabili. Lui era solo, era dentro una cavità di quel pianeta alieno da un tempo soggettivamente immemore ormai, occupato a incalzare una fuga interiore diventata una rincorsa verso l’incastro nel mantello profondo di quel corpo celeste abitabile, un deep throating che gli ricordava meravigliosamente alcune sedute di sesso spontaneo che aveva sviluppato ai tempi dell’Accademia, per pura necessità di completamento del proprio profilo postumano.”

Da Sezione Π², di Giovanni De Matteo (Urania Mondadori: vincitore Premio Urania 2006)

Sorgeva da tutte le cose del mondo. Dalle pagine ingiallite dei libri, dalle illustrazioni olografiche di copertina, dalle decalcomanie 3d che campeggiavano sulle custodie degli hvd e degli olomemo, dai soprammobili sbreccati, dalle pareti silenziose, dai quadri muti, dalle vecchie fotografie scolorite. Pioveva dal cielo e scorreva lungo i cavi della rete elettrica, echeggiava nelle condutture del gas e nelle grondaie. Danzava selvaggia nei canali di comunicazione, fluiva sui sentieri crittografati dell’etere.

La musica. Era ovunque: vibrava nel silenzio allo stesso modo in cui le fluttuazioni quantiche agitavano il vuoto.

Nel sonno, mentre l’attività delle onde Theta scivolava progressivamente verso il limite dei 4 Hz, oltre soglia del sonno profondo, l’induttore-delta registrava nel ronzio neurale di fondo una serie di picchi improvvisi. Il dispositivo, una scatoletta cablata con il logo della rem Corporation, era il suo “sonnifero”. Le direttive registrate lungo le righe di codice dell’holoware contenevano tutto il necessario per guidarlo nella sua discesa nei sotterranei dell’anima, in ricognizione nel mondo dei morti. L’induttore-delta era il suo nume psicopompo. Come Mercurio nell’antica mitologia greco-romana, lo avrebbe condotto sul sentiero a caccia degli echi perduti dei segreti di qualcun altro.

Era questo il suo lavoro: ladro di sogni, profanatore di segreti inconfessabili.

Stava vagando lungo le strade abbandonate di un inconscio estraneo. Avanzava in un crepuscolo eterno tra i palazzi deserti di un villaggio pre-rinascimentale, scrutava gli occhi ciechi di stanze disabitate, ascoltava la voce spettrale di portici immobili. I suoi passi si succedevano sul suolo sconnesso: lastre di pietra sagomate in forme irregolari. Non c’era vento, né altre potenziali forze di disturbo. Ogni cosa era immobile e sembrava che il quadro potesse sopravvivere in quella quiete assoluta per il resto del tempo, fino alla fine del mondo.

Coriandoli di luce, di Marco Milani

(da http://www.domist.net/writers/milani_marco/milani_op_ita31.htm)

Coriandoli di luce,riflettenti tra il marciodi architetture miste,di vecchio e nuovoletalmente accoppiate,come uova muffee funghi neri di pioppo.Liriche visivenate da strumenti discordi,partorite da menti trasandate,che di geometricohanno la forma del cranio.Punte di giallolevitano nel rosso,ricordando soli al tramontodi epoche radioattive.Verdi malati,contagiati da grigi spettralicedono ad ideedi nature morte innaturali.Coriandoli di luce,come sorrisi.Coriandoli di lucedi eterna rinascita.  

 

Da Antidoti umani, di Francesco Verso (Kipple Officina Libraria, http://www.kipple.it/index.php?route=product/product&keyword=antidoti%20umani&product_id=236)

“Mai stato prima a Suburbia? Dai un’occhiata di sotto.” […]La massa di micro/marco spazzatura è venuta crescendo rapidamente dal 2011. Navi di passaggio hanno preso a scaricare di tutto sullo scoglio, mentre cargo aerei l’hanno centrato dall’alto. Finché qualcuno, notato il mucchio di robaccia, pur sempre gratuita, non s’è fatto sotto per rimediare qualcosa. In breve, avventurieri di passaggio, pirati tecnologici, profughi in cerca della terra promessa, esuli senza diritto di vita e disperati d’ogni  sorta, colore e nazione, l’hanno colonizzata. A nessuno è importato se dei disperati si sono scelti uno scoglio per patria, anzi, molti pezzi grossi hanno approvato la creazione di un porto franco, una terra di nessuno dove fosse stato possibile fare di tutto senza chiedere un permesso o una licenza a qualcuno. […] I primi coloni, poco dopo il loro arrivo, hanno chiamato le famiglie, gli amici e tutti i conoscenti bisognosi d’un posto dove vivere, rifugiarsi o scappare. Certe informazioni si propagano come virus, di bocca in bocca, per cui milioni di paria, senza tetto, criminali e randagi senza arte né parte, sono partiti a frotte, da ogni favela, slum e periferia del mondo, su navi rattoppate, scialuppe di salvataggio, yatch dirottati, gommoni gonfiabili e carrette del mare per approdare sui lidi putridi, ma indipendenti dell’isolotto. C’è chi è arrivato barattando un organo per un passaggio e chi nascosto nei cargo, pur di raggiungere una meta dove la vita è dura ma dove non esiste legalità a renderla impossibile. Di questo passo, dopo un po’, non ci stavano più: scappati dalle periferie dove brulicavano alla densità delle formiche, i Suburbi si sono ritrovati in un alveare, gomito a gomito col vicino a frugare per dei sacchi di spazzatura. Allora hanno deciso di allargarsi come i ricchi della città Alta, ma non avendo spazio a disposizione, né i soldi o la tecnologia per costruire, hanno fatto l’unica cosa di cui erano capaci e che in aggiunta non costava nulla: scavare. Hanno preso a rovistare, dissotterrare e smuovere tutto finché Suburbia non è diventata un buco nero in fondo al mare, una voragine aperta senza possibilità di rimarginarsi.

Da Neuronica, di Roberto Furlani

(da http://www.fantascienza.com/magazine/racconti/15026/neuronica)

Ora il Grande Hassan era solo pensiero irradiato da una sorgente organica alimentata artificialmente. Nessuno avrebbe mai potuto trovarlo, a meno che non fosse stato lui a volerlo. Il pensiero rimbalzava come una palla da biliardo tra ripetitori distribuiti in modo difforme sul globo e si propagava attraverso direttrici mutevoli. Difficile capire dove si trovava la sorgente, in mezzo a tutti quegli specchietti per le allodole. E ancora più difficile sarebbe stato individuare il residuo corpuscolare pulsante del Grande Hassan affidandosi alla semplice analisi probabilistica. Si trattava di una probabilità che poteva essere approssimata a quella di trovare un corpo puntiforme sulla superficie di un poligono: infinitesima. E infinitesima di un ordine superiore a quello che avrebbe comportato il ritrovamento di un granello di sabbia su una spiaggia.

Da Rave di morte, di Mario Gazzola(ed. Mursia, 2009)

Sullo schermo della sala da ballo clandestina scorre una mitraglia d’immagini 3D lascive grottesche oscene, tratte dalle foto di Richard Kern, Joel Peter Witkin, Nan Goldin, Araki. Figure ibride cibernetiche di Giger e Bilal. Mostri ermafroditi mixati dalla regia suonovisuale ai tracciati di equalizzazione grafica di spettri sonori in colori fluorescenti subwoofer subliminali picchi armonici feedback stridenti. Carni avide insaziabili colano sulle pareti del suo cervello come ectoplasmi cremisi, fondendosi e ri- modellandosi in oscene architetture organiche morbide macchine desideranti flussi endorfinici corpi.

Corpi.

Corpi avviluppati in fiotti orgasmici cromatismi polarizzati arcimboldi di accoppiamenti tellurici transessuali aerei zombie opalescenti.

Corpi.

Membra.

Animali mitologici leoni con ali d’aquila rosso fuoco muso di drago lucidi d’acciaio crini di cavi

elettrici planano bramosi su efebi implumi volti bambini che porgono il collo succubi ansiosi di essere risucchiati e vengono lacerati da artigli accecanti.

Artiglilinguebagnate.

Corpi.

Membra.

Interiora che si squagliano in mefitica cascata di visceri sangue budella liquami suono di zuppa ribollente rimescolata dai cucchiai del diavolo…

Quando il corpo di Ziggy viene tagliato in due dal filo kusari-fundolaser tenuto alle estremità da Steed e Frank, la bocca non emette un suono. Probabilmente nemmeno il suo sistema nervoso fa in tempo a registrare un dolore.

… Il DeathTrip più completo che si potesse immaginare.

Domenico Mastrapasqua, dal reading “Nextipirina – Antiannichilatorio a base di Nulla e Fantasmi di Senso”

Mentre dimenticherai l’odore dei fossili, gli infiniti stadi del non-essere acquisteranno un senso nuovo. Tutto ciò che adesso è incomprensibile, d’un tratto diventerà limpido. I futuri che non hai mai scritto sporcheranno di seppia l’attimo immortale che tiene insieme i granelli della memoria. Distruggerai per non confonderti. Quale la tecnica migliore per spegnere un incendio gelido? Quali sono i pulsanti da premere? Quale, soprattutto, la giusta frequenza? Mentre il disegno oscuro di entità senza nome e senza volto sconquasserà le viscere della tua dimensione preferita, un uomo chiamato Terrore accenderà un fuoco in un angolo del tuo cervello, si siederà a terra e comincerà a fumare i tuoi pensieri. Quando ti accorgerai di lui, sarà troppo tardi. Non temere, quando accadrà. Le cose saranno come sono sempre state. Il tuo modo di vederle, però, cambierà. Scivolerai come energia incerta tra i cunicoli non locali di una dimensione buia ma eccitante. A questa dimensione potrai dare un nome oppure no: non avrà importanza. Sarà lei a fluire dentro di te, non viceversa. Attorno al focolare, l’uomo chiamato Terrore ti racconterà una storia triste, ma tu riderai. Lui, poi, dopo l’epilogo, farà lo stesso. Nessuno di voi capirà il motivo. 

Da Pensa a Phleba, racconto di Alex Tonelli pubblicato in A.F.O. – Avanguardie Futuro Oscuro (http://www.kipple.it/index.php?route=product/product&keyword=avanguardie&product_id=179)

La Città si profilava all’orizzonte oltre un boschetto di alberi rinsecchiti e piegati su se stessi, rami sterili e accartocciati, tronchi svuotati da un vento maligno e nessuna foglia a ricordare la vita che lì non era mai stata.

Costruita sul fianco di una collina sembrava pendere da un lato, in bilico sull’orlo di un impensato baratro. Qualche casa bassa, vicoli di strade labrintiche, un campanile, altre torri o cime indefinite di monumenti dedicati a nessuno. Pareva posata lì dall’alto, quasi perfettamente calata dalle dita di un architetto onnipotente, demiurgo di schizofrenica creatività. Una leggera nebbia l’avvolgeva, come un manto cesellato, un mosaico di tessere opache, finemente accostate l’una all’atra, cesello maniacale di gradazioni di grigio. La Città era irreale, ennesima prova di un’ontologia depurata di ogni logicità quotidiana, parto surreale di un poeta delirante.

Phleba si fermò. Osservò oltre le cime degli alberi secchi della radura e rimase a contemplare oltre. La Città era stata uno dei primi centri urbani fotografati dai satelliti; erano passati ormai cent’anni dalle prime rilevazioni satellitari. Un ammasso indistinto di edifici accatastati l’uno sull’altro, metastasi in espansione geometrica. Phleba ricordava perfettamente la prima fotografia scattata, ritraeva poche case, costruzioni basse, semplici, i tetti scuri a spiovente, i muri di mattoni rossastri, una superficie di poche centinaia di metri quadrati. Bastò già la seconda fotografia a capire che anche la Città era manifestazione dell’immonda assurdità del pianeta. Le case erano aumentate, laddove prima vi erano piazze e parchi, comparivano ora edifici, grandi, imponenti, prepotenti, opprimenti. La proliferazione non si era più fermata, le case continuavano a sorgere, a crescere, a conquistare ogni singolo, minuto spazio vitale. Nessun abitante visibile, le costruzioni apparivano quasi sorgere da sole, come sbocciassero dal terreno, venefici funghi in un prato contaminato.

Solo le mura parevano essere il limite estremo dell’espansione, oltre quel confine la Città non poteva andare; confinata malignamente in poche centinaia di metri quadrati. La proliferazione era continuata, casa dopo casa, casa su casa, edifici che schiacciavano altri edifici e che a loro volta venivano calpestati da altre costruzioni. La dodecafonica ridda di un formicolante delirio di vita, desiderio di una insperata autoaffermazione; fame, feroce brama di autoconservazione.

Da Il miraggio esploso, racconto di Fernando Fazzari apparso su Next-Station (http://www.next-station.org/fe-sty-d.php?_i=193)

Colline a picco sul mare, arse, spaccate; tra loro e l’acqua un cesto di funghi di cemento e asfalto: case, prefabbricati e strade sottili come una gramigna grigia, fuori dai sogni della natura. Scruto l’orizzonte, sfioro con l’occhio le nuvole dense e finisco con la testa all’indietro, 180 gradi di visuale che anni fa mi avevano suggerito una domanda: cosa prevarrà, alla fine? (Allora pensavo alla fine della mia storia, non alla fine di tutto.) Colline di cemento, forse, o il Mediterraneo che si riprenderà ciò che da sempre è stato suo.

Da A un passo dal baratro, racconto di Giovanni Agnoloni pubblicato in A.F.O. – Avanguardie Futuro Oscuro (http://www.kipple.it/index.php?route=product/product&keyword=avanguardie&product_id=179)

I volti lo scortarono fino all’apparecchiatura e ve lo fecero accomodare. Immediatamente, le sue mani e i suoi piedi furono legati da una sostanza dalla leggerezza vegetale, ma dalla resistenza del metallo più solido.

E il punteruolo calò giù, lentamente.

Lo sfarfallio, intanto, era diventato altissimo, e Garth cominciava a distinguervi una miriade di voci sovrapposte, intrecciate in dialogo assurdo ma dalla logica intima, quasi si trattasse del filo di un discorso iniziato chissà quando, e destinato a protrarsi indefinitamente.

Capì all’istante che si trattava di voci umane. E, in un lampo di comprensione, sentì quelle di Alex e Mick confluire in quel concerto remoto eppur vicinissimo, e ricongiungersi a una litania di sottofondo, composta da una serie illimitata di domande e risposte.

I milioni di attori di quel coro parlavano di paura; chiedevano domande al perché della sofferenza; accampavano pretesti per eludere la realtà della morte. Lontano dalle vere ragioni, dal dolore di un’unica, semplice risposta, che avrebbe risolto tutto. Anche se al prezzo di uno sforzo enorme.

Fu allora, poco prima che la punta di metallo di appoggiasse alla sua fronte, che Garth ebbe una visione chiarissima.

Era come se la stanza in cui si trovava non avesse più pareti, e si trovasse al centro di un immenso anfiteatro. Spettatori, intorno a lui, milioni di volti come quelli di Alex e Garth, che – adesso lo vedeva – conducevano quell’eterno e insensato monologo, costruendosi ognuno intorno un muro di finte verità. E, di fronte a ciascuno, un piccolo schermo olografico, raffigurante un momento della sua vita denso di terrore, in cui aveva vissuto per la prima volta una lacerazione interiore.

Tutte quelle presenze confluivano nell’unica Presenza nera: oscura, proprio perché formata dai pensieri più angosciosi, dalle paure più radicali dell’intera umanità. Da tutte le persone che avevano rinunciato a vivere, cedendo la propria mente alla ricatto della paura.

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