La nuova fantascienza italiana e il futuro come vocazione: breve introduzione al Connettivismo

Sonia Caporossi - Neurofrantic - 2012

Sonia Caporossi – Neurofrantic – 2012

di SANDRO BATTISTI e GIOVANNI DE MATTEO

con un disegno digitale di SONIA CAPOROSSI (Neurofrantic, 2012)

Connettivismo: la nuova fantascienza italiana

Il Connettivismo è un movimento artistico di avanguardia nato in seno alla fantascienza italiana con l’intento di far tesoro delle avanguardie del secolo passato e acuire la sensibilità verso il postumanismo e le tecnologie moderne, così da ricercare le radici del futuro nelle dimensioni fisiche che attualmente sono solo teorizzate.

Esso è memore di alcune avanguardie del Novecento; nasce dai pensieri del Cubofuturismo russo, dagli ermetici, dai crepuscolari, dai surrealisti, dai futuristi e dal cyberpunk, l’ultima vera punta di diamante che ha sconvolto l’avanguardia per eccellenza, la Fantascienza.

Il Movimento è nato il 22 dicembre 2004, e si è fatto annunciare da un Manifesto, rivisto e aggiustato nell’estate del 2006. Il gruppo, inizialmente composto da soli tre elementi, si è rapidamente espanso, con l’intento dichiarato di rifondare il genere fantascientifico e fantastico, usando le nozioni tecnologiche, le avvisaglie di un mondo ipertecnologico che porteranno, si spera inevitabilmente, all’avvento del postumanismo.

Campi di attività per i membri del Movimento sono qualsiasi cosa possa evocare arte, elucubrazioni, empatia e senso di cosmicità. Siamo – naturalmente – scrittori, quindi poeti, quindi sceneggiatori, di fumetti e di cortometraggi; siamo autori di programmi radio in cui attualità e reading di liriche connettiviste si mischiano a musica elettroscura, acida e noize. Siamo persone che declamano di fronte a una platea e siamo tecnologici, perché amiamo l’escalation tecnologica, perché sappiamo che tramite la scienza e la matematica possiamo giungere fino al kernel della nostra anima, decodificandola seguendo le indicazioni degli antichi sciamani che non erano religiosi, ma mistici.

La nostra attività principale è in Rete, ma abbiamo un bollettino cartaceo che esce (più o meno) a ogni solstizio ed equinozio (NeXT è il suo nome) in cui mischiamo editoriali e rubriche d’indagine tecnico/sociologica – nonché scientifica – a brani di breve prosa per poi giungere a sillogi ispirate, condendo il tutto con le immagini grafiche dei migliori artisti, orientati verso le nostre idee, che la Rete ci suggerisce. Due premi Urania (del 2006 e del 2008) sono stati vinti da due esponenti del Connettivismo: Giovanni “X” De Matteo e Francesco “Xabaras” Verso.

Molto attivo, per noi, è il settore dell’editoria: a fronte di due case editrici dirette da due connettivisti (EDS e Kipple/Avatar, rispettivamente dirette da Marco “pykmil” Milani e Lukha Kremo Barincinij, quest’ultima con l’aiuto di Francesco Verso e me medesimo) abbiamo pubblicato ben tre raccolte a tema connettivista (SuperNova Express, Frammenti di una rosa quantica, A.F.O. Avanguardie Futuro Oscuro) più un’altra che è una silloge, Concetti spaziali. L’attività editoriale ferve quindi molto attorno a queste due realtà che producono anche materiale non prettamente connettivista, come dimostrano titoli del tipo di Vorrei che il cielo fosse imparziale di Vito Introna (EDS) e Ultima pelle, di Alberto Cola (Avatar).

Sandro Battisti

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 Connettivismo: il futuro come vocazione

Connettivismo è prima di tutto una sensibilità, un sentire comune che si è aggregato attorno ad alcuni nuclei d’interesse specifico (l’impatto sociale delle nuove tecnologie, la spinta dell’umanità verso il suo superamento fisico, l’analisi critica del futuro attraverso gli strumenti dell’avanguardia) per sviluppare un discorso che col tempo, e con l’apporto di nuove menti pensanti, si è fatto sempre più complesso e profondo. Questa attitudine al futuro e l’interesse per temi di particolare rilevanza già oggi, ma che potrebbero avere un riflesso ancor più significativo sul nostro domani, è il carattere principale del Movimento.

Proprio in virtù del suo carattere di fondo, il Connettivismo è però anche molto di più: è un programma, una linea condivisa da una molteplicità di scrittori e artisti, una condotta morale per indagare l’avvenire dell’umanità attraverso le sonde psichiche di un genere che oggi – in questi tempi veloci in cui viviamo, per parafrasare Vernor Vinge – si prospetta come l’unico in grado di interpretare davvero la rapidità dei cambiamenti che stravolgono il nostro mondo. Da questo punto di vista, il Connettivismo condivide l’ispirazione di fondo che muove il cosiddetto filone postumanista, che grazie alle opere di Iain M. Banks, Ken MacLeod, Ian McDonald, Charles Stross, Alastair Reynolds e Richard K. Morgan sta emergendo come corrente predominante nel panorama della fantascienza anglosassone.

Prendendo le mosse dalla consapevolezza che la tecnologia già oggi gioca un ruolo cruciale nelle nostre vite e diventerà sempre più preponderante nel mondo di domani, con le nostre opere ci proponiamo di esplorare l’impatto etico, ecologico e sociale delle nuove tecnologie. Si tratta di un approccio che offre una casistica sconfinata di scenari da esplorare, ma che comunque non esaurisce il discorso. Il grande Philip K. Dick non era certo uno scrittore tecnologicamente all’avanguardia. Eppure la sua fantascienza è stata capace di prefigurare, con la sola forza della sua spinta immaginifica, ipotesi scientifiche che sarebbero state formulate sistematicamente solo dopo la sua morte, anticipando, oltre ai casi di scottante attualità della bioetica, addirittura la fisica teorica del paradigma olografico di David Bohm e Karl Pribram, in un’epoca in cui la meccanica quantistica era ancora considerata alla stregua di una disciplina esoterica.

Ambire per i nostri lavori a un elevato grado di attendibilità scientifica e tecnologica, anche nel caso in cui questi propositi venissero poi disattesi dal giudizio impietoso del tempo, è una scelta di campo importante che espone a rischi significativi di fallimento, ma che rappresenta – secondo una prospettiva che scaturisce direttamente dalle premesse sopra illustrate – una necessità. Questa dichiarazione d’intenti si richiama un po’ alla celeberrima massima del grande sociologo canadese Marshall McLuhan: “il mezzo è il messaggio”. Attraverso un breve salto logico, mi verrebbe da dire che un mezzo difettoso non riuscirà mai a veicolare efficacemente il messaggio, per quanto profondo, illuminante o importante questo possa essere. Per questo il Connettivismo si è impegnato su un fronte attivo e militante, proponendosi di contribuire allo svecchiamento di un genere che – specie nel nostro Paese – per lungo tempo si è fondato su una struttura umanistica e su un approccio timido e prudente, quando non proprio scettico o – peggio – diffidente, a qualsiasi tentativo di estrapolazione tecnologica. Per questo mi sento di poter elevare a motto del Movimento un’altra massima di McLuhan: “domani è il nostro indirizzo permanente”.

Giovanni De Matteo

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16 pensieri su “La nuova fantascienza italiana e il futuro come vocazione: breve introduzione al Connettivismo

  1. Pingback: La nuova fantascienza italiana e il futuro come vocazione: breve introduzione al Connettivismo « Critica Impura « HyperHouse

  2. “che la tecnologia già oggi gioca un ruolo cruciale nelle nostre vite” è un’affermazione vera, “che diventerà sempre più preponderante nel mondo di domani” è un’affermazione di un futuro intenzionalmente volutamente da dirigere in tal senso, perché sentito o desiderato come tale. Poiché non hanno la sfera di cristallo per vederlo questo futuro di cui affermano certezza. Bisogna vedere quanto tutta la stessa umanità, che non è tutto l’intero loro movimento e spero che tuttavia questo movimento non muoverà molto di più che nelle manifestazioni singole, avrà voglia di spingersi verso l’integrazione con la macchina, il virtuale e la tecnologia, oppure semplicemente andare avanti ritornando ad una dimensione di integrazione dell’Uomo con la Natura, apportando con sé l’esperienza di una fase di tecnologismo, che va definendosi come contrallato poichè considerato nella sua “eccessiva evoluzione” non proprio di “impatto etico, ecologico e sociale”. Si vedrà. Io sono per la fantascienza naturale, piuttosto che per quella tecnologica. Più per l’esplorazione della Natura umana nel su sè, che in relazione alla integrazione della stessa con la macchina. Considerato che le potenzialità della nostra intelligenza, non devono essere necessariamente determinate dalla capacità di interagire con le macchine e di utilizzare ad oltranza la tecnologia. Inoltre, la fantascienza, non significa necessariamente andare in questa direzione. Chi sposta le forchette con il pensiero, non lo fa utilizzando la tecnologia. Per fare un esempio.

  3. Ringrazio anch’io di cuore Sonia, e nel rispondere a Fabrizio, il cui commento trovo molto interessante, mi premuro di sottolineare che, come ho sottolineato nell’intervista precedentemente fattami da Sonia stessa (https://criticaimpura.wordpress.com/2012/05/12/il-connettivismo-come-sensibilita-sottile-e-archetipica-del-se-unintervista-impura-con-giovanni-agnoloni/), l’espressione “Connettivismo” esprime solo una linea di tendenza collettiva per un fenomeno che è e resta un’unione di individualità (è più corretto, infatti, parlare di Connettivisti, anche se, per praticità, si usa il termine “Connettivismo”).
    Quanto al tema della “tecnologia interiore”, della dimensione archetipico-energetico-spirituale e del Sé, è assolutamente al centro del mio interesse e della mia ricerca, come pure evidenzio nell’intervista. Dunque, il Connettivismo è anche questo.

  4. Ciao Giovanni, leggo dal tuo articolo questa parte molto bella: “attiene cioè al cuore dell’uomo, alla sua natura profonda, messa a repentaglio (ma anche davanti a un’esaltante sfida) dalla tecnologia che avanza. In questo senso, è profondamente egualitario, e riguarda allo stesso modo tutti gli strati sociali e tutti livelli di percezione culturale. Ma non è né sarà mai, per come la vedo e come spero, espressione della cultura di massa (mi riferisco ai modelli televisivi e alla letteratura e alla filmografia “di cassetta”), che è in sé non-cultura, cafonaggine urlata a scopi commerciali. “. Però consentimi di lanciare una specie di allarme attinente tale tendenza collettiva che, come tu stesso dici, resta un’unione di individualità. Abbiamo la possibilità di scegliere che specie essere, ossia come evolverci nel tempo e dunque nel prossimo e nel lontano futuro. L’evoluzione non è un fenomeno che accade da sé, ma è lo stesso uomo in evoluzione che lo determina e che si determina esattamente come ci siamo determinati come specie, nel modo di essere e nella capacità di fare e pensare, fino a tale tempo. E’ una scelta. Tale evoluzione avviene attraverso radicalizzazioni di pensiero successivi che risultano appresi ed acquisiti dalla maggior parte delle persone in funzione di pensieri nuovi che attecchiscono o pensieri forti che si impongono (l’uso del cellulare è divenuto un fenomeno di costume che ha modificato i nostri stili di vita e ci ha anche condizionato lungo la nostra linea evolutiva). Se siamo passati all’uso della ruota per il carro è perché un uomo ha intuito che fosse più facile far camminare un carro su delle ruote piuttosto che su dei quadrati. Tale pensiero si è radicalizzato e su questo pensiero, a stadi successivi, ne sono venuti altri. L’evoluzione è così. Il punto è che bisogna stare attenti a non diventare tutti quanti come gli scarafaggi che utilizzano la connessione per comunicare. Quindi, a mio parere, se il cuore dell’uomo e la sua natura profonda è messa a repentaglio dalla tecnologia che avanza (e sono pienamente d’accordo anche io con te perché il rischio futuro e l’abuso e l’alienazione) e se il mezzo è il messaggio, come dice il sociologo canadese, è anche vero che, per privare della sua forza il messaggio bisogna anche cambiare il canale del mezzo, perché utilizzando lo stesso mezzo non si fa altro che rafforzare il messaggio, anche se. nel contempo, è importante anche educare il mezzo affinché migliori il messaggio.

  5. Mi sono un po’ perso, Fabrizio. Ti dico solo questo: per me (ma ti potrei citare anche Tolkien e Owen Barfield) la parola che scaturisce dal Sé è unione e superamento della separazione (assolutamente non naturale) tra significante e significato. E’ in sé atto connettivo, che riporta alla Fonte. In questo senso, è assolutamente aperto all’universo inteso in ottica evolutiva. Connettere non vuol dire fermare, ma andare costantemente Oltre.

  6. La fantascienza ha bisogno di espandersi a livello tecnico-narrativo, ha bisogno di nuovi schemi rappresentativi necessari per raccontare nuove storie, nuovi sottogeneri. E’ necessario andare oltre l’idea, tipica italiana, di scambiare la fantascienza come ideologia di vita, come sostitutiva dell’impegno politico e della devozione religiosa o come fucina di un malcontento che nasce e si sviluppa in un contesto sociale dove niente di profondo sembra poter entrare nella “visione di una profonda cultura”, dove la corruzione sociale e”l’incapacità dei nativi di accettare un senso meritocratico dell’agire” la fanno da padrona. La fantascienza italiana molto probabilmente, anzi direi, tragicamente, sicuramente, non avrà mai riconoscimento ufficiale come genere “valido” di intrattenimento. In Italia interessa ben altro. Chi vuole contribuire al genere oggi può farlo gratuitamente visto l’orizzonte prospettato (che è già presente) rappresentato dal web, dove si possono usufruire dei contenuti di matrice fantascientifica gratuitamente, saltando concetti (a mio avviso praticamente non più gestibili) del copyright nel senso prettamente commerciale del termine. La fantascienza italiana a mio avviso, per sopravvivere commercialmente, ha necessità di migrare all’estero (come ai tempi della cinematografica di genere che era fatta in Italia ma per una platea straniera), ricordando a tutti, che ciò che è originale non è immediatamente o semplicemente proponibile a livello commerciale, dove contenuti stili e generi esistono da decenni ed hanno il loro valore remunerativo consolidato..

  7. Bè, rispetto chiaramente Giovanni il tuo pensiero e quello del movimento. I miei rilievi erano di carattere più antropologico che è il ramo giusto per inquadrare la questione evoluzionista, poiché è dal dove veniamo e dal come siamo divenuti adesso in funzione del passato trascorso che si può comprendere, in ottica evolutiva, come potremmo divenire in relazione al come vogliamo divenire nel futuro. Le tue considerazioni ultime hanno poi “un’anima” spirituale e religiosa che non mi sento né di giudicare né di valutare poiché è la tua visione del tuo Essere in relazione all’Altro ed al Tutto che hai maturato fino al tuo tempo e che rendi pubblica. Ne avrai altri di tempo per maturare, come certamente lo ho anche io e senza voler raffrontare e/o paragonare i due livelli di maturità e/ i due differenti stati di pensiero. Sono d’accordo anche nell’andare Oltre, indipendentemente dal concetto di connessione, poiché nel mistero dell’infinito, non può essere l’unico modo, il connettere, per farlo, ossia per andare Oltre. L’importante è sapere come andare Oltre perché il pensiero può essere condizionante e deve condizionare bene. Un piacevole dialogo per me.

    • Osservazioni quanto mai pertinenti, le tue, Fabrizio. Sono d’accordo sulla necessità della consapevolezza del “da dove veniamo”, perché la radice dell’evoluzione sta nella presa di coscienza degli archetipi (cioè dell’Eterno) che vive in noi (infatti il mio fare letteratura nasce dai classici, eterna fonte di ispirazione e termine di riferimento). In questo senso l’Oltre è tanto “prima” quanto “dopo”, in quanto è espressione di un “eterno presente”, ovvero di una dimensione “senza tempo”, che nel qui e nell’ora si manifesta, perpetua cresta di un’onda di materia e spirito. Dunque, la questione dell’evoluzione e del futuro sta essenzialmente nel rendersi conto di come variano nel tempo (e nello spazio) le forme in cui gli Archetipi si manifestano, e nell’operare quella connessione col Sé che, per dirla con Jung, è fondamentalmente una questione di Individuazione.

  8. Lasciami dire che anche tu non sei da meno né nella pertinenza né nell’espansione di pensiero di tale pertinenza. Non lo so Giovanni esattamente come sta la questione nell’ambito di spazio/tempo in cui la tratti e la proponi tu. Io la limitavo, nel mio intervento, all’origine della specie umana e per questo parlavo di antropologia e in questo ambito mi riferivo alla possibilità di comprendere come l’evoluzione avviene per come già è avvenuta e come può avvenire per come noi, uomini e donne in evoluzione, potremmo dirigerla in base ad una scelta di essere. Lasciami precisare che la terminologia scientifica è sempre maschio e femmina e la specie non si divide in specie umana e donnica, essendo scientificamente definiti entrambi, sia i maschi e sia le femmine, come uomini. Proseguendo e interpretando il tuo pensiero, tu però vai Oltre e siamo nel tema. Riesco sicuramente a comprendere che vi è differenza tra una connessione tra l’Assoluto/’Eterno e il Sé e una connessione tra i Sé che può, a sua volta, prevedere o no una connessione di nessuno, di uno, di pochi o di tutti con l’Assoluto/Eterno. Infatti la connessione tra i Sé, in qualsiasi modo la si intenda e essa si realizzi, non implica necessariamente una connessione tra i Sé con l’Assoluto/Eterno. Così come una connessione del Sé con l’Assoluto/Eterno non implica necessariamente una connessione tra i Sé. In questo ragionamento vi sono poi le differenze tra le varie credenze e/o religioni e/o filosofie di vita esistenti nel mondo e che si sono avute nel corso della storia dell’uomo. La dimensione psicoanalitica con la quale ciascuno percepisce il suo Sé è comunque da contestualizzare in un ambito che è funzione di molteplici variabili tra le quali la cultura individuale, le esperienze di vita, l’ambiente di nascita e di crescita (in questo ultimo caso può non essere solo uno) svolgono una parte sostanziale. Queste variabili sono diverse per ciascuno, ma più comuni anche se non nello stesso valore e peso, per uomini appartenenti ad una medesima cultura che solitamente si presenta in un preciso e delimitato ambiente. Certo le cose con internet e la globalizzazione sono cambiate e la rete offre possibilità di “contaminazione” culturale prima impensabili. In questo abbiamo dunque la responsabilità di capire e di guidare il nostro processo evolutivo in divenire affinché sia diretto bene. Io ho la mia visione dell’Infinito, dell’Assoluto, dell’Origine e del Tempo ma è anch’essa in evoluzione. La ho trattata in un opera complessa ed in altre opere specifiche. Qui è la presentazione: http://www.artinsieme.eu/la-danza-del-tempo/le-specifiche.html. Se ti interessa fatti un viaggio, ci sono video e audio all’interno della sezione sulla barra degli indirizzi – La danza del tempo -. E’ arte povera, fatta con i mezzi e gli strumenti anche economici che ho potuto “reperire” ed è indipendente, nel vero senso della parola.

  9. Raccolgo con grande interesse i tuoi spunti di riflessione, Fabrizio, e ti ringrazio fin d’ora per la segnalazione del sito, che ho iniziato a esplorare. Ti contatterò poi con piacere anche al tuo recapito di posta.
    Qui ti posso dire che la non necessaria coincidenza tra il Sé, i Sé e l’Eterno è un punto che posso tranquillamente accettare, come del resto la loro automatica e deflagrante congiunzione. Semplicemente, non siamo noi padroni di queste dinamiche, ma semmai loro co-creatori. Ricordo un’osservazione di Padre Guglielmo Spirito a margine del convegno tra studi tolkieniani e studi olistici da noi organizzato a Rivotorto di Assisi nell’ottobre 2011: non esistono tecniche, né mediche, né psicologiche, né – paradossalmente – spirituali, che possono rendere possibile quell’Incontro, che fondamentalmente è frutto di una Vocazione, di un Eros in senso platonico. E se è vero che la radice di questa dinamica sta nel Desiderio-Vocazione individuale, dall’altra parte del ”tunnel” c’è il Principio-Fonte, quella radice semantico-energetica di ”theòs” che è Dio senza la pesantezza dei precetti religiosi. E’ la radice stessa dell’energia, quell’Origine che decide Lei quando ”fare contatto”. E allora entra in gioco una variabile ancor più imprevedibile di Mario Balotelli. Quel tiro scoccato all’incrocio dei pali che sembra scaturire da qualcosa di completamente diverso dall’azione che lo ha comunque propiziato. Davanti a cui – detto da un cristiano quale io sono – vale solo la ”resa”, che è poi il significato della parola ”Islam”.

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