L’incomunicabilità del concetto di morte nella società delle ICT in Real World di Natsuo Kirino.

Natsuo Kirino, Real World
Natsuo Kirino, Real World

di ELISA EMILIANI

Real World di Natsuo Kirino è un testo interessante al fine dell’indagine semiotica in quanto presenta una serie di problematiche relative alla comunicazione quotidiana e nell’affrontare il lutto. Questo romanzo in particolare mostra, e la storia raccontata simboleggia, il rischio di smarrire il concetto di morte. Real World inscrive l’analisi in un orizzonte di idee legate sì alla morte in sé, ma anche e soprattutto alla sua comunicazione. Si tratta di un romanzo ambientato a Tokyo che prende avvio da un matricidio per proseguire alternando le voci dei cinque protagonisti adolescenti. Un ragazzo portato all’esasperazione uccide la madre e fugge. Quattro ragazze, ognuna a proprio modo, si legano a questa vicenda in qualche maniera attratte non tanto dall’azione quanto piuttosto dal concetto che le soggiace, un concetto che normalmente non si comunica, che è un tabù culturale: il matricidio, ma anche la morte stessa.

Sembra infatti che esista una tendenza diffusa a trattare la morte in modo edulcorato, privandola delle sue caratteristiche uniche e irrimediabili (la morte si rivela, per citare Heidegger, “come la possibilità dell’incommensurabile impossibilità dell’esistenza [i]”) che spaventano e suscitano il desiderio di voltarsi dall’altra parte e non pensarci.

La domanda che emerge da queste riflessioni riguarda la società delle comunicazioni e le sue possibilità di reagire all’allontanamento della morte come fatto reale, di una morte che viene avvertita come un evento sempre meno pressante e sempre più difficile da comunicare, tanto da suscitare imbarazzo.

Morale razionale ed esigenza nietzscheana

Nell’analisi semiotica del testo in base al Percorso generativo di senso di Greimas [ii], in particolare il Livello Profondo [iii] costituisce il nucleo centrale della storia: qui si collocano le grandi opposizioni valoriali che fanno da motore alla narrazione, quelle strutture logiche atemporali che verranno poi tradotte in un racconto vero e proprio. Real World presenta un  sistema complesso di codici morali che si intrecciano con l’opposizione tra il mondo degli adulti e quello degli adolescenti, e quella del mondo reale con una serie di altri mondi possibili (ma reali anch’essi), differenti per ogni personaggio e addirittura per ogni “sistema di personaggi”. È difficile quindi separare le opposizioni valoriali di base dalla psicologia dei personaggi che li incarnano; tuttavia si possono individuare alcune grandi tematiche strettamente connesse tra loro.

Nel corso del romanzo il termine reale acquisisce di volta in volta accezioni differenti. Utilizzato solo dagli adolescenti, infatti, si discosta totalmente dall’accezione materiale-adulta tanto da diventarne un concetto antitetico. Sembra quindi corretto partire dalla netta separazione tra il mondo comune a tutti e i mondi individuali dei singoli. L’opposizione si riscontra tra ciò che è comune e ciò che è privato. Il mondo reale è legato a una comune moralità, un “senso comune” che trova applicazione nella legalità. C’è quindi una differenza netta tra la moralità pubblica, propria del mondo adulto, e quella privata del mondo giovanile.

Indagando il contenuto di tali differenti sistemi morali risulta che la moralità pubblica o adulta si concentra (quasi ciecamente nel romanzo) sul rispetto delle regole imposte o suggerite dalla società civile. Secondo questo codice etico il matricidio è un crimine che deve essere punito a prescindere dalle motivazioni che l’hanno mosso. Si tratta di un giudizio a priori, che non necessita dunque dell’esperienza per essere espresso. In questo caso moralità razionale e legalità coincidono perfettamente.

Il discorso si stravolge completamente, invece, quando si analizza la morale adolescenziale, tutt’altro che razionale, slegata dal punto di vista legalitario della società civile e connessa invece ai mondi particolari dei singoli, in base ai quali uccidere la propria madre appare in qualche modo giustificabile. Si tratta qui di un giudizio certamente meno solido, certamente formulato in termini meno precisi ma comunque dotato di valore, che considera le motivazioni e la situazione all’interno della quale si agisce. È la presa in considerazione di un ampio contesto che non può essere escluso dalla valutazione, contesto che riguarda sia chi compie l’atto sia chi lo giudica. In entrambi i casi si tratta di persone appartenenti al mondo giovanile, che oppongono la propria moralità sia a quella degli adulti sia alla società nel suo complesso. È una morale impulsiva, assolutamente ipotetica, fatta di emotività più che di razionalità, ma pur sempre una morale (e non semplicemente una forma di impulsività, in quanto si tratta di un amalgama di valori, anche se frammentari e poco definititi, condivisi da uno strato della società), sviluppata in un contesto sociale turbolento e problematico, sottovalutato dal mondo adulto.

Nel delitto i “mondi paralleli” degli adolescenti vanno a scontrarsi con il mondo reale, amalgamandosi tra loro in una rete di unioni e contrapposizioni che sfidano le regole imposte da chi è a questi mondi completamente estraneo: gli adulti. È l’estrema gravità del gesto che porta alla luce la differenza abissale che i due schieramenti hanno della percezione del mondo e della sua etica.

In questo “scontro tra mondi” le domande sottese a tutto lo svolgersi della vicenda sono: che cosa è più reale? In base a quale criterio può essere espresso questo giudizio? Esiste qualche connessione tra realtà e moralità?

Nella morale kantiana, com’è noto, l’imperativo categorico impone di operare in modo che la massima della propria volontà possa valere sempre, in ogni tempo [iv], come principio di una legislazione universale [v]. Da condannare quindi è la stessa azione generalizzata (che tutti uccidano), perché uccidere è la più radicale violazione dell’umanità.

Questo discorso riguarda la morale adulta, ma a mostrare le caratteristiche più interessanti è quella adolescenziale. Ad andare perduta, in questo secondo caso, è l’estensione del proprio punto di vista a una dimensione universale (come comanda invece la morale kantiana). Si perde il tentativo di elevarsi al di sopra della dimensione individuale, di tendere verso un ideale di umanità. 

Ma non solo. Le elaborazioni della morale operate nel passato prendono in considerazione punti di vista differenti: si va dalla morale eudamonistica di Aristotele a quella utilitaristica, orientata a un qualche codice superiore di condotta, di J.S. Mill e Bentham, a quella mirante a un fine superiore a ogni vantaggio di Kant. Queste proposte sono tutte inadeguate a spiegare il comportamento dei personaggi adolescenti di Kirino. È la visione razionale stessa ad essere inadatta all’interiorità dei personaggi di Real World, che presentano invece un’esigenza nietzscheana.

Quello che accade nel romanzo è che il punto di partenza dell’agire morale si colloca non nella sfera universale, ma in quella particolare del singolo che vive, vuole, può agire, sente e subisce le conseguenze degli eventi del mondo. In Nietzsche il vero e il falso, il reale e ciò che non lo è, si definiscono all’interno della vita del soggetto (non sopra o al di fuori di essa), nel suo sentire e volere.  È all’interno di questo “mondo” che si delinea la morale del soggetto (non come principio esterno ma piuttosto come ossatura del suo mondo, che prende avvio alla sua prospettiva del mondo). Nelle azioni del soggetto si costituisce la sua morale così come il suo mondo e il suo universo di senso (di cui morale e reale/irreale sono due aspetti).

I due mondi riscontrati nell’analisi di Real World, dunque, presentano due diverse moralità: razionale e kantiana quella adulta, patemica e nietzscheana quella adolescenziale. È in particolare necessario, per specificare la connessione tra la morale degli adolescenti e la filosofia nietzcheana, richiamare i temi del nichilismo, del suo superamento e del Superuomo: “il nichilismo rappresenta una fase di transizione patologica […] Che non esista alcuna verità; che non esista una natura assoluta delle cose, la “cosa in sé”. Ciò stesso è nichilismo, e il nichilismo estremo. E pone il valore delle cose precisamente in questo: che a tale valore non corrisponda, né sia mai corrisposta, alcuna realtà, ma solo un sintomo della forza di coloro che pongono il valore, una semplificazione ai fini della vita [vi]”.

Secondo Nietzsche esistono due tipi di nichilismo: il nichilismo attivo, inteso come segno dell’accresciuta potenza dello spirito; il nichilismo passivo, inteso come declino e ritrarsi della potenza dello spirito. La decadenza, la degenerazione e il deperimento “non sono cose condannabili in sé: sono una conseguenza necessaria della vita [vii].”

Nel paragrafo intitolato La crisi: il nichilismo e il pensiero del ritorno, Nietzsche sostiene: “Le posizioni estreme non sono sostituite da posizioni moderate, ma solo da altre estreme, però capovolte. Così la credenza nella assoluta immoralità della natura, nella mancanza di scopo e di senso, diventa la passione psicologicamente necessaria quando non tiene più la fede in Dio e in un ordinamento essenzialmente morale. Allora si presenta il nichilismo, non perché il disgusto per l’esistenza sia diventato più forte di prima, ma perché si è diventati in generale diffidenti verso un “senso” del male, anzi, dell’esistenza. Una interpretazione è crollata: ma poiché era l’unica interpretazione, sembra che non ci sia più un senso dell’esistenza, che tutto sia vano [viii]”.

Dal momento, tuttavia, che “ogni grande crescita comporta un’enorme frammentazione e deperimento […] ogni fecondo e possente movimento dell’umanità ha creato al contempo un movimento nichilista [ix]”; decadenza e nichilismo sono assolutamente necessari alla società, in quanto precedono la sua rinascita. Si esce infatti dal nichilismo (passivo) riconoscendo nell’uomo la fonte della volontà di potenza, capace di generare significati imponendo la propria volontà creatrice. A compiere questa impresa è il Superuomo (colui che ha accettato di dare in prima persona significato alla vita e al mondo), spazzando via il Tu devi proprio della vecchia morale e sostituendolo con l’Io voglio.

Nel romanzo di Kirino tuttavia manca questa istanza ottimistica. L’intera narrazione è pervasa da un senso disforico dell’agire morale. Nel mondo di Kirino la demistificazione nietzscheana è già avvenuta e non ha portato alla creazione di una nuova morale. La tentazione di rifugiarsi in un’istanza metafisica è svanita, ma non ha lasciato spazio alla creazione di un nuovo mondo. Della volontà di autoaffermazione restano solo le rovine, riscontrabili nel disorientamento e nell’incapacità di affrontare e risolvere i problemi.

Il nichilismo di Kirino è più radicale, tanto che lo si potrebbe definire post-nietzscheano [x], in quanto non prevede la fase di ricostruzione. La società dipinta da Real World, pur essendo indubbiamente decadente e vivendo un vuoto di valori in cui la vecchia morale (adulta) è stata abbattuta da una morale adolescenziale, non ha ancora affrontato il passaggio dal nichilismo alla rinascita operata dalla volontà di autoaffermazione creativa (volontà di potenza [xi]).

I protagonisti, infatti, sono quanto di più lontano si possa immaginare dal superuomo. Non hanno la forza di affrontare apertamente il cambiamento, al contrario ne sono intimoriti e rimangono intrappolati in un limbo angusto fatto di speranze e istanze di libertà non supportate da un’apertura al nuovo. La loro morale, sì, prende avvio dall’individuo, ma manca di determinazione e consapevolezza delle potenzialità umane.

I personaggi adolescenti di Kirino sono fragili e impotenti, si dimenano in una situazione che non riescono a controllare dopo aver avviato un cambiamento radicale. Non esiste un’apertura che lasci intravedere una luce o una speranza oltre il nichilismo che domina la vicenda.

Questi ragazzi, succubi di una società decadente della quale non riescono a imporre un superamento, si confrontano con la morte armati di una moralità dettata dalla ribellione tipica dell’adolescenza, che non riesce a salvarli. Sono stati abbattuti, quindi, i vecchi valori, ma al loro abbattimento non è seguita una presa di coscienza che abbia fatto emergere una volontà di potenza. La distruzione è avvenuta ma è seguita solo dal caos. Dopo la morte di Dio, si potrebbe dire, muore anche il superuomo. Rimane una realtà fatta di note sconclusionate che non riescono ad armonizzarsi in un brano di senso compiuto, note che non si possono modellare e che, al tentativo di farlo, si ribellano e abbattono con violenza e indifferenza chi ha tentato di maneggiarle. 

In questo panorama devastato da un nichilismo che non si fa base di una rinascita, l’essere umano si trova a dover affrontare la morte senza strumenti adatti a elaborarla: in una società come la nostra la morte lascia sempre più muti. È questo, forse, il motivo per cui chi è integrato in questa società (e si adatta a una morale razionale-adulta) tende a evitare in ogni modo il pensiero della morte. Chi ancora non è integrato (nel caso di Real World i personaggi adolescenti che vivono secondo una morale patemica), e si dibatte nel tentativo di riuscire senza strumenti adatti ad affrontare la morte nella sua piena portata, ne viene sopraffatto.

Tutto ruota dunque attorno a un problema di comunicazione. Gli adolescenti di Kirino, così come la loro morale, sono emblematici della mancata comunicazione della morte nella società delle comunicazioni. Riescono a capire, meglio degli adulti, che esiste a proposito della morte una forma di incomunicabilità, ma non riescono a elaborarla e superarla. La società oggi non offre, non più, gli strumenti utili a comunicare il lutto ed elaborare il cordoglio.


[i] M. Heidegger, Essere e Tempo (Longanesi, Padova, 2009), paragrafo 53

[ii] A. J. Greimas e J. Courtès, Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio (Mondadori editore, Milano, 2007)

[iii] Questo modello di analisi è costituito da quattro “strati” che, partendo dalla profondità logica di un testo, arrivano fino alla sua manifestazione lineare esplicitando componenti fondamentali quali i valori espressi nel testo, gli attanti e le figure che li rappresentano.

[iv] O “circostanza”, a seconda delle traduzioni

[v] I. Kant, Critica della ragion pratica (Editori Laterza, Bari, 1974)

[vi] F. Nietzsche, La volontà di potenza (Bompiani editore, Milano, 1992/2001, Nuova edizione italiana a cura di Maurizio Ferraris e Pietro Kobau, Traduzione di Angelo Treves riveduta da Pietro Kobau), p. 14

[vii] Ibidem, p. 25

[viii] Ibidem, p. 35

[ix] Ibidem, p. 67

[x] Come sostiene Harrison, New York Times [http://www.nytimes.com/2008/07/20/books/review/Harrison-t.html?pagewanted=1&_r=2]

[xi] “[…] l’idea dell’eterno ritorno produce sul soggetto una tale azione destrutturante, che diventa letteralmente impensabile – inconcepibile, tale da non poter essere tenuta insieme nei suoi vari aspetti, e da produrre una sorta di vertigine nel pensiero. È soprattutto questo il significato della nozione di volontà di potenza, che viene in luce se si segue fino in fondo il discorso sulla portata selettiva che Nietzsche attribuisce all’idea dell’eterno ritorno, nel suo duplice significato di estremizzazione del nichilismo e di nuova condizione di felicità dell’uomo.” [G. Vattimo, Introduzione a Nietzsche, Editori Laterza, Bari, 1986, p. 94]

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11 pensieri riguardo “L’incomunicabilità del concetto di morte nella società delle ICT in Real World di Natsuo Kirino.

  1. non ho letto il libro, quindi la mia può essere un’osservazione inopportuna: vedo che nell’analisi di questo libro c’è tanto occidente (heidegger etc.) ma quello che mi interesserebbe sapere è come il modulo culturale orientale (nello specifico nipponico) possa essere interpretato in questo libro. Comunque lo prenderò, grazie per averlo segnalato

    1. E’ una domanda che ci siamo chieste anche noi, prima di pubblicare l’articolo.
      In particolare, anzi, ci siamo chieste in Redazione come potessero schemi interpretativi tratti da filosofi occidentali adeguarsi senz’altro ad un ambiente culturale e sociale orientale.
      Ma riflettendo sul fatto che, per esempio, la prima traduzione e diffusione in giapponese di un testo fondamentale del nichilismo come “Che cos’è la metafisica?” di Heidegger è del 1930, riflettendo sull’imitazione indefessa da parte dei nipponici dei nostri usi e costumi occidentali in profonda contraddizione con le loro tradizioni secolari, riflettendo sul fenomeno tipico e topico degli hikikomori,adolescenti reclusi volontari che comunicano col mondo solo tramite internet e la tecnologia, riflettendo sul fatto che non esistono filosofi che abbiano analizzato altrettanto bene la techné come quelli occidentali (e la techné è globale e globalizzata), e soprattutto riflettendo sul fatto che l’autrice Kirino ha un piede tematico in Oriente ed uno in Occidente, certo, l’operazione analitica sembra poco scientifica quanto a prospettiva antropologica ed ermeneutica, applicando paradigmi filosofici occidentali ad un humus orientale, ma semioticamente diciamo che come tentativo, per i motivi di cui sopra, ci può stare.
      Questa è una mia personale opinione, aspettiamo l’intervento e la spiegazione dell’autrice dell’articolo.
      Sonia Caporossi

  2. Eccomi! Chiedo scusa per il ritardo ma ho una connessione altalenante. Grazie Vera del commento e Alessandro della domanda. Alla spiegazione di Sonia aggiungo solo la considerazione che in semiotica un testo ha valore in se stesso. Eco in ‘Lector in fabula’ distingue tra l’Intentio auctoris, l’Intentio operis e l’Intentio lectoris, specificando che per la semiotica hanno importanza unicamente le ultime due e il lavoro cooperativo che avviene tra testo e lettore (non tra autore e lettore). Di conseguenza perde d’importanza il fatto che il libro sia stato effettivamente scritto da un’autrice giapponese (perde d’importanza, in realtà, che il testo sia stato scritto da qualcuno in generale). Per quel che ne sappiamo il nome dell’autrice sulla copertina potrebbe essere un metasegno pensato appositamente per guidare la nostra interpretazione in una direzione differente dalla realtà (e in un certo senso è così, visto che Natsuo Kirino è lo pseudonimo maschile dell’autrice).
    Riguardo l’interpretazione della società all’interno della quale ‘Real World’ è stato concepito, la prospettiva che ho voluto prendere in considerazione (il taglio che ho voluto dare alla ricerca) non è quella della distinzione tra oriente e occidente, e nemmeno quella specifica del modulo colturale nipponico, quanto piuttosto quella della società industrializzata in generale, che sembra presentare caratteristiche simili (globali?) ovunque.
    Resto a disposizione per chiarimenti e dibattiti, grazie dell’interesse 🙂
    Elisa

  3. Grazie a tutte e due. Veramente interessante: riflettere sull’enorme potere dell’industrializzazione sulle coscienze civili. Grazie anche per aver evidenziato la valenza semiotica del contributo: questo pone la questione su un’ottica che, a dire il vero, avevo da tempo tralasciato. Buona serata!

  4. Grazie per la condivisione.

    Che la società della comunicazione non “comunichi” nulla di essenziale sulla morte, lasciando quindi nudi e sgomenti coloro che vi si imbattono, è paradosso apparente quanto potenzialmente fuorviante. Rilancio con una provocazione: non è forse la pervasività della comunicazione ad aver portato quegli adolescenti sul margine estremo di una vicenda che essi non possono superare proprio perché insuperabile, orizzonte ultimo della comprensibilità? In tal senso è proprio la scoperta della morte ad aver già “bucato” la scena e ad aver reso esperibile, a tutti gli effetti, quell’oltre, al di là di una riaffermazione di stampo nietzchano…

    Non avendo letto il testo, seguo esclusivamente il corso dei pensieri condivisi.

    Francesco

  5. Non ho letto il libro, ho seguito il tuo ragionamento sulla morale universale(adulta) e quella individuale(adolescenziale) . Il matricidio e, in generale, la morte, farebbe cadere il velo della falsa morale adulta e mostrerebbe il “mondo reale” contemporaneo così com’è, dominato da tante “morali individuali” ,e perciò, molto diverso da come vorrebbero le regole che si è dato. Questo mondo appare attraversato da istinti incontrollati, comportamenti brutali, però, non basta stigmatizzare il matricidio come atto illegale, per poterlo negare. Rimuovere, insomma, il concetto di morte nell’attuale società, è davvero un rischio, forse perchè in questo modo non c’è possibilità di spiegarlo, affrontarlo ed elaborarlo.
    Non so se questa mia interpretazione sia corretta. Proverò a leggere il libro.
    Un saluto a te.

    1. Ciao Iarida!
      “Rimuovere, insomma, il concetto di morte nell’attuale società, è davvero un rischio, forse perchè in questo modo non c’è possibilità di spiegarlo, affrontarlo ed elaborarlo.”
      Esatto, questo è proprio un sunto di quello che penso a proposito e di cui ho voluto parlare con questo articolo. Le conseguenze di questo rischio costituiscono poi un discorso a parte, che conto di approfondire prossimamente.
      Ti consiglio comunque il libro che è ben scritto e comunica valori importanti. Della stessa autrice ho amato molto ‘Grotesque’ e ‘Le quattro casalinghe di Tokyo’.
      A presto!
      E.

  6. Grazie a te Francesco!
    Provo a rispondere alla tua provocazione, sperando di averla interpretata correttamente: il libro si apre con un matricidio, e come dici tu in questo caso la scoperta della morte buca la scena, ma in un senso particolare. Il resto del romanzo si colloca in un ‘oltre’ nel quale i protagonisti creano e agiscono all’interno di una resie di mondi possibili soggettivi (tutti in qualche modo legati a problemi di comunicazione). E’ già all’interno di questi mondi, che sussistono in funzione dell’omicidio iniziale, che i personaggi si dibattono e non riescono a ritrovare un substrato condiviso, perciò diventa loro impossibile comunicare e condividere la propria angoscia.
    Sul concetto di insuperabilità mi trovi d’accordo, tuttavia la cultura ha (o aveva) elaborato una serie di contesti rituali per circoscrivere lo spazio del lutto e mettere ‘in sicurezza’ il dolore dei sopravvissuti. Nella società della comunicazione queste prassi rituali vengono meno, tanto che si parla di ‘deritualizzazione del lutto’ (Ortoleva), o ‘rimozione del lutto’ (Elias).
    Gli adolescenti di Kirino si rendono conto, a mio avviso, dell’incomprensibilità (e della incomunicabilità) della morte, ma non riescono a superarla, in quanto non hanno i mezzi per farlo, di conseguenza non rielaborano il concetto di morte dando vita a un nuovo impulso culturale, ma al contrario ne vengono schiacciati. Da qui il nesso con Nietzsche e il fallimento nel superare il nichilismo.

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