Liberare la poesia: ma da che cosa? La polemica fra Carlo Carabba e Vincenzo Ostuni, facendo il punto.

Edoardo Sanguineti mette le mani avanti

Edoardo Sanguineti mette le mani avanti

Di SONIA CAPOROSSI

ho fatto passi indietro da gigante, in questi mesi:

il mio cervello

trema come marmellata marcia, moglie mia, figli miei:

il mio cuore è nero, peso 51 chili:

ho messo la mia pelle

sopra i vostri bastoni: e già vi vedo agitarvi come vermi: adesso

vi lascio cinque parole, e addio:

non ho creduto in niente. 

(E. Sanguineti)

È sorta una polemica che pare nuova, ed in realtà è vecchia e polverosa. Si è sviluppata in questi giorni sulle pagine di La Lettura fra Carlo Carabba e Vincenzo Ostuni, attorno a due mo(n)di opposti di concepire la poesia. Carabba (Meno Sanguineti più Szymborska – Liberiamo la poesia, su La Lettura, n.17, 11/03/2012) pretende faziosamente di spiegare l’improvvisa popolarità della poetessa polacca col fatto che “i versi della Szymborska hanno un pregio che spiazza e sorprende il lettore: si capiscono e, spesso, commuovono”. Ciò lo porta, contro Ostuni, a dare addosso ai maggiori rappresentanti dello sperimentalismo e della neoavanguardia italiana per colpire, più o meno indirettamente, i versificatori sperimentali d’oggi in toto, e non solo, a ben vedere, quelli raccolti da Ostuni nell’antologia dei Poeti Anni Zero contro cui apertamente Carabba si pone, in quanto distanti dalla sua idea di poesia comprensibile, soggettiva e sentimentale. Per fare questo egli generalizza alcune affermazioni personali sulla poesia che non sono pacificamente universalizzabili. In particolar modo, il suo Malleus Maleficarum se la prende col Gruppo 63 come capostipite di una scuola poetica intellettualistica e difficile, che il pubblico non apprezza (ma tocca vedere quale).

Scrive infatti nel suo trafiletto Carabba: “i bersagli polemici dei neoavanguardisti sono principalmente due: una lingua che abbia la pretesa (ingenua) di significare qualcosa e la malaugurata tendenza dei poeti a parlare di sé. E ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, l’odio per la lirica non si è affievolito come mostra, ad esempio, la prefazione di Vincenzo Ostuni”all’antologia succitata.

Ora, a parte che non si può identificare lo schizomorfismo linguistico del Gruppo 63 con l’assenza di significazione, perché in realtà esso consiste  nell’aspirazione all’esplosione prismatica della stessa, atta a sottolineare la schizoide iperrealtà della società contemporanea, consumistica e caotica, di cui si pone a mimesi; a parte che i poeti del Gruppo 63 non è proprio vero, al di là dei proclami, che non abbiano mai detto “io”; a parte che identificare la lirica in quanto tale con il sentimentalismo e col verso comprensibile è quantomeno riduttivo; ci si deve domandare, gettando un occhio al titolo del pezzo, se la poesia davvero si libererebbe quando vende. Ma andiamo per ordine con le argomentazioni.

La Szymborska, grande poetessa, da noi è ovviamente letta dalla maggioranza dei fruitori in traduzione; come per tutte le traduzioni, leggerla dal polacco equivale a trovarsi di fronte una parafrasi, come dire che uno pensa di leggere poesia ma in realtà ha davanti agli occhi solo qualcosa che va a capo. Paragonare la poesia italiana con poesia straniera in traduzione, quanto a sé, equivale a sommare le mele con le pere. Ci si dovrebbe piuttosto chiedere: perché la Szymborska in Italia vende tanto più adesso che è morta? Non è forse per via della diffusione mediatica dell’evento, effetto rebound di Tranströmer, altro illustre precedente sconosciuto al popolo, che in Italia non avrebbe venduto una sola copia se non fosse passato per i media mesi fa a causa del Nobel?

Ma davvero stiamo pensando che ci sia un altro motivo? Se fosse così, dovrebbe essere un best seller Sandro Penna. Se un’eventuale riedizione critica di Penna non venderà più di Tranströmer e della Szymborska, l’ipotesi potrà considerarsi popperianamente falsificata per modus tollens. E dunque il senso dell’intero articolo di Carabba non sarà che metafisico.

Il secondo punto a detrazione della tesi di Carabba è il fatto che c’è avanguardia e avanguardia. Non si vede, ad esempio, per quale motivazione, estetica, logica, contenutistica o formale La Ragazza Carla di Pagliarani debba essere qualcosa di poeticamente incomprensibile o di emotivamente sterile, pur se non dice “io”. Certo, Pagliarani nel poemetto sviluppò una sorta di neocrepuscolarismo sperimentale, e per questa sua versificazione piana, il testo si capisce. Ma sempre avanguardia è.

La pretesa di antinomizzare il Gruppo 63 con le due istanze (comprensibilità ed emozione) che furono già proprie di un Prévert è pericolosa, perché istituzionalizza, come esclusiva latrice di poesia, la tendenza abbracciata da molti comprensibilissimi poeti emozionali di oggi, che ci impongono di leggere versi di successo, stucchevolezze congeneri al “Considero valore” di Erri De Luca, affinché il pubblico di livello mediobasso si appaghi della lubrificazione oculare massificata, del prodotto eterodiretto dei propri dotti lacrimali azionati a comando.

Senza contare la reductio ad unum col Gruppo 63 che si fa della storia della poesia italiana contemporanea di tendenza in questo, esso sì, tendenziosissimo articolo. E Sereni, Caproni, Bertolucci, Pasolini, Luzi, Saba, Penna, il Volponi poeta? Perché tacerne mascherando così la realtà, ovvero che il Gruppo 63 storicamente è stato solo una frangia, e neanche la più seguita dal pubblico, della poesia italiana?

Alla luce di queste considerazioni, pur partendo bene e da assunti condivisibili, l’articolo appare smontarsi da solo e perdere qualsiasi forma di consistenza argomentativa, semplicemente perché non è vero che non esista poesia italiana contemporanea sperimentale degna di tale nome che sia anche accessibile sul doppio piano estetico e intellettivo a tutti. A meno che il discorso non verta sul piano del consumo industriale, ma allora il topic dovrebbe essere diverso e la parola poesia non dovrebbe venire in esso abusato.

‎La verità è che non esiste in poesia nessun default categorematico in un senso (comunicativo) e nell’altro (elitario), se essa esprime in varie possibili forme non altro che lo spirito lirico e/o sociale del suo tempo (dico e/o perché per esempio nella poesia civile di Pasolini i due punti convergono compiutamente). Allo stesso modo non esiste e non deve esistere un canone giocoforza universalmente condiviso; un tale problema, infatti, non si pone se non nell’articolo di Carabba, che invece pare crederci.

Ostuni e Carabba divergono volontariamente in un polemico dualismo che non vuole risolversi, perché se lo facesse, scoprirebbe “l’ovvio della non ovvia condizione dell’ovvio” (per dirla alla Emilio Garroni), ovvero, parafrasando Pizzuto, che “la poesia è poesia, se la poesia è poesia, finché la poesia è poesia”. Cerchiamo di indagarne, al limite, il fondamento estetico con lame più affilate che la sterile polemica socioletteraria. Qui occorre – forse- la filosofia.

In risposta alla polemica in cui sono intervenuta fra le pagine facebook dell’amico Vladimir D’Amora, sulle quali il dibattito è proseguito e sta proseguendo in questi giorni, Carabba mi risponde che “i recenti risultati commerciali della Szymborska falsificano (“popperianamente”…) questo assunto e mostrano che, date determinate condizioni, un pubblico mediamente colto e interessato è ben felice di acquistare e leggere poesia”. Ed invece non lo falsificano, proprio a causa della presenza di numerose variabili: la morte, il Nobel, l’effetto rebound già citato, la diffusione mediatica su giornali, trasmissioni televisive, social network. Stessa cosa accadde a suo tempo per Alda Merini, dalle reiterate apparizioni al Maurizio Costanzo Show fino alla morte andata a finire su tutti i giornali, la curva delle sue vendite e riedizioni continue ancora non scende. Questo dimostra solo che, quando la poesia vende tanto, ciò accade per questioni che esulano molto spesso dalla poesia stessa. Per uscire un poco fuori dal contesto, pensiamo, ad esempio, alle vendite dei Queen dopo la morte di Freddie Mercury.

Se volessimo inoltre intavolare seriamente un discorso filosofico estetico sul senso del bello in poesia, oggi ch’è oggi, occorrerebbe innanzitutto non riferirsi a Kant come invece Carabba fa implicitamente nel suo articolo ed esplicitamente nella discussione successiva alla sua pubblicazione. E non bisognerebbe citarlo per una serie di ragioni: perché nell’articolo Carabba sostiene che non si debba eliminare il giudizio di gusto “mi piace / non mi piace” come invece avrebbero preteso fare i Novissimi, ma per il Kant della KdU tale giudizio non è riferibile al bello, bensì al piacevole, che è e rimane soggettivo e dunque non consiste nella categoria estetica che possa decidere della validità o meno di un’opera; e poi perché Kant era un classicista, e perché delle due l’una: o parametro artistico contemporaneo è il piacevole, ma se si assume Kant non può esserlo del bello e dunque il discorso di Carabba lascia il tempo che trova, oppure neanche il bello classico come Bestimmungsgrund è parametro artistico contemporaneo, postmoderno o tantomeno transmoderno, e non lo è almeno dall’estetica del brutto di Rosenkranz in poi.

Già Hegel ci aveva avvertiti della “morte dell’arte” (in realtà egli parlava non di morte, ma di “superamento”) proprio nel senso che il classicismo, nel diluvio a lui seguente, si sarebbe profeticamente esaurito e spento, come le avanguardie storiche e gli sperimentalismi del successivo Novecento, non solo in poesia, ma nell’arte in genere, stanno a testimoniare. Che l’arte contemporanea si sia svincolata dall’immediatezza comunicativa per assurgere a livello del simbolo deformato di una realtà orrenda e, pertanto, trasfigurata esteticamente in analogie poco comprensibili, è cosa che si sa dal dadaismo: gettiamo anche alle ortiche Picabia (i suoi quadri e i suoi versi improvvisati), il discorso non cambia, perché è l’eventualizzarsi storico a palesarne il senso via via nel suo da farsi. Oggi, poi, che siamo ben oltre tutto questo, quand’anche il postmoderno come concetto appare superato.

Ma la questione è più, come dire: grave. Eh sì, perché la polemica sembra attestarsi sulle veteroposizioni crociane (un Croce, com’è noto, che nella prassi critica diceva una cosa, e nella teoria estetica un’altra); sembra infatti ancora di stare, come in Poesia e Non Poesia, a vivisezionare tagliuzzare anatomizzare: “qui il momento lirico c’è”, “qui non c’è”, “qui di nuovo c’è”, “qui ancora non c’è”…

Nella sua risposta su La Lettura (18/03/2012, Liberiamo la poesia sì, ma dai piagnistei facili che neppure vendono) Ostuni, in fondo, non fa che difendere le molteplici possibilità espressive della poesia sperimentale. Ha ragione nel citare Giuliani che nella prefazione ai Novissimi scriveva:  “Si deve poter profittare di una poesia come di un incontro un po’ fuori dall’ordinario”, non foss’altro che, in modo interessato, lo fa per difendere i Poeti degli Anni Zero di cui ha personalmente curato l’antologia. Quanto al florilegio ostuniano ideologicamente eterodiretto dei propri poeti preferiti, è male vecchio. In questo senso, a onor del vero, Sanguineti non compì un’operazione tanto dissimile con la sua antologia einaudiana della Poesia italiana del Novecento, come quando vi pubblicò alcune fra le poesie meno significative di Penna per metterlo chiaramente in cattiva luce, oppure quando dedicò pagine e pagine a Gian Pietro Lucini, per Sanguineti icona sperimentale delle Neoavanguardie, ma prima d’allora considerato epigonale da tutti.

Tuttavia, al di là di questo suo inter-esse personale alla questione, Ostuni ha ragione a citare Roversi quando afferma che occorre “l’umiltà” (da Carabba e molti lettori scambiata per spocchia) di «sedere al tavolo dei linguaggi» contemporanei e non arroccarsi nella tradizione”. Che poi – e qua torniamo a monte – c’è tradizione e tradizione.

Lo stesso Gruppo 63 fu criticato in pochi anni, e molto prima di Carabba, per essere rientrato nel Sistema in senso accademico, per aver creato una “scuola” dopo essersi posto, programmaticamente, contro tutte le “scuole”; per avere, in una parola, dato il via ad una tradizione antitradizionale, che in quanto tale, non meno tradizione si ritrova oggi ad essere. Ma questo assunto, ribadisco, è storicamente valido in un senso e nell’altro. Pensiamo alla normativizzazione che immediatamente ebbe luogo circa l’opposta “linea sabiana” (quando per normativizzare bastava, come basta ancor oggi, inventare costruttivisticamente una definizione o un sostantivo collettivo in cui incasellare i nomi propri di persona). Aborrire le canonizzazioni è pratica discorsiva che spesso non trova riscontro nei  fatti. Anzi, debbo dire, quasi mai.

Quanto a me, io non condivido l’assunto di Carabba perché “poeticum nihil a me alienum puto”: la mia critica, in definitiva, riguarda la sua pretesa esclusione di una determinata idea di poetico, esclusione che egli imputa ad Ostuni, quando a ben vedere e per quanto sembri paradossale, la posizione di quest’ultimo, nel difendere la poesia sperimentale, non pare tanto rifiutare, quanto accogliere un po’ tutte le forme poetiche ben al di là della polemica: proprio perché gli sperimentali non escludono la comunicazione, l’emozione, l’io da nessuna parte. Eppure Ostuni pone una premessa: se di poesia si tratta e non, come dice lui, di piagnisteo e filastrocca infantile, che di poetico, a parte il titolo, non hanno nulla. Allora qui la polemica dovrebbe spostarsi su chi merita e chi non merita l’appellativo di “poeta prefica del Salento”, su chi è degno e chi non lo è, e soprattutto perché. Ma sarebbe una carneficina inutile e soprattutto pretenziosa e surrettizia; su quali ragionevoli fondamenti estetici, poi, che in tutto questo dibattito non ne ho punto visti? I Canoni Letterari, così, scritti in maiuscolo, sono sempre assiomaticamente sistemi chiusi; ed io parteggio per il sistema aperto, via via perfettibile proprio perché includente. Come del resto è la natura del linguaggio.

Credo comunque che la polemica sorta fra Carabba e Ostuni, oggigiorno, sia sterile se non inquadrata nella necessaria ed urgente analisi dei rinnovati meccanismi socioeconomici del puro marketing e tra l’altro, di per sé, è vecchissima: si sta riproducendo in qualche modo l’antagonismo Sanguineti – Pasolini e il dibattito annoso che ci fu sulle pagine di Officina e Il Menabò. A maggior ragione perché ci son stati poi poeti (i cultori della materia non debbono cercarli col lanternino) che le due istanze comunicativa ed elitaria, soggettiva ed intellettualistica, sono stati in grado di ricomprenderle in sé.

Come ha giustamente ed opportunamente ravvisato anche Renzo Paris in un suo commento al dibattito, la polemica sulla presenza o meno del soggettivismo e del sentimentalismo in poesia è essa stessa roba vecchia, risalente agli anni Sessanta; e per questo, a me pare, non aggiunge nulla di nuovo se non la consapevolezza che nella mente dei giovani intellettuali italiani esiste oggi un buco storico di preparazione e svecchiamento che in qualche modo deve essere colmato. Non solo, insomma, ci tocca leggere epigoni su epigoni poetici, ma anche critica epigonale? A che pro dovremmo perdere tempo prezioso, quello stesso che, per puntualizzare tutto ciò, anch’io sto impiegando forse male?

Per concludere, a me sembra che polemiche come questa siano costruite ad arte (ma non per questo si tratta di combine come nel calcio!), giusto per smuovere un poco di polvere sulle pagine dei giornali e far vedere che l’intellettuale è vivo e fa qualcosa. In qualche modo, aveva ragione Pagliarani a denunciare questo vuoto di argomenti che deve giocoforza darsi come pieno in una sorta di vitalismo fatuo che faccia vedere un’ombra di sostanza agitarsi sotto la coltre, non fossero altro che vermiformi argomentazioni ormai in decomposizione. La poesia, ma anche la critica, come qui pare, è “il nostro daffare al momento / è saltare è saltare è saltare / se no sulla coda ci mettono il sale”.

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Per approfondire ecco gli articoli originali:

Carlo Carabba:

http://edizionipontesisto.wordpress.com/2012/03/18/carlo-carabba-meno-sanguineti-piu-szymborska-liberiamo-la-poesia/

Vincenzo Ostuni:

http://edizionipontesisto.wordpress.com/2012/03/18/vincenzo-ostuni-liberiamo-la-poesia-si-ma-dai-piagnistei-facili-che-neppure-vendono/

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35 pensieri su “Liberare la poesia: ma da che cosa? La polemica fra Carlo Carabba e Vincenzo Ostuni, facendo il punto.

  1. Ottimo articolo, che centra perfettamente il punto della questione. Oltretutto le categorie impiegate da Carabba credo risultino ormai poco più che etichette merceleogiche (o presunte tali), come si evince del resto dal nucleo della sua argomentazione: poesia facile = che vende / poesia difficile = che non vende. Ma come sanno in realtà anche i lettori meno avvertiti, tale equazione è palesemente falsa: lo hanno dimostrato già da tempo il fenomeno delle macchine narrative di Eco e i libri da esposizione (che si comprano ma non si leggono: e il mio sospetto è che la Szymborska rischi di essere uno di questi). A contare è l’esposizione mediale del prodotto libro, è chiaro: non del testo.
    Trovo in particolare molto acuta la considerazione sul fatto che la Szymborska sia letta in traduzione; avevo pensato di scrivere qualcosa sull’argomento, ma la mia pressoché nulla conoscenza del polacco mi ha fatto desistere, poiché non ero assolutamente in grado di valutare la densità semantica dell’originale. Sta di fatto, per quanto il traduttore italiano assicuri dell’assoluta intelligibilità del testo originale, che come viene qui opportunamente notato, ogni traduzione è un volgarizzamento, e ogni traduttore di una certa epoca scrive inevitabilmente in una lingua più “trasparente” di un poeta proprio coevo. Addirittura può risultare estremamente più moderno: da giovanissimo lettore, ad esempio, fu la lingua usata da Sanesi per tradurre Eliot ad allontanarmi dal “vecchio” Montale (considerato qui solo come modello “scolastico” di poesia, stricto sensu: i poeti che conoscevo allora erano solo quelli che avevo la fortuna di leggere a scuola).
    Tornando all’oggetto del dibattere, poi, come mi è capitato di dire presentando l’antologia di Ostuni a Bologna, pochi giorni prima della recensione di Carabba, uno dei pregi che l’antologia ha è sicuramente quello di volersi porre (e finalmente) come qualcosa di non epigonale: che poi ci riesca, e in che misura, è cosa che esula le considerazioni del momento. Ma personalmente ho ritenuto apprezzabile il suo essersi posta finalmente su una linea programmaticamente oltre il trascinarsi di polemiche novecentesche, e tentare un apertura a orizzonti nuovi: le scritture raccolte al suo interno, oltretutto, sono fra loro molto diverse e non rispondono certo ad alcun manifesto o programma comune. Al contrario, chi ha animato la polemica sembra davvero voler riportare il dibattito entro certi recinti ben consolidati, epigonali appunto, e tutto sommato comodi per chi si trova a proprio agio entro un certo status quo. In ultimo un caloroso plauso per lo spazio dedicato alla formula roversiana: benché anch’essa piuttosto attempata, risalendo a propria volta agli anni Sessanta, conserva una particolare freschezza proprio per il suo essere antidogmatica e non assiomatica, perché suggerisce l’idea che la poesia debba umilmente andarsi a cercare le proprie soluzione, e non pretendere invece di averle già a priori, grazie a un maestro, a una scuola, a uno statuto ontologico o a un’illuminazione.

  2. Ho letto i due articoli, al momento della loro uscita. Non ho trovato interessante né l’uno né l’altro (se si escludono aspetti che possono attenere alla sociologia della letteratura). Li considero trappole mediatiche dalle quali preferisco stare lontano; rifriggono arie già fritte, sottraggono tempo e attenzione. Sono nostalgici, e perciò mancano il presente. Tanto per chiarire in che ambito poetico mi muovo (è implicito nella poesia che scrivo, ma ritengo utile, qui, qualche passo fuori del seminato), faccio presente che negli anni Ottanta, ad Arezzo (dove allora vivevo), assieme ad altri ho messo in piedi una rassegna di poesia dal titolo niente affatto casuale, “Confluenze”. Negli anni in cui la rassegna è andata avanti – con grandi sacrifici, giacché il circolo culturale in cui operavo era legato a Democrazia Proletaria, e la giunta di sinistra, allora al governo della città, non si può dire che ci coccolasse – si sono alternati poeti delle più svariate tendenze (vado a memoria: Franco Fortini, Milo De Angelis, Edoardo Sanguineti, Dario Bellezza, Amelia Rosselli, Biancamaria Frabotta, Elio Pagliarani, Antonio Porta, Vito Riviello, Anna Cascella, Giulia Niccolai, Corrado Costa, Cesare Viviani, Paolo Volponi, Giuseppe Conte, Tommaso Ottonieri, Isabella Vincentini, Valentino Zeichen, Valerio Magrelli, Jolanda Insana, Gianni Toti, Vivian Lamarque, Nanni Balestrini, Giovanna Sicari, tanto per citare i più noti). Ecco, quel confluire, anno dopo anno, in un medesimo luogo, di voci tanto diverse tra loro, rendeva possibile, ai numerosi spettatori della rassegna, una percezione abbastanza ampia di quali fossero gli ambiti formali attraverso i quali la poesia, allora, provava a prendere voce e a dire la sua. In quel modo non fazioso, aperto a (e rispettoso di) tutte le diversità, la poesia agiva con i suoi strumenti propri: i versi, raccontati dalla voce dei poeti stessi; e incontrava un pubblico composito, dotato di molteplici strumenti e gradi di fruizione. Da ognuno di quegl’incontri sortivano effetti. Questo ci interessava che accadesse, allora, e questo continua a interessarmi, oggi: far parlare in prima persona la poesia, darle voce, crearle occasioni; farla filtrare, come l’anguilla montaliana, fin nel cuore della pietra. Poiché la diatriba Carabba/Ostuni – satura com’è di militanza nel già visto – sta agli antipodi di tali interessi, ed è nutrita da conflitti per egemonie che hanno ben poco a che spartire con la poesia, preferisco non darle troppa considerazione.
    Da ultimo, apprezzo molto la scelta (di Sonia?) di mettere quei versi di Sanguineti come epigrafe del suo intervento.

    • Grazie a Vincenzo, grazie a Fabio.
      La scelta dei versi sanguinetiani è mia, ma dopo averli letti en passant sulla pagina dell’amico Vladimir D’Amora ed aver pensato che facevano proprio al caso. Come del resto la fotografia di Sanguineti che “mette le mani avanti” a dire: “lasciate in pace la poesia”.
      Condivido il tuo intervento, Fabio, ed in effetti il mio articolo vuol fare il punto proprio per dire BASTA.
      E’ che sono logorroica…:)

      Sonia Caporossi

  3. Ciao Sonia, bell’articolo anche se purtroppo questa diatriba tra i due mi sembra non necessaria e anacronistica; mi pare un voler retrocedere invece che avanzare.
    Quoto il Ciriachi, totalmente.
    Per quel che mi riguarda amo poeti dalle più svariate connotazioni, che essi “spieghino” o no, c’è qualcosa di imponderabile che ti fa amare dei versi, in una così intima comunicazione, quale tenta di essere la vera poesia. E poi concordo sul discorso di “sedersi al tavolo dei linguaggi”; intabarrarsi in arcaiche convinzioni o in assolutismi credo che oggi come oggi sia una condizione impropria all’essere pensante.
    Parlando in termini di vendite, invece, la poesia non può e non è tenuta a seguire certe logiche, che appartengono solo a quella legge di “superficie” che riguarda l’essere, in questo caso meno pensante, ma più istintivo. Si tende a idolatrare o quanto meno a mitizzare qualcuno più facilmente tramite i media, o la morte, il più delle volte, e questo genera maggior attenzione, ma come tu giustamente sottolinei, non è un discorso che riguarda la poesia in senso stretto, ma più un discorso di “facciata”. Io aggiungo anche un’altra banalità: in Italia siamo amanti dei “forestieri” in genere (così si dice no? almeno dalle mie parti) quindi forse varrà questo anche in poesia? Penso a vari validissimi poeti, e non parlo solo di quelli già consacrati in vita, che dopo la morte non hanno trovato, neanche allora, le giuste considerazioni a livello nazionale.
    Per non andare troppo fuori tema aggiungo che a me la Szymborska è piaciuta sempre, come anche mi è sempre piaciuto Sanguineti. Solo che Sanguineti mi piace per il suo stile che sento più mio, mentre la Szymborska l’ho sempre adattata al suo contesto e ho cercato di sperare in una traduzione quanto più fedele all’idea di origine.
    I poeti dell’est europa in generale, hanno delle peculiarità proprie, che è difficile riscontrare nei poeti diciamo così “mediterranei” (anche se odio fare “geografie poetiche” ma in questo senso mi tocca). Per farla breve, non condivido questi “ostracismi” poetici o al contrario, queste etichette, queste convenzioni. La poesia è un mondo troppo grande per rinchiuderlo in così piccole stanze. Certo ci sono influenze, correnti, ma credo che questo non influisca sulla grandezza poetica del singolo poeta. Certo, rimane il discorso di fondo, la poesia non vende e non venderà. Quella che riesce a vendere, bé, il motivo non è da ricercare nella poesia, ma nell’assurda psicologia umanoide.

    Mi scuso per l’ingenuità dei miei commenti ma non sono abituato a criticare, preferisco solo leggere, che già di per sé è atto assai difficile. :-)

    Un caro saluto e grazie per la considerazione.

    Antonio Bux

  4. Ops, ho dimenticato di dire, qualora non si fosse capito, che se proprio devo prendere una parte, sono “dalla parte” di Ostuni, ovviamente.
    Però ripeto, ho trovato la questione oltre che annosa e impropria, soprattutto noiosa….forse gli si è data anche fin troppa considerazione (mi chiedo se era quello che ci si era prefissi?).
    Spero e credo di no.
    Volevo aggiungere anche che meriti un 10 e lode, per la scelta della poesia del grande Sanguineti, una poesia infinita questa che hai postato.

    Grazie ancora :-)

    Antonio

  5. Pur essendo uno dei pochi “carabbiani”, trovo ottimo questo intervento saggistico, articolato e organico. Coopta anche molte riflessioni brillanti che la querelle, per quanto di taglio giornalistico, ha generato.
    Non capisco però come si possa mettere il punto a una diatriba che ci accompagna ormai da quasi 50 anni… semplicemente ri-affermando il valore dell’esperienza del gruppo 63, di Sanguineti, o dell’antologia curata da Ostuni. Non credo che questo fosse l’obiettivo di Carabba, che si è messo in una posizione difficile… Difficile da vedere, perchè ammantata di polemica. E non del tutto sterile, se stiamo qui a parlarne.

    Un paio di cose, quindi:

    il default categorematico comunicativo/elitario non funziona, se non in modo molto ambiguo, nel testo poetico, mentre è pane quotidiano della critica, non solo giornalistica. Anche perché critica e critica giornalistica finiscono oggi per confondersi. E’ un problema del dibattito culturale di oggi, e la mancanza di figure intellettuali tradizionali non può portare alla conclusione (questa sì, snob) che sollevare una polemica letteraria, nel deserto, sia solo la finzione in cui cade l’intellettuale che si voglia esibire come ‘vivo’… La polemica ha ragion d’essere.

    Al tavolo dei linguaggi può sedersi anche il non iniziato? e cosa rappresenta per il non iniziato un linguaggio che lui, lei non conosce minimamente (…ma solo perchè non è iniziato alla repubblica delle lettere) a parte lo stimolo, che è anche intrinsecamente moralistico, a studiare di più?

    Perché Ostuni risponde stroncando a sua volta Carabba, e non la Szymborska? E non Alda Merini? E non Franco Arminio? Si può tranquillamente affermare il valore di questa poesia, nonostante la loro mediatizzazione, e malgrado il fatto che si comprino i loro libri per poi non leggerli, come succede con i romanzi sofisticati di Umberto Eco.
    Ergo: si può costruire una posizione pasoliniana parallela e antagonista a questa, vuoi o non vuoi, sanguinetiana.

    E’ che qui, come altrove, non si va oltre con un semplice colpo di spugna. O si riattraversa completamente il guado, senza dire per forza ‘com’è bella questa palude’, o nel guado si rimane.

    • La palude, lungi dall’esser bella, è un “universo orrendo”, invece, di consumismo e sotterfugi (Pasolini).
      La tua posizione è vicina alla mia più di quanto tu creda, infatti affermo nell’articolo anch’io: “poeticum nihil a me alienum puto”.
      Ho preso non a caso come esempio “La ragazza Carla” perché è un poemetto sperimentale con punte di lirismo sommo nel suo darsi persino in narrazione neocrepuscolare. L’ho citato, al di là del Gruppo 63 e dei periodi di appartenenza o meno al gruppo, per dire che non è necessario che la poesia per andare al cuore debba dire “io”. Senza rinnegare la grande poesia che lo fa.
      Considera che la complessa articolazione semantica di cui vive l’aggettivo “impuro” e su cui si fonda il basamento ideologico del nostro blog è ripresa da Pasolini, per suggerimento di Antonella Pierangeli, filologa pasoliniana, ma è un termine a cui io ho attribuito i miei significati; non credo, pertanto, di possedere una posizione sanguinetiana ortodossa, ma neanche, per mia fortuna, sono vittima dell’abituale pasolinismo prono, anzi! Piuttosto preferisco pensare di avere una posizione autonoma e non di riflesso.
      Nessun colpo di spugna, inoltre: solo una riflessione. Come mai dopo cinquant’anni stiamo ancora a carissimo amico?
      In quante battute si può crear casino in un trafiletto, ed in quante pagine di blog si può cercare di mettere ordine cercando di non fare altro casino?
      Quanto allo snobismo, sono fiera figlia di metallurgico e di casalinga. Io.

      Sonia Caporossi

      P.S. Quanto alle ragioni di Ostuni, chiedile a lui. Ha rigettato l’articolo in toto, dimostrazione che quest’ultimo non è stato scritto per partigianeria, bensì gode nel mantenersi libero.

  6. Ho una laurea scientifica e una decina di anni fa ho incontrato la poesia aggirandomi nel web e incappando in un sito di scrittura. Ho cominciato a pubblicare “qualcosa” che neppure io sapevo se potesse definirsi poesia. Quello che scrivevo pareva gradito ai lettori di quel sito e io a mia volta ho incontrato in quel luogo penne della quale mi sono innamorata. Così, dal basso, o meglio, dal piano-terra, è nata la mia passione per la poesia. Nell’aggirarmi in questo blog mi rendo conto di quanto mi manchi a livello di conoscenza sul tema della poesia e sul dibattito che la riguarda. E’ anche con una certa circospezione che mi accingo a commentare su queste pagine perchè è al di fuori di tutte le correnti, di tutte le scuole filosofiche, di tutte le accademie che nel corso di questi anni mi sono fatta una mia idea di cosa sia la poesia, del motivo per cui essa esiste, del motivo per cui quando leggo certa poesia mi cambia la giornata sulla scia del piacere intellettivo che tale poesia mi fa provare. E’ vero che, da quanto ho letto nel manifesto di questo blog, quest’ultimo vuole slegarsi dall’accademismo e far emergere l’intellettuale sommerso ecc ecc, in ogni caso devo dire che qui si vola ancora molto alto per le mie deboli ali di autodidatta della poesia. Desidero comunque esercitare in modo imperterrito l’uso della mia ragione e della contraddizione contando sul fatto che le mie parole possano essere accolte perlomeno con pazienza.
    L’essere umano è catapultato nella vita tra mille paure, dubbi e domande sul senso della vita stessa, sull’esistere e sul mondo che lo circonda. L’uomo si porta dentro queste zone di invisibilità che la poesia, così come altre forme di arte quali la musica e la pittura, può portare alla luce. A mio giudizio la poesia può far emergere agli occhi della ragione, i mostri poco visibili, che l’uomo si porta dentro e, facendo questo lo libera da tali mostri poichè li veste di parole e mette in risalto il loro profilo, permettendo alla mente di difendersi da essi. Questo per me è la catarsi che la poesia può donare. Scrivere poesia è quindi, sempre secondo me, un modo per avvicinarsi alla verità, quella con la V maiuscola. Dico avvicinarsi, nel senso di “muoversi verso” perchè certo come entità limitata, l’uomo difficilmente potrà mai anche solo sperare di toccarla veramente tale Verità. Trovo quindi poco sensato porre dei paletti sui temi che il poeta “deve” o “non deve” affrontare”. Il poeta vive la sua realtà interiore, l’unica che può vivere direttamente, sulla scorta di tutto quanto i cinque sensi gli trasmettono e del modo in cui il proprio sistema nervoso elabora tali stimoli. Di tutto questo il poeta può parlare e tutto questo può “elaborare” con la poesia. “Può” non nel senso di “gli è concesso”, ma ” gli è possibile”. La poesia quindi, nascendo come necessità ancestrale dell’uomo (da sempre l’uomo è tormentato dai cosiddetti “dubbi esistenziali”) non è a mio giudizio e non può essere messa al servizio di chi legge poesia. Con i suoi versi il poeta tenta di vestire di parole e di dare un contorno che abbia almeno il sapore di verità al suo mondo interiore e a come egli vede con i propri occhi il mondo che lo circonda. Così mi sono spiegata le prime sensazioni di profondo piacere da me provate nel mettere il punto finale su alcune mie poesie che evidentemente erano riuscite, per me, a raggiungere l’obiettivo sopra menzionato. Quello che sto per scrivere apparirà anche forse blasfemo, ma è quello che penso. Per chi ci crede Dio è verità e se lo è, penso che lo sia perchè “gli piace” esserlo. L’uomo che, a quanto si dice, sempre per chi ci crede, sia stato fatto a somiglianza di Dio, credo che come quest’ultimo, provi un profondo piacere nell’avvicinarsi (anche solo nel fare un passo verso) alla verità. Questo è un piacere che prescinde dal lettore che in un secondo momento leggerà i versi di un poeta. Per questo, per quanto mi riguarda non mi è mai importato nulla (posso dire “un fico secco”?) che i lettori delle mie poesie potessero “capire” quello che scrivevo. La verità, quella ultima, quella con la V, quella irraggiungibile, quella verso cui al massimo, come esseri umani, possiamo solo guardare come direzionenon credo sia spiegabile come si spiega la ricetta per fare le lasagne. I gradi di complessità dell’esistere penso siano così elevati che ci vogliano altrettato elevati livelli di linguaggio per poter solo aspirare a intravedere i lontani bagliori di questa verità. Ecco quindi che quando leggo poesie che, staccandosi dal prosaico, sanno utilizzare le molte potenzialità del linguaggio poetico (lessico, figure retoriche ecc), per portarmi a quei livelli superiori di comunicazione che soli possono sperare di introdurre chi legge nelle complessità interiori dell’essere umano di cui sto leggendo i pensieri, dicevo, quando succede questo, è come ricevere in dono da altri una rivelazione. Solo così mi spiego il profondo piacere che anche qui provo, un piacere quindi che non deriva solo dalla catarsi che riesco a vivere scrivendo io stessa poesia, ma dalla catarsi che un poeta capace di sfuttare a pieno i poteri della poesia, sa concedermi. Leggere poesia di altri può essere una profonda esperienza di condivisione catartica. Tutto questo fa in modo che la poesia, sempre secondo l’idea che mi sono fatta in tutti questi anni, abbia una importante funzione sociale, ma non nel senso che si debba necessariamente occupare di temi sociali, ma perchè tramite la poesia, i mali interiori dell’uomo possono guarire o perlomeno trovare un loro lenimento. Termino col dire quindi che io mi aspetto di capire le istruzioni dell’ultimo prodotto tecnologico che ho acquistato, se voglio sperare di accenderlo ed usarlo, e posso sperare di capirle queste istruzioni, perchè quel prodotto l’ha costruito l’uomo e l’uomo può capire come usarlo. Non mi aspetto invece di capire una poesia, ma di una poesia mi aspetto di riuscire a cogliere i bagliori di verità che essa può concedermi e che può concedermeli solo come rivelazioni.

  7. Parlo da lettore e da ignorante in materia. Dunque prendete quanto dico con le pinze del fuoco.
    Entrambi, Carabba e Ostuni, per quanto li riguarda, fanno bene a difendere le proprie posizioni critiche. Tuttavia, personalmente: che senso ha una similmente “carnale” polemica, soprattutto da parte di Carabba – poeta e redattore “radical chic” come pochi altri? In amicizia, lo dico – s’intende.

  8. Scusate, ho già scritto queste righe prima di leggere tutti i commenti (avevo letto solo quelli su facebook). Rimedierò stanotte…

    Ho l’impressione che il mio pensiero sia stato travisato, decisamente e molto, non tanto dai “common readers”, ammesso che esistano, ma da chi si occupa di poesia. Cerco, per brevità e ahimè (patetismo) mancanza di tempo sul momento, di riassumerlo in punti:
    1) Constatavo che il libro della S. ha venduto bene. È evidente che una serie di condizioni (Saviano in tv, copertura mediatica della morte) hanno fornito il terreno fertile, ma ritenevo riduttivo ritenere queste condizoni unica causa (o causa sufficiente). Per cui concludevo che, date determinate condizioni, un libro di poesia si può comportare a livello commerciale come un libro di narrativa – il che non vedo falsificato da nulla, francamente.
    2) Lamentavo che fosse invalsa l’idea di poesia come disciplina esoterica, di cui si può parlare solamente se iniziati e in possesso di una serie di criteri scientifici. Ritengo la specializzazione un fenomeno estremamente negativo per ogni forma espressiva. Non voglio negare il ruolo della critica ma penso che pubblico e critica non possano coincidere in estensione. In questo senso ribadivo, sulla scorta di Bloom, il ruolo fondamentale del giudizio di gusto.
    3) Criticavo l’introduzione ai “Poeti degli anni zero”, scritta da Vincenzo Ostuni, che critica aspramente quella che nell’introduzione è definita “lirica-lirica” o lirica suicentrica. Questo scrive Vincenzo: “Si tratta dunque ancora, in buona sostanza, di una contrapposizione fra lirismo e antilirismo – che includerà però, nel nostro caso, come cercheremo in alcuni casi di dimostrare, tratti di un lirismo relativamente asoggettivo, caratterizzato da una dismissione di ogni tirannide epistemica dell’«autore reale»; o ancora forme autobiografiche ma sostanzialmente antiliriche.”
    Per gli interessati rimando al link completo:http://www.nazioneindiana.com/2011/02/25/poesia-fuori-del-se-poesia-fuori-di-se/
    In questo senso rivendicavo la legittimità, nel 2012, della “lirica-lirica”.

    ‎4) (vagamente OT) Il riferimento a Kant nel commento non riguardava tanto la terza critica ma la prima. Leggo spesso di un’analogia tra la poesia e le “arti figurative” novecentesche. In questo senso sento di muovermi in una prospettiva kantiana. L’arte figurativa (o la musica) coinvolge immediatamente la percezione sensibile, la poesia (letteratura in genere) attraverso la mediazione del linguaggio. Certo, c’è l’immaginazione, kantianamente termine medio. Però senza la mediazione del concetto non è possibile letteratura. A ben guardare in questo senso la mia posizione, che ribadisce la pari dignità del significato rispetto al significante (da qui la legittimità della lettura in traduzione), è più “intellettualistica” di quella di Vincenzo.

    Un caro saluto a tutt* e un grazie particolare a Sonia,

    Carlo

    • Caro Carlo,
      io ringrazio te per il puntuale intervento che permette un aggiustamento progressivo delle argomentazioni.
      1) Tu qui scrivi: “ritenevo riduttivo ritenere queste condizioni unica causa (o causa sufficiente)” del fatto “che il libro della S.” abbia “venduto bene”.
      Il fatto è che i “common readers” esistono eccome, e sono gli stessi che guardano la TV.
      “Date determinate condizioni, un libro di poesia si può comportare a livello commerciale come un libro di narrativa “. Se la condizione per cui la poesia vende è la sua comprensibilità ed il contenuto lirico, quanto pensi che vendano in Italia quelli del movimento Ecopoetry? Quanto vende in Italia, anzi, quanto è stata tradotta da noi Helen Moore? Eppure gli ecopoeti rifiutano il linguaggio sperimentale e schizoide e sono assolutamente lirici e piani. Dimmi se debbo fare altri esempi o ti basta questo per convincerti che il motivo per cui la S. vende tanto è la sua improvvisa fama fra i “common readers” causa mortis. Purtroppo.
      2) “Lamentavo che fosse invalsa l’idea di poesia come disciplina esoterica, di cui si può parlare solamente se iniziati e in possesso di una serie di criteri scientifici”: nessuna scienza a me par valida a definire una volte per tutte ed istituzionalizzare la poesia, se stiamo, come stiamo, sul piano estetico e non su quello teoretico, che tu mi insegni, in filosofia, essere differenti quanto a Stimmung. Pertanto su questo non ho remore a darti ragione, ma del resto la mia critica del Canone Letterario nell’articolo è chiaramente in questo senso.
      3) Guarda, sarò semplice, tanto tu sei persona cordiale e squisita: la lirica – lirica va benissimo, ma che t’ha fatto di male il Gruppo 63? :-)
      4) Comprendo il tuo riferimento alla prima Critica, ma riguardo il giudizio di gusto ritengo più opportuno il riferimento alla KdU, specialmente se parli del “mi piace / non mi piace”, che è palesemente il “piacevole” kantiano, una delle categorie su cui Immanuel, per esclusione, afferma che non si fondi il senso del bello. Su Kant, del resto, ci incontriamo: io sono stata allieva di Garroni. Voglio dire, Carlo, tramite la prima Critica vediamo di non confondere poesia e letteratura; Croce ne “La poesia” già nel 1936 le aveva ben divise. La mediazione linguistica della poesia non è infatti di natura tanto intellettualistica, quanto formale in senso forte, ed è lo stesso motivo per cui il contenuto non è oggetto di distinzione fra poesia e prosa (posso parlare della stessa cosa nelle due modalità), la forma invece sì.
      Tu su facebook mi rispondi: “ecco, io non sono convinto di questa distinzione tra poesia e letteratura. Magari poi ne riparliamo, però credo che sia un nodo cruciale…”
      In questo sei anticrociano, mi ricredo! Considera che anch’io ritengo il nesso poesia – letteratura possibile. Un esempio è “La ragazza Carla” di Pagliarani, che ho messo lì come esemplificatrice di tante cose, anche di questo possibile nesso. Ma la poesia ha comunque un’istanza formale imprescindibile che la rende tale, e non solo perché va a capo. Pertanto, occorrerebbe ridiscutere “in che senso” questo nesso poesia – letteratura sia possibile, e perché. Può essere valido in qualche senso sperimentale (appunto, come il verso narrativo di Pagliarani), ma in senso intellettualistico, a me pare di no. E con questo intendo dire che il contenuto intellettuale non è il fondamento estetico della poesia, perché altrimenti non si distinguerebbe in nulla dalla prosa, mentre invece la forma lo è!
      Va da sé che a me la poesia del Gruppo 63 non pare intellettualistica, anzi, ha un basamento estetico fondante perché si getta nel vortice dei linguaggi; ma anche qua occorre mettersi d’accordo su che cosa significhi “intellettualistico” e cosa no. Per me una cosa è intellettualistica quando c’è la prevalenza del concetto sulla forma. Se il concetto non viene “dopo”, ma “prima” (in senso non cronologico, ma estetico – filosofico), non è poesia, ma letteratura (campo vasto: romanzo, saggio, questo stesso commento che vado scrivendo ecc.). Questo è più crociano di quanto si pensi, ma Croce parlava in termini puramente estetico – filosofici, non socioletterari, come invece faccio, anche, io (anacronistico e “crociano” prescinderne, oggi).
      Se vuoi aprire un dibattito sull’argomento, ci sono.
      Sono inoltre felice di notare come la tua argomentazione sia estremamente pacata; anche la mia, nonostante ti sia contraria, non vuole esser altro che un’indagine su alcuni punti pregnanti, anche oltre il topic iniziale.
      Grazie ancora e a presto.
      Sonia Caporossi

  9. Devo dire che, per gusto personale, sono più vicino al punto di vista di Carabba, anche se è vero che non è opportuno porre barriere rispetto a ciò da cui nasce e in cui si può identificare la “vera poesia”, come la “vera arte” in genere. Ne abbiamo parlato Leonardo Masi e io su Postpopuli.it (http://www.postpopuli.it/3109-wislawa-szymborska-nobel-silenzioso/), e personalmente sono tornato sul punto della “fonte” dell’arte in http://www.postpopuli.it/4493-larte-e-la-ferita/

  10. O.T.
    Il buffo di quest’ annosa (anzi direi antica) querelle è che è scoppiata sulla Szy, onestamente direi non tanto “lirica” quanto piuttosto diegetica, ma avendola letta anche prima del Nobel son quasi sicura che avrebbe trovato il tutto interessante e divertente al tempo stesso. Del resto, se una polemica persiste per cinquant’anni evidentemente c’è una ragione, forse anche edipica: non si sono uccisi i padri o almeno non abbastanza? si sono create aree di sub-potere (le mitiche guerre dei poveri) che tendono a ergersi ad oligopoli? c’è un deserto di trasmissione avvertito, ovvio, maggiormente dagli autori più giovani? c’è un epigonismo (forse e, qui concordo con Sonia, anche critico) che ha stancato occhi ed orecchi e rende conto delle insoddisfazioni- attualissime – che permeano queste polemiche un po’ facilone, e datate, all’apparenza??

  11. Due note.

    Uno. Carlo Carabba sostiene che “date determinate condizioni, un libro di poesia si può comportare a livello commerciale come un libro di narrativa”. Sono d’accordo. Una dozzina d’anni di lavoro editoriale nell’ambito della narrativa, peraltro, mi hanno insegnato che sulle vendite di un’opera narrativa la bellezza influisce da qua fin là, e molto di più influisce il fatto che l’opera abbia un “gancio” (termine caro ad Antonio Franchini, Mondadori), ovvero (il più delle volte) un interesse di tipo sociologico. Senza contare che un passaggio nella Fazio House produce di solito, e per qualunque e qualsivoglia opera, vendite sufficienti ad andare, almeno quella settimana, in classifica.

    Due. Che relazione c’è tra i poeti e le poete antologizzati da Vincenzo Ostuni e il Gruppo 63 e/o la storia della neoavanguardia italiana? Che c’entrano con quell’esperienza lì della poesia italiana, per dire, Maria Grazia Calandrone o Laura Pugno o Giovanna Frene? Assai poco, a me pare. (E sono, per di più, mi pare, queste che cito, tre autrici liriche-liriche).

    • Uno. Sì, Giulio, è quanto affermo anch’io, e sono con te completamente d’accordo. Non foss’altro che quella frase è un successivo aggiustamento di Carabba. Il “gancio” è sociologicamente ben più determinante del fatto che quei versi, come in prima istanza aveva affermato Carabba, “si capiscono e commuovono”.
      Due. Che relazione c’è e che c’entra il Gruppo 63 vessato senza motivo? Me lo domando anch’io, ed ho scritto l’articolo proprio per capirlo, visto che la contesa fra i due è nata da questo.
      Grazie dell’intervento.
      Sonia Caporossi

  12. Poesia e poetica, 1960
    Chi negli ultimi due o tre anni, che paiono decisivi, si è impegnato nello scrivere versi cercando mete inconsuete, si è trovato di fronte ad alcuni problemi, di varia natura. Il vuoto apertosi con l’affondamento in gruppo della quarta generazione erede di un Montale male interpretato o attenta solo alla superficie degli eventi «sociali», senza che qualcuno riuscisse a calarsi nella realtà: la mancanza di un linguaggio penetrante, nel deserto delle forme disossate; la constatazione dello smarrimento generale venuto dallo sgomento per la gran mole di fatti e di impulsi nuovi che si agitavano un po’ dappertutto, nutrendo germi di sviluppi futuri: tra questi, forse il più importante, l’avvertire la necessità della partecipazione ai movimenti e agli sconvolgimenti della società (vedremo dopo come, ma, in ogni caso, salutare opposizione alle ostentazioni dell’io, continuamente ricucinate e servite come piatti di primo ordine mentre venivano rifiutate d’istinto); una sfiducia generale nella letteratura, isolata e inascoltata, e nei compiti dello scrittore, cui ha contribuito il neorealismo con il suo bilancio fallimentare. Compiti, appunto, che si son dovuti rimeditare per accorgersi, con minor smania di risultati immediati, di quanto sono complessi e pesanti da assumere, e quanto estranei alla prassi politica.
    Al quadro generale è, poi, indispensabile aggiungere situazioni più personali, come la mancanza di assistenza critica, di contatti liberi e disinteressati, di convergenze necessarie alla operazione poetica; proprio da questo «meno» ha preso consistenza un secondo tipo di problemi, che può essere definito di soluzione, ristretto al piccolo gruppo, che è poi il solo che conta, inutile scandalizzarsi, degli amici che scrivono nel modo che approviamo.
    Base negativa ai problemi di soluzione, in parte irrazionale, è l’avversione per il poeta-io, quello che ci racconta la sua storia. Per costui ciò che gli capita è, proprio per questo, estremamente interessante. Egli fa parte di quella schiera di neo-crepuscolari che si fanno fotografare con il profilo un po’ appuntito sullo sfondo di emblematici fiumi.
    Non si creda sia la normale avversione per i padri e di amore per i nonni: anche i nonni non ispirano simpatia; forse solo gli avi lontanissimi. Sotto l’apparenza irrazionale sta il motivo adeguato, la causa necessaria: si è capito che per far poesia si deve partire da altri luoghi, chiedere altra sostanza (senza negare l’importanza delle spinte derivanti dalle reazioni personali, problema a volte vitale nel momento di mettersi a scrivere, risolto da un’indispensabile consapevolezza che fa scegliere certe direzioni e non altre, ovviamente). Si è avvertita, insomma, l’importanza dell’evento esterno, da cui sentiamo colpita la comunità e non più, soltanto, la persona del poeta isolato: e lì ci si misura, noi, uomini. E’ utile precisare che si vuole, appunto, definire le immagini dell’uomo o degli uomini, delle cose e dei fatti che operano all’esterno e all’interno dell’esistenza.
    In questo senso si è interpretata la poetica degli oggetti, la poesia in re, non ante rem. Gli oggetti e gli eventi rilevati e composti in un unicum ritmico, riescono a calarci nella realtà.
    Naturalmente, sia detto tra parentesi, non si parte mai pensando alla «poesia». E’ probabile, si pensa, che la «poesia» si trovi dopo, in versi che abbiano forza e densità, autentica violenza, struggimento o risentimento.
    Direttamente alla poetica degli oggetti si riallaccia il problema del vero e della verità, in simbiosi con la ricerca delle immagini e il bisogno di penetrazione. Qualcosa si vuol trovare, alla fine. Le cose che manovriamo o che ci manovrano, i fatti che determiniamo o che ci determinano, sono certamente in relazione con la verità: proprio per avvicinarla ci serviamo del vero, cercandolo negli oggetti e negli eventi. E’ per questa via che si può delineare la nostra immagine e, magari, intuire la verità. Per ben servirsi del vero è necessario raccogliere una corona o una linea di scoperte, ampliando le ricerche in tutte le direzioni possibili, mettendosi in aguato da molti punti di vista, rifiutando l’univocità del poeta neo-classico.
    Gli eventi, gli oggetti, gli emblemi del vero, sono poi materia da lavorare in modo quasi artigianale: quasi, perché entrando direttamente nei problemi d’espressione, nelle ricerche di linguaggio, si vuole sottolineare il fatto che, assumendo senza riserve la metrica accentuativa, non si dà a questi problemi soltanto il valore dell’ordine o della «misura». La metrica accentuativa è soprattutto un metodo di penetrazione. Il variare del numero degli accenti è il variare dello spessore e della profondità di lavoro di una trivella, il variare del ritmo è il variare della lunghezza d’onda che si sente idonea.
    Per questo, dunque, si è scelta la metrica accentuativa. Essa lascia, inoltre, un certo margine di libertà, ormai necessario, e funziona come uno strumento d’espressione, mobile e penetrante, come le nostre ricerche, evitando approssimazioni e arbitrio fonico, dispersioni di significato. Dà anche vigore al verso, necessario ad uno strumento di penetrazione, perdutosi con la banalità degli epigoni novecenteschi. Scegliendo per una poesia i tre o i quattro accenti o i cinque, si potranno usare mezzi ritmici diversi, funzionanti a strati diversi.
    Ribadendo questa direzione di ricerche si deve sottolineare la necessità del poeta-oggettivo, sia nel senso eliottiano del termine, sia nel senso di un impegno costante verso gli altri, per un’arte eteronoma. Di qui la creazione del personaggio, del protagonista che, muovendosi tra le parole, si muove come noi idealmente ci muoviamo nella sfera della realtà, come vediamo che tutti si muovono, consapevoli o meno. Se questi personaggi risultano complessi e contraddittori, ambigui e inafferrabili, dipende dal loro modo di essere: specchi fedeli di una situazione contemporanea.
    Così complicano il linguaggio, soprattutto la sintassi, che è come la rete che li cattura definendoli, nello sforzo di aderire alla verità; non il tuffo ingenuo, inutilmente temuto, nel mare dell’oggettività, ma l’articolarsi del conoscere, nel nostro ora.

    (1960)
    Antonio Porta

    * Di questo testo, apparso in una versione diversa e con diverso titolo (Dietro la poesia) nella plaquette La palpebra rovesciata e poi riproposto con il titolo Poesia e poetica in I novissimi. Poesie per gli anni ‘60, a cura di Alfredo Giuliani, Rusconi e Paolazzi Editori, Milano, 1961. Si dà nella versione definitiva comparsa nel 1965, con data 1960, sull’antologia I Novissimi, edizione Einaudi, Torino 1965, poi 2003, pp. 193-195.
    Ora in Tutte le poesie, Garzanti, Milano 2009, pp. 609-612.

  13. Caro Carlo, carissimo Vincenzo, stracarissimo Tizio..ecc. La tuttologa Caporossi cerca di non urtare né l’uno né l’altro dei contendenti, nascondendo nelle pieghe di un’ ipocrita netiquette la voglia di non farsi nemici… Il cerchiobbottismo è evidente nella risposta garbatamente soft (“Carlo sei persona cordiale e squisita…” “grazie della risposta pacata”, che melassa!) allo stesso Carabba.Trovo poi la polemica vecchia e stantia, un’ esibizione di presenzialismo intellettualistico da bambinetti il primo giorno di scuola. Direi allora “parole” e non “fatti”. Una cosa è certa, la poesia ha bisogno di altro, queste diatribe da liceali che vengono spacciate per dibattiti critici servono solo a dare visibilità – che tristezza – ai contendenti di primo pelo e a che sgomita per dimostrare che esiste. Dimentichiamoci Carabba e Ostuni, la POESIA non ne ha bisogno per esistere.

    • Caro Russo,
      io dico caro anche a te che non sei caro perché non vuoi esserlo, altrimenti caro mi saresti maggiormente, in quanto dico caro per pura cortesia (e non altro) a tutti coloro che non conosco di persona, e che non posso farmi nemici semplicemente perché non sono neanche amici, anche e soprattutto perché, facendo io un altro lavoro, non ho interesse a lambire con stucchevolezze e blandizie chicchessia, non mancandomi l’educazione, quella stessa che evidentemente tu ignori insieme al Manifesto di Critica Impura, all’interno del quale, scusa l’eccessiva ipotassi che forse ti affatica il neuroncino rimastoti, troverai l’enunciazione della più onesta antiaccademia e puranco dell’antimilitanza, laddove questa stessa modalità critica s’è ridotta a bieca partigianeria o invidia (come anche s’evince in questo tuo); pertanto, e qui chiudo il periodo tacitiano, ribadendo la mia più totale libertà critica respingo le tue insinuazioni al mittente (chissà chi t’ha mandato, insomma); anche perché, nell’articolo, non mi sembra proprio (mi correggano i lettori se sbaglio) di essere stata troppo tenera né con l’uno né con l’altro dei contendenti, che io per prima critico in quanto hanno dato luogo (ma Carabba onestamente ha cominciato) ad una diatriba stantia e logora, che sarai minimo il ventesimo intervenuto (e non solo qui sopra) a definir tale, per cui logoro o quantomeno tardivo rischi di divenire anche tu.
      Sonia Caporossi
      P.S. Ho visto persone su facebook far sparire prontamente il link del mio articolo postato in lettura, per paura di ripercussioni, essendo amici dell’uno o dell’altro contendente; ecco: quello è un comportamento ipocrita e cerchiobottista, non certo la mia affabilità elocutoria nelle risposte ad un articolo in cui ho scritto semplicemente quello che penso senza alcuna remora e senza il minimo timore di far incazzare chicchessia.

  14. Ho spesso vissuto le mani lungoaggetivate dei filosofi sulla letteratura – che per me comprende la poesia perché non ho tempo per distinzioni dotte che fanno appassire i fiori – come un atto di violenza, quasi più grave di quello perpetrato dalle mani dei critici letterari. Questo dibattito così dotto è per me antiestetico e privo di colore come un romanzo di Kundera o come uno scontrino del supermercato: la S. ha venduto bene: è per la copertura mediatica? Forse sì. E allora? La leggeranno 1000 persone che altrimenti non l’avrebbero letta. 800 si annoieranno senza nasconderlo, 150 si annoieranno vergognandosi, 50 l’apprezzeranno e la loro vita sarà un po’ più bella. Fair enough. Quanto poi al discutere linguaggi, tradizione, innovazione come le forme concesse, non concesse, migliori, peggiori o dovute alla poesia in un determinato tempo, si faccia pure, tanto non serve a nulla. E questo è un bene, alla faccia di tutte le critiche kantiane o le cantiche cretine che citeremo sui nostri blog.

    • …Le critiche kantiane che io stessa nell’articolo denuncio come tirate in ballo dal primo contendente in modo totalmente fuori luogo, argomentando perché.
      Per te è un atto di violenza parlare di estetica riguardo alla poesia (!)? Sta bene: non farti violenza oltre, dunque.
      Sonia Caporossi

      • è la prima volta che in un blog – e dico dai tempi di splinder, mica da ieri – vengo invitato, seppur cortesemente, a levarmi dalle palle dopo un commento che era forte, sì, ma con dei contenuti, e quindi non una provocazione. Eseguo e mi eclisso, ma lei, sig.ra Caporossi, dovrebbe forse usare meno arditamente la parola “libertà” ;-) vedo che modera ogni singolo commento: perché non blocca direttamente quelli che non vuole lasciar partecipare?
        Buon pomeriggio

  15. Noi approviamo tutti i commenti che non siano razzisti, violenti, pornografici e quant’altro come da policy. All’inizio i commenti al blog erano aperti, poi abbiamo moderato per quattro o cinque episodi di tal sorta ma non c’è stato più motivo di farlo da allora, ciononostante teniamo le impostazioni in guardia (anche grazie in parte all’antispam). E continueremo a farlo, gli utenti non ce ne vogliano.
    Detto questo, l’invito a non farti violenza oltre non era certamente un “vai fuori dalle palle”, ma in senso letterale, un semplicissimo dirti: “se ritieni atti di violenza la filosofia estetica e la critica letteraria e d’arte, che ci leggi a fare”?
    Se però uno ha la coda di paglia…
    Ad ogni modo mi dispiace del malinteso e spero ti ricrederai continuando a leggerci.
    Sonia Caporossi

  16. …LATA FERO…

    Ma invece che a quel discorso che diremo ‘storia della letteratura’, avente esso stesso una storia, energie potremmo pure iniziare davvero a dedicarle a discorsi che la complichino intelligentemente, filosoficamente e non solo, ogni specie di dialettica di diacronia e sincronia, forma e contenuto, produzione e ricezione, materiale e immaginario, etc. — dialettiche che, comunque, sempre contemplano non solo il rischio di re-gredire a facili riduzionismi dicotomici — sebbene, manifestamente e non, noi sempre, almeno ancora oggi, patiamo (in) un gioco disposto proprio tra complessità e semplificazione… O comunicazione e espressione e ricezione e rappresentazione restano le uniche dimensioni critiche entro cui comprendere quei fatti, che si presumono bruti, quali poesia e letteratura? Non è già, la critica stessa, una scrittura ben più complicata di una storio-grafia? Quando, una ventina di anni fa, in pieno clamore postmodernistico e decostruzionistico, divampò la querelle sulla Nuova Critica e sulla Nuova Storia, già allora non bastò ricondurla a quanto un Contini e altri, in Italia e dopo un Croce sempre comunque ingombrante (un Croce che, a sua volta, già come il De Sanctis, aveva saputo filosoficamente complicare il discorso e storico e critico, in ambito letterario), si erano trovati a discutere via la variantistica… Come sopra accennato, ritengo, e qui non è il caso di addurre sostegni, ritengo che un oggetto, capace di complicare la sua stessa grana di obbietto, quale è l’anacronismo, non sia, insieme almeno con la assolutizzazione, solo e soltanto bestia nera di ogni discorso storico-critico… Data la polemica qui e sui giornali sorta, polemica che però davvero sposa l’effimero, per quanto si limita alla sfiziosa esibizione di un proprio gusto e di una propria intelligenza, come se le modalità di pseudo-comunicazione disposte (e rimarco: disposte) dalla rete fossero davvero irreparabili! — dato sì fatto tenore di questa polemica, come se mai ci si dovesse chiedere, discutendo di scrittura, cosa a questa venga dal gestirsi in tali effimere vetrine e contenitori, sullo schermo (perché, poi, si sa, ragazzo mio, le discussioni serie si affrontano altrove, in nicchie ben più protette dal faccia a faccia, dlla competenza, dagli specialismi…!!!, e via delirando…), orbene ci si potrebbe pure sfiziare mettendosi a pensare il para-dosso (ma dov’è ‘sta pura doxa? dove e come, oggi, l’uomo comune e ordinario, il lettore medio…?), anch’esso del resto stantio, spesso operato da quegli scrittori secondi (sic!), quali filologi e storici e critici, che si trovano a ‘produrre’ il documento (non solo del passato) che dovrebbero s-piegare, ri-produrre, restaurare, tutelare dalle incrostazioni che una ‘vita storica’ è…

  17. Son evidenti le poetiche che dipingono in terzine, baciandosi, mondi fittizi e surreali in cui compaiono guide spirituali e maestri dell’agire, compiendo viaggi intorno all’immaginazione in cui il conscio sprofonda in un abisso popolato da archetipi metastorici che vivisezionano l’oscurità di sentimenti universalmente individuali, ma pur sempre prodotte per oggettivare e per rispecchiare in se stesse la nozione d’umanità dedita al sacrificio.
    Sono comuni i linguaggi che si impossessano della realtà, mentre ripongono in una mediazione retorica l’interesse, a volte occulto, delle narrazioni che parlano con consapevolezza dei giorni, del mondo e di tutte quelle categorie che si riciclano, depositate nei libri, fino ad usurarsi definitivamente nel pensiero di chi le usa. Sono semplici e pure figure che rappresentano l’Uomo nel momento in cui si allontana dalla propria illusione cercando nella passione di decodificare i propri impulsi trascendendo i concetti di vita e di morte.
    Inseguono l’immortalità, felici di oltrepassare la materia, e sono onnicomprensivi nel tentativo di rifuggire dalla pateticità che è loro propria per commiserare la banalità dei punti di vista: sono aedi, eruditi cantori che, in un atteggiamento desueto, privati dei loro strumenti musicali e nemmeno molto intonati, descrivono le circostanze attuali come se provenissero da un lontano e misterioso Tempo.
    E incastonati in superfici mediatiche assurgono a vati e poeti giustificando la propria natura prigioniera dei limiti che li divide dalle profondità interiori dedicandosi alla ricerca di un destino cui da sempre vi compare su scritto ‘fantasmatico’. E non c’è niente di male. E’ un gioco. Mettere in mostra e al contempo nascondere la mente, il sentimento. Dare vita e sopprimere la ragione, la passione. Ansimare e ritmare; gioire e soffrire. Ethos e Pathos.
    Poesia e poeti che si rincorrono, si raggiungono e si divincolano gli uni dall’altra. Si curano e si contagiano. Si somigliano e si differenziano.
    Erano epici quei sogni che hanno costellato la memoria naturalizzandole il bisogno di,incidere sugli eventi per la gloria, assuefacendo alla tradizione la mistica dell’azione, così da creare nei secoli il vincolo dei classici, ma in seguito sono stati assoggettati dalla contaminazione delle trasformazioni per liberare l’idea della prassi dalla pedanteria obsoleta.

  18. ottimo articolo che ha il dono della sintesi su una vexata questio.
    insomma, e dirò cosa nota (come qualcuno è uso dire), a me sembra che questa diatriba riarda ogni tanto con più vampa al pari della “Questione sulla lingua” che ci tiriamo appresso dal De Vulgari Eloquentia (ormai diventato “Dementia”).
    se sia ora o no, poi, di dire “basta” non saprei! finché c’è da discutere discutiamo. a patto che si leggano non solo gli articoli bensì pure i testi. e la mia impressione (non rivolta a chi qui prende e ha preso parte alla discussione) è che si legga molto di più ogni articolo vagamento polemico senza poi avere bene presente chi Ostuni antologizzi e chi Carabba detesti.

  19. A passeggio
    con il marketing scemo
    nei templi della cultura
    contempla la moltitudine,
    temporeggia,
    questo presunto colto
    diffuso
    prolisso centellinare
    il nulla nel dire
    che pattina nella noia
    e toglie il sorriso alle fanciulle.

  20. chissà se la querelle vale la candela, e se qualcuno può davvero “farsi nemici” su un tema del genere… mi viene da sorridere, ma in fin dei conti questa pagina è una lettura interessante. MI stupi-sco (o si fa solo coi prefissi?) di questa domanda, che trovo molto intelligente e accattivante: “Non è già, la critica stessa, una scrittura ben più complicata di una storio-grafia?” Beh, direi di sì, e direi anche che il motivo è che detta e forma sé stessa… ma ho un po’ paura di discutere con gente armata fino ai denti, e questo è il motivo per cui non sono ripiovuto… scusate: ri-piovuto… qui a difendere e contestare, rischiando di ri-pro-durre (due prefissi, no? ne avete scordato uno. Ecco cosa succede al linguista che incontra Heidegger – il vecchio avrebbe messo, se non erro, trattini anche nel suo nome, in una forma di Selbst-über-schätzung, no?) su questa pagina chiacchiere oziose e in-ad-eguate (mie) o versi che, in un’ac-cezione più standard di “estetica”, non mi sembrano un granché :-)

  21. Pingback: Nelle ferite della critica, la discussione sulla nuova poesia italiana « mare del poema

    • Per carità…se il valore tecnico e specifico della poesia contemporanea dovesse essere definito da un pubblico generico vedremmo esiti disastrosi! Per fare un esempio, come potrei io, privo di conoscenze nell’ambito della meccanica, valutare un motore di formula 1 ?
      Mille volte meglio lo sperimentalismo di Sanguineti ( che, in realtà, se ben affrontato non è affatto incomprensibile) piuttosto di una poesia scialba, piatta, banale, prevedibile come quella della Szymborska. Si dice che quest’ultima vende…ma questo risponde all’effetto mediatico dell’operazione…un premio Nobel (da tempo assegnato più per motivi politici che di merito), e una sapiente campagna pubblicitaria di esposizione farebbero vendere anche il gabibbo…non per questo ciò che vende è di valore…quanto vendeva Tommaso Landolfi infinitamente più letterario di Moravia? La ricerca letteraria è altra cosa…diceva Céline : “Mi interessano gli scrittori che hanno uno stile…è raro uno stile…di storie sono piene le strade, pieni i commissariati”.

  22. A me l’articolo è piaciuto, ma lo leggo solo ora. Trovo intelligente ed equilibrato riflettere su ipotesi per nulla campate in aria, come domandarsi del perchè di un successo e della difficoltà di godere di una poesia tradotta. Purtroppo spesso si finisce veramente per veicolare questioni inesistenti e oziose. Se scrivere è vita e secondo me lo è, lo può essere di più rispondere facendosi capire, evitando ridondanze e didascalie che servono a soddisfare soltanto il proprio narcisismo. Meglio scrivere poco e bene, anche per chi fa critica o crede di farla, senza costruire castelli di rabbia o sollevare polveroni. Scrivere dovrebbe sempre essere esercizio di libertà e di piacere anche quando i pensieri divergono, dovrebbe consentirci di esprimere le nostre idee se ne abbiamo, al meglio, sforzandoci di cogliere quelle altrui, se ci sono. Poi ad ognuno le sue preferenze e fare dietrologie e processi alle intenzioni è credo defaticante e n o i o s o :-)

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