Elio Pagliarani, © Dino Ignani
Elio Pagliarani, © Dino Ignani

Di SONIA CAPOROSSI

Nel passaggio traumatico dalla morte del Neorealismo alla dissoluzione del dogma oggettivistico e storicistico, fino al giungere alla neoavanguardia, ovvero nel trapasso dagli anni Cinquanta agli anni Sessanta, la figura di Pagliarani si staglia come quella di un intellettuale e poeta “atipico” che, pur facente parte del Gruppo 63, tuttavia propugnerà una poetica del tutto personale, distaccantesi in non pochi punti dai dettami neoavanguardistici più ortodossi: tutto questo nel nome di uno sperimentalismo superiore anch’esso contrario alle vecchie movenze ermetiche, che assume il momento della comunicazione in senso estetico, contenutistico e formale, come elemento primario del fare poesia.

In Pagliarani, infatti, il rifiuto del puro descrittivismo lascia spazio ad un procedimento narrativo all’interno del procedimento poetico, linguistico e ritmico. Pagliarani cioè attua la rivendicazione di un allargamento dei confini del discorso poetico, lì dove gli sembra assolutamente limitativa l’identificazione ormai stereotipata di lirica e poesia, ovvero di ciò che potrebbe pacificamente risultare essere, a livello categorematico, la parte con il tutto. Occorre, per Pagliarani, una decisa reinvenzione dei generi poetici istituzionalizzati, attraverso un libero utilizzo in forma di melting pot de “il genere del poemetto, il kind poesia didascalica e narrativa”(1). Questa esigenza primaria lo conduce inevitabilmente in direzione di un’abile plurilinguismo in senso prettamente continiano.

Non è un caso se Franco Fortini, analizzando criticamente il lavoro di Pagliarani, avrà modo di identificare questo plurilinguismo con la “divaricazione fra segno e significato”, ovvero, in un certo senso, con la “contestazione continua della forma”. Tale plurilinguismo veniva invece interpretato da Alberto Asor Rosa, in base alla sua impostazione critica marxista,come proprio di una società divisa in classi: Pagliarani, in questo senso, sembrerebbe cogliere prontamente l’evolversi e il disintegrarsi del linguaggio e della capacità di comunicare facente capo alla società consumistica contemporanea; ma piuttosto che mostrarla attraverso  l’afasia di un linguaggio cifrato da uno sperimentalismo nichilista, secondo Asor Rosa, il poeta deciderebbe di introdurre in poesia la modalità primaria della comunicazione, ovvero la narrazione. In Pagliarani “la narrazione si pone nella poesia come ribaltamento radicale dell’universo ontologico della tradizione novecentesca” (2); in quanto tale assume la funzione di elemento sperimentale principe.

Per Pagliarani, insomma, la cronaca non è soltanto l’introduzione in poesia di una gran quantità di elementi minori dettati dalla sentita necessità di una ricostruzione integrale della realtà, elementi poeticizzati che abbiano funzione puramente descrittiva, bensì essa rappresenta una dialettica interna alla poesia stessa che colga, anche dal punto di vista esistenziale e quotidiano, gli aspetti determinanti la vita dei personaggi introdotti nel microcosmo oggetto di poiesis.

Del resto Pagliarani, considerando la poetica della neoavanguardia in termini di pura opposizione (al linguaggio e alla morale comune oltre che al Sistema), ha l’ardire di sostenere con forza, distaccandosi da certi dettami del Gruppo 63, che “l’opposizione è una modalità, non una finalità”, e che per ottenere una finalità in poesia occorre una “contestazione di significati precostituiti e usurati dalla LANGUE, e progettazione di nuovi significati…Progettare il nuovo, perché non basta negare” (3). Questo è il motivo per cui Pagliarani, allontanandosi in parte dal Gruppo 63 proprio sulla base di questo assunto, preferirà per sé la definizione di poeta “sperimentale” a quella di “neoavanguardista”.

Così, la sua principale preoccupazione rimane quella del linguaggio, se nel sottolineare l’importanza della funzione sociale della poesia avrà modo di affermare durante un incontro del Gruppo 63 sul tema del romanzo sperimentale: “ho già detto altre volte di credere ad una funzione sociale della letteratura, funzione che non esaurisce, beninteso, la letteratura, ma che è verificabile oggettivamente a prescindere da ogni intenzionalità. La funzione è quella di mantenere in efficienza, per tutti, il linguaggio…” (4). Quest’efficienza del linguaggio deve essere innanzi tutto una garanzia del mantenimento dei suoi valori semantici e comunicativi, contro ogni arbitrario gioco linguistico o strutturale che ne infici la validità referenziale.

Per questo Pagliarani assumerà movenze narrative seppur dall’interno di un complesso discorso poetico innovativo: meriterà di essere accostato, in questo senso, a Cesare Pavese e a Pier Paolo Pasolini, in un esemplare trittico dello “sperimentalismo realistico” che Edoardo Sanguineti disegnerà a vivaci tinte nella sua antologia della Poesia del Novecento, anche a costo di ricacciare indietro Pagliarani dal periodo e dal gruppo dei Novissimi, a causa della particolare collocazione critica che vuole rendere conto della sua distinta personalità poetica.

Una personalità poetica, del resto, che si staglia come un faro d’impura indipendenza creativa, non soggiacente a nessuna scuola, nemmeno a quella di rottura che lo stesso Gruppo 63, ben presto, paradossalmente rappresenterà amalgamandosi al Sistema. Per questa innegabile importanza, per la statura e la sincerità intellettuale, la grande lezione poetica di Elio Pagliarani meriterebbe di essere ricordata dall’universo intellettuale italiano ed europeo, e non solo nei giorni immediatamente successivi alla sua morte.

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1) In Nuova Corrente n.16.

2) A. A. Rosa nell’introduzione a Elio Pagliarani – La ragazza Carla e nuove Poesie, Milano, 1978.

3) In Nuova Corrente n. 37, 1966.

4) Intervento di Elio Pagliarani in Gruppo 63: il Romanzo Sperimentale, 1966.