La musica trasversale e l’invenzione della tradizione: un’intervista impura con gli Hot Tune

Hot Tune
Hot Tune

Di SONIA CAPOROSSI

 …E sommersi soprattutto da immondizie musicali…

Franco Battiato, Bandiera Bianca

Gli Hot Tune, ovvero Alberto Popolla ai clarinetti, Andrea Moriconi alle chitarre, Roberto Raciti al basso, Claudio Sbrolli alla batteria, rappresentano oggi, in Italia, una ventata di novità di estremo interesse per l’attitudine prismatica verso le contaminazioni sonore multiple che i quattro musicisti ostentano volentieri nelle registrazioni e negli approcci dal vivo. Nei loro dischi, infatti, gli Hot Tune oscillano in continuazione dalle influenze del free jazz a quelle del progressive inglese, dalla seriale ad accenni di folk balcanico, dalle scale orientali al contrappunto. Ho potuto intrattenere con i musicisti, di stanza a Roma, una conversazione impura cercando di penetrare a fondo il senso più riposto del loro indefesso lavorìo sonoro che assume, decisamente, le suadenti fattezze di una ricerca avanguardistica senza mezzi termini; virtù rara, in tempi di magra inventiva soprattutto musicale come questi.

SONIA Hot Tune: come vi siete conosciuti, assemblati, completati a vicenda?

CLAUDIO  A questa rispondete voi che io sono l’ultimo arrivato… 

ANDREA In parte proveniamo da un gruppo di musica balcanica e klezmer, la Triglav Opera, che aveva già una forte tendenza alla sperimentazione. In effetti ci sono brani Hot Tune che già suonavamo con la Triglav, molti di questi non sono mai stati registrati su un nostro disco ma li suoniamo ancora dal vivo. Per esempio, un brano di Rabih Abou-Khalil che si intitola Rabou-Abou-Kabou è un po’ il nostro cavallo di battaglia…Anche se non lo abbiamo mai registrato! Il duo è diventato trio quasi subito con l’adesione di Roberto al contrabbasso, mentre la ricerca del batterista giusto ha richiesto degli anni. E’ stato complicato perché una chitarra elettrica distorta, un clarinetto/clarinetto basso, un contrabbasso e una batteria non esclusivamente jazz interagiscono tra loro con una grande escursione dinamica. Volumi alti, caos sonoro, ma anche grande delicatezza e note appena accennate… E’ stupendo!  

ALBERTO In effetti abbiamo iniziato come duo Io (Alberto) e Andrea. Poi abbiamo pensato di aggiungere un contrabbasso ed abbiamo chiesto a Roberto Raciti. Alla batteria si sono succeduti diversi batteristi fino ad arrivare al migliore, cioè Claudio Sbrolli. 

ROBERTO Avete già detto tutto…

SONIA In origine, ci fu Magique (SLAM Prod. 2008), il vostro primo album interamente composto da Alberto (tranne la cover selvaggiamente free di Odwalla ripresa da Roscoe Mitchell). Nel disco, l’improvvisazione fluida spadroneggia, accortamente intervallata da momenti cristallini di partitura. Come è nato questo album?

ALBERTO Avevamo una serie di brani che suonavamo da tempo e con l’arrivo di Claudio abbiamo pensato fosse finalmente giunto il momento di registrare il nostro primo cd. Dentro Magique ci sono differenti atmosfere che fanno riferimento alle nostre storie ed alle nostre sensibilità: dall’amore per l’oriente ed i Balcani a quello per il free jazz e il suono di Canterbury.  

ANDREA Era arrivato il momento di mettere un punto, dopo tanti anni di concerti. Ma solo in quel momento mi sono accorto di quanto Alberto scrivesse bene per i chitarristi e per me in particolare. Lui indica tutto nel dettaglio dello spartito ma poi ti lascia la facoltà di interpretare e di proporre. In più, nel primo disco volevamo mantenere l’equilibrio che avevamo già maturato dal vivo tra le parti scritte e l’improvvisazione, quindi in definitiva per me la cosa principale è stata quella di lavorare sul suono, infatti in quel periodo ho anche cambiato strumentazione. 

CLAUDIO Le tracce del primo disco quando sono arrivato erano già praticamente rodate. Eccetto forse Zoncolan (che a me piace molto).

ROBERTO Trovo che l’esigenza di incidere un disco per un gruppo nasca dal bisogno di fotografare lo stato delle cose per quanto riguarda la musica che si suona e come la si suona. Era un momento in cui avevamo un repertorio consolidato e lo suonavamo in un certo modo. Con l’ingresso di Claudio si era trovata una quadratura. Non c’era altro da fare che registrare. 

SONIA Ascoltando le tracce, vi  si ritrovano le impronte di alto livello tecnico ed espressivo lasciate dal vocalizzo trascinante al limite fisico dell’emissione fonica di Marilena Paradisi, dal sax soprano e dal flauto di Eugenio Colombo (ambedue in due brani) e del sax tenore di Errico De Fabritiis (nel primo brano). Come sono venute a realizzarsi queste importanti collaborazioni?

ALBERTO Con Eugenio c’è una lunga e solida amicizia, e quindi ci è sembrato naturale chiedergli di partecipare. Con Errico c’è una profonda stima reciproca e una duratura collaborazione. Marilena è stata l’idea dell’ultimo minuto; a Roberto è venuto in mente di invitarla e lei è stata felicissima! 

ANDREA  Le collaborazioni nascono per affinità e amicizia, io non conoscevo né Marilena né Errico, praticamente ci siamo presentati registrando quei brani. Non è una cosa che accade spesso, credo, con quei risultati. 

CLAUDIO Roba all’epoca in cui non c’entravo granché. in quanto non li conoscevo ancora di persona… 

ROBERTO La sintesi di Andrea e’ perfetta, però: affinità e amicizia.

SONIA Nelle note di copertina, ritrovo suggestioni varie, più o meno criptiche, riferimenti come “Syd, sad and soul; pink, punk and phunk”. Vi si leggono inoltre cenni al “maggio francese” e alla “rivoluzione jazzistica d’Ottobre”, ed enunciati espliciti che vado qui a tradurre: “sinuosi e trasversali suoniamo l’etica e l’estetica, sospesi tra sogni e realtà, il grey and pink del nostro inverno” (lascio non tradotti  gli aggettivi qualificativi per evidenziale il riferimento ai Caravan e al Canterbury Sound). Le influenze musicali che il critico musicale più competente e smaliziato può cogliere sono tante e non si riferiscono necessariamente al jazz, dico bene?

ALBERTO Esatto. Dunque, Syd è Syd Barrett, con il quale sono cresciuto nei lunghi pomeriggi a casa, ascoltando i primi Pink Floyd invece di studiare. Maggio francese e Rivoluzione d’Ottobre…Beh, rappresentano la mia lunga militanza politica, le idee con le quali sono cresciuto e che ancora mi fanno compagnia! E poi un pizzico di filosofia, nonsense e dadaismo, sempre con lontani riferimenti a Canterbury, Gong e Soft Machine su tutti.

ANDREA Dici bene. Infatti abbiamo suonato in festival rock così come in rassegne jazzistiche, nei pub e nelle librerie. Le categorie nel nostro caso funzionano poco. E infatti talvolta abbiamo difficoltà a trovare collocazione in Italia mentre siamo piaciuti molto in Europa. 

CLAUDIO Prima di tutto vorrei ricordare a tutti che la definizione “Musica Trasversale” , che almeno per un periodo abbiamo usato per definire l’estetica della nostra musica, è mia. Credo che ci siamo trovati subito d’accordo per quanto riguarda le scelte stilistiche da fare, anzi diciamo che sono “capitato” in un gruppo di persone con una visione della musica molto simile alla mia: definire la nostra produzione in realtà non mi sembra che sia mai stata un priorità e tantomeno inscatolarci dentro un genere. Abbiamo gusti musicali anche molto diversi ma una comune insofferenza per quello che c’è di troppo “leccato” (non trovo un termine migliore) e una tendenza abbastanza spontanea a distruggere o perlomeno distorcere i luoghi comuni, sempre musicalmente parlando. Per quanto riguarda il jazz, personalmente è solo una delle tante cose che mi piacciono e che mi hanno influenzato come musicista e ascoltatore; generalmente faccio fatica a definire il jazz come un “tipo” di musica, a meno che non si tratti di proporre un discorso filologico (che pure posso apprezzare). Comunque esiste sicuramente quella che potremmo definire un’attitudine jazzistica e quella la sento sicuramente mia: direi che Hot Tune è un gruppo con un’attitudine jazzistica e mi va bene questa definizione. C’è sicuramente un continuum in questo tipo di “atteggiamento” musicale, qualcosa che lega produzioni anche molto differenti nella storia della musica; l’importante secondo me è considerarlo qualcosa in divenire, altrimenti meglio chiudere i dischi (e forse gli strumenti) in una teca e dar loro una spolveratina ogni tanto. 

ROBERTO Infatti tutti e quattro abbiamo in comune un ascolto molto variegato, e nella musica di Hot Tune la cosa si rispecchia in pieno.  

SONIA Nelle composizioni di Magique si ravvisa spesso, neanche troppo sottotraccia, una tendenza ipermodernista e sperimentale che poi emerge, preponderante, nel secondo lavoro intitolato Falling Up! (ZoneDiMusica 2011). Ciò è evidente fin dall’incipit dello stesso, ovvero il brano the Invention of tradition, il quale consiste in una traccia monotonale ossessiva, una sorta di tentativo di fusione fra il progressive cosmico ed il jazz propriamente detto. L’intero album, in effetti, presenta venature maggiormente progressive, quasi ZEUHL, specialmente nelle strutture dell’architettura armonica, sorretta da incastri ciclici e obbligati imprevedibili. Volete spiegare da dove si è originata l’attitudine compositiva di questa vostra seconda fatica?

ALBERTO Dalla voglia di elettrificare ancor di più la nostra musica. L’idea di avere un’ omogeneità stilistica più forte, e recuperare gli approcci rock che già c’erano su Magique, ma intervallati da un approccio jazz. Soprattutto, penso che questo secondo album sia più spontaneo, più diretto seppur cupo. L’idea è quella di disorientare l’ascoltatore con cambi improvvisi, arrangiamenti particolari e improvvisazioni al servizio del brano, non viceversa. 

ANDREA Anche nel secondo disco i brani sono stati tutti proposti da Alberto, ma noi non abbiamo avuto difficoltà a seguirlo e a comprendere le sue idee. Abbiamo suonato dei brani, almeno alcuni, che hanno la canzone come obiettivo nascosto, come struttura, come cantabilità, come armonia. Dato che non tutti danno la stessa definizione al termine canzone, e dati i nostri omaggi al Canterbury e al punk, il risultato poi viene detto sperimentale, ma questa parola mi piace poco. Invece, la definizione di progressive cosmico rispetto a The invention of tradition, proposta da te la prendo come un complimento. In effetti anche a me faceva pensare a quel mondo, quando l’abbiamo registrata.

ROBERTO Da un punto di vista strettamente musicale, credo che nelle composizioni di Alberto si senta molto certo Progressive Rock (…tocca chiamarlo così..) e una certa musica d’avanguardia di area anglosassone, territorio in cui peraltro non mi sono mosso molto, fatta eccezione per i “soliti noti” e poco più. Proprio Alberto mi ha avvicinato ad ascolti più approfonditi.

CLAUDIO In effetti sia il primo che il secondo disco sono pressoché interamente composti da Alberto. Per quanto riguarda Magique, come ho già detto, sono entrato a far parte del gruppo che i brani erano stati già composti, suonati in trio con almeno un paio di batteristi e poi li ho registrati dopo un periodo di rodaggio live; certamente ho messo del mio nell’esecuzione ma fondamentalmente direi che era tutto già abbastanza definito. Fallin’ Up! invece ha avuto una genesi più immediata o almeno una più immediata messa in atto. È un disco che è stato provato poche volte e poi subito registrato. Posso dire che il carattere di urgenza che il disco ha lo rende particolare e più omogeneo del primo, che invece è composto di brani concepiti in  periodi diversi, credo. Da un lato avrei voluto poterlo limare un po’ di più con qualche concerto, dall’altro la registrazione ha il suo fascino proprio nell’essere quello che è, il riflesso nudo e crudo di un periodo particolare, forse per tutti, sicuramente per me. Proprio per questo motivo ho potuto apprezzarlo solo dopo qualche tempo. Poi ho capito che quello che è aspro non è necessariamente acerbo.

SONIA Il brano Aggression, contenuto in Falling Up!, è l’unico non composto da Alberto: per la precisione, appartiene a Booker Little, il grande trombettista hard bop, genere jazzistico, com’è noto, successore negli anni Quaranta del be bop che poi, nei suoi sviluppi successivi atonali, aprirà la strada al free jazz. Come mai la scelta di eseguire questo brano e di questo autore in particolare?

ROBERTO Brano proposto da Alberto, non lo conoscevo. Mi è piaciuto subito.

ALBERTO Erano giorni che sentivo parlare di aggressione ai danni di Berlusconi, i giorni della statuetta lanciata in faccia al premier da uno squilibrato. Non so come ma mi sia tornata in mente Aggression e l’ho pensata quasi fosse un pezzo punk…. 

ANDREA So solo che quando Alberto l’ha proposto ero felice perché Aggression è contenuto in un disco, Eric Dolphy at the Five Spot – vol.2, che ho ascoltato tantissimo su musicassetta, anni e anni fa. Con l’occasione ho ricomprato il cd, ed ero pronto a suonare il brano in maniera jazzistica – hard bop o free: non certo punk con pubblico osannante incluso nella traccia!

SONIA Passiamo ai live. Che cosa significa, per gli Hot Tune, suonare nelle situazioni messe in piedi da Franco Ferguson?

ALBERTO Franco Ferguson è un collettivo di musicisti che organizza incontri musicali all’insegna dell’inclusione e della libertà creativa. Franco Ferguson lavora per abbattere steccati e includere il maggior numero possibile di musicisti all’interno di un ambito totalmente libero, dove la creatività e il gusto di suonare insieme rappresentano il codice etico del collettivo e di tutti quelli che partecipano alle iniziative. Per quanto riguarda Hot Tune, il gruppo è cresciuto all’interno di questa atmosfera, si è formato e si è sviluppato anche grazie alle esperienze fergusoniane. Siamo molto grati a Franco Ferguson…Probabilmente non ci fosse stato lui non ci sarebbero stati neanche gli Hot Tune!  

ANDREA Gli Hot Tune nascono qualche anno prima che Franco Ferguson arrivasse a Roma a rivoluzionare il panorama musicale. Ma grazie a lui ora sono cambiate molte cose, i musicisti con cultura jazzistica viva hanno un punto di riferimento, e io stesso ho almeno un paio di situazioni messe in piedi con persone conosciute suonando insieme ai concerti di Ferguson. Gli devo parecchia riconoscenza e questo movimento dovrebbe avere una notorietà europea per il suo significato etico e artistico. Quindi…Portiamo l’Europa da noi!  

ROBERTO  Franco Ferguson sono ormai quattro anni che è arrivato a Roma. In questi quattro anni ha messo su diverse cose, come l’autoproduzione di due CD, uno dei quali il doppio CD Amazing Recordings che vede la partecipazione di trentacinque musicisti, l’organizzazione di una giornata alla casa del Jazz a Roma dove hanno preso parte cinquanta musicisti circa, la realizzazione di un momento di incontro mensile chiamato Improring a cui hanno preso parte più di duecento musicisti nel corso di questi quattro anni. Tutti questi numeri per dire che l’intento principale di Franco Ferguson è aggregativo. Una sorta di collante propulsivo per i musicisti. 

SONIA A quali scuole di pensiero musicale sentite di esservi maggiormente formati? Quale è, volendo, l’artista o gli artisti da cui sentite di aver raccolto più insegnamenti, come dite voi, etici ed estetici?

ALBERTO Tremenda domanda, incubo di tutti i musicisti. Faccio una breve lista sparsa, non in ordine di importanza. Soft Machine, Dolphy, Gong, Ornette Coleman, Miles Davis, Derek Bailey, Pink Floyd, Jimmy Giuffre.

ROBERTO Mi hanno sempre colpito i musicisti che nel loro percorso hanno avuto fasi molto diverse, differenziandosi e prendendo direzioni sempre nuove. Rischiando e mettendosi in gioco ogni volta. Miles Davis, Serge Gainsbourg, Tom Waits, Mike Patton, John Zorn per dirne alcuni. 

ANDREA Parlando di non-chitarristi…M.C.Escher. Tra i chitarristi, tutti e nessuno. Se proprio devo citarne uno, Robert Fripp.  

CLAUDIO In quanto a formazione musicale mi sento davvero trasversale…Sono molto legato alla musica di Syd Barrett e di Hendrix, un profondo ammiratore di batteristi anche molto diversi tra loro, primi fra tutti Elvin Jones, John Bonham, Ed Blackwell, Steward Copeland,Tony Williams, Art Blackey…amo molto i Beatles e i Rolling Stones, proprio come Gianni Morandi! Certo, da anni mi dedico principalmente al Jazz e anche i miei ascolti si sono orientati verso musiche più legate all’improvvisazione (e all’inaspettato). In questo periodo ad esempio mi sono appassionato ad Eric Dolphy, lo stesso Booker Little e molti altri improvvisatori degli anni Sessanta. Fondamentalmente credo che escludere a priori interi universi di produzione musicale possa voler dire tante cose diverse: può essere una legittima e ineluttabile questione di gusto, una scelta estetica rigorosa. Può però anche essere un atteggiamento puerile ed insicuro o semplicemente una forma di ignoranza; raramente, comunque, mi metto a sindacare sulle scelte musicali di qualcuno, sempre che questo qualcuno sappia rispettare il mio punto di vista. Comunque ogni due/tre anni ho una ricaduta nei confronti di Superunknown dei Soundgarden: mi è appena successo di nuovo! Il bello è che in macchina ho i Soundgarden e Art Pepper & Eleven…

SONIA Per focalizzare meglio la domanda su che cosa ne pensate del panorama jazzistico italiano, se doveste preferire un paese precipuo nel quale svolgere la vostra attività musicale, emigrereste volentieri o rimarreste qui?

ROBERTO Io andrei a Port Moresby, in Papua Nuova Guinea, città natale di Franco Ferguson!

ALBERTO Mi piacerebbe emigrare a Londra, ma soltanto perché amo quella città. Penso che generalmente la situazione a Berlino, Londra, Parigi, sia migliore che nel nostro paese. Però non sono tanto ingenuo dal credere che sia tutto più bello. Alla fine penso che Roma non sia proprio da buttare, e anche grazie a Franco Ferguson, tutto sommato, non è male dal punto di vista musicale. Quanto ai live, dopo le esperienze a Londra e Berlino ci piacerebbe suonare a New York. E a Canterbury!

ANDREA Io invece trovo che non sarebbe giusto emigrare per trovare la propria identità musicale. Associo la nostra attività all’idea del viaggio e dell’incontro tra culture, ma in definitiva mi importa poco di dove mi trovo. Più che altro spero di avere qualcosa da dire, la lingua non è importante.

CLAUDIO In Italia c’è gente preparata e con belle idee. Non ho mai vissuto all’estero, mi giungono voci (contrastanti) ma credo che dovrei provare di persona per esprimere un giudizio realistico. Dei problemi che in Italia abbiamo con la cultura in generale e la musica in particolare io ho già parlato e parlato con un sacco di persone. I problemi che abbiamo in Italia li conosciamo tutti. Oltre a e questo, ci sono anche musicisti molto validi e progetti che funzionano. Poi ci sono anche molti discorsi stupidi e superficiali sulla musica, come anche sul governo, sul campionato di serie A, sui disastri marittimi…Noi che la musica la facciamo dovremmo più che altro cercare sullo strumento le cose importanti da dire, secondo me. Anche se sono importanti solo per noi stessi, va bene ugualmente.

SONIA Che cosa bolle nel vostro calderone al momento?

ALBERTO Per ora ci piacerebbe suonare un po’ di più per presentare il nuovo cd…..Poi si vedrà!

ANDREA Spero veramente di poter fare un altro disco con gli Hot Tune in futuro, più di ogni altro progetto, perché tutti e quattro noi  siamo in evoluzione continua e il terzo disco verrebbe già ora molto diverso dai primi due, che già presentano pochi punti di contatto tra loro. Magari in vinile? Nel frattempo l’attività musicale prosegue cercando di spaziare tra i generi il più possibile.  

ROBERTO Mi piacerebbe un giorno con Hot Tune trovare uno spazio dove si possa stare per tre quattro giorni di seguito a suonare, comporre, registrare. 

CLAUDIO Per il futuro il mio programma è di diventare un musicista migliore. Preghiamo! (o a scelta mandiamo una letterina a Babbo Natale). Naturalmente vorrei andare a suonare ancora all’estero, appena metto due soldi da parte! (seguono risate)

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6 pensieri riguardo “La musica trasversale e l’invenzione della tradizione: un’intervista impura con gli Hot Tune

  1. Jazz + punk è follia pura! Da cercare fra gli scaffali dei negozi di dischi, voglio proprio sentire che cosa è venuto fuori …

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