Il centro del mondo, la parola e la morte. Appunti su Centuria di Giorgio Manganelli

Giorgio Manganelli, foto di proprietà di Lietta Manganelli

Giorgio Manganelli, foto di proprietà di Lietta Manganelli

di ANTONELLA PIERANGELI

Noi siamo abitanti dell’inferno e lo siamo finché avremo la fortuna di vivere un secolo di lumi, di progresso, di civiltà, di fraternità, di tutte queste cose immonde.

Giorgio Manganelli

Un insopprimibile desiderio di respirare nella “palude definitiva” del senso, il luogo manganelliano per eccellenza, dove la parola subisce la fascinazione dell’abisso, qui presentato nella sorprendente architettura di un corpus testuale che si autodefinisce “centro del mondo dal quale si dipartono infiniti infiniti”.

Così Centuria, libro plurale e multicentrico, porta aria nella complessa irradiazione semantica di una dimensione narrativa che, dilatando lo spazio testuale, si dimostra capace di contenerne le interne consonanze, i cortocircuiti, l’arbitrarietà e il caos. Un viaggio non iniziatico ma gnoseologico, alla ricerca delle crepe e delle fessure del reale, nel mai rimosso, intermittente, enigma del nucleo occulto e vitale del classico come del semplice accadere quotidiano. Il mondo insomma che sta in un libro, in una vertigine scintillante.

“Un libro non si legge; vi si precipita, esso sta, in ogni momento, attorno a noi, quando siamo non già al centro, ma in uno degli infiniti centri del libro, ci accorgiamo che il libro non solo è illimitato ma è unico. Non esistono altri libri; tutti gli altri libri sono nascosti e rivelati in questo. In ogni libro stanno tutti gli altri libri; in ogni parola tutte le parole; in ogni libro tutte le parole; in ogni parola tutti i libri”: così scrive Manganelli in Pinocchio, un libro parallelo (1977).

In Centuria possono infatti convivere tutti i romanzi, ma individualmente, in ognuno dei suoi cento piccoli romanzi fiume, stanno – e si nascondono e si rivelano – tutti gli altri romanzi. Ogni romanzo basta a se stesso, eppure ne presuppone altri, infiniti, possibili altri. Partendo dalla considerazione che il fantastico è la chiave di lettura più appropriata di questa raccolta, l’inventario degli esseri che si snodano e “diverticolano” in Centuria, è annodato in un delirio dimensionale tutto cerebrale. La disamina delle creature che affollano la raccolta evidenzia, da parte dell’autore, un duplice atteggiamento nei confronti degli “infiniti possibili” che popolano il mondo: uno, che recupera il fantastico tout court, in cui la nostalgia per la tradizione serve per sollecitare smarrimento e illimitata angoscia e, uno, che reagisce con il repertorio tradizionale, neutralizzandone gli effetti terrorizzanti e che lo irride tramite l’artificio dell’assurdo.

Il campo linguistico, per diretta ammissione dell’autore, è dunque intimamente legato al fantastico: s’irradia infatti, nell’oscura brevità della narrazione, una tornitura sintattica che spessissimo si dilata in forme paratattiche, per poi complicarsi in costrutti ipotattici, mentre nell’ambito lessicale si evidenzia come l’autore giochi con le parole, dando vita a elenchi arditi, ad accumuli inusuali di aggettivi e a tutta una congerie di soluzioni inaspettate, concepite da un funambolico prosatore, capace di inanellare un centinaio di arditissimi, ilaro-tragici, meccanismi narrativi in una collana di perle letterarie, contraddistinta da equilibrio strutturale, scansione ritmica di scrittura e coerenza interna davvero mirabili, pur nell’apparente eterogeneità e caleidoscopia dell’invenzione fabulistica.

Centuria si configura quindi come una sorta di almanacco antropologico, inteso a segnalare – non già a decifrare – gli ambigui geroglifici dei comportamenti umani, o si può anche leggere come il catalogo di un eccentrico museo di caratteri, il cui comune denominatore è espresso da un antivitalismo costantemente sospeso sul baratro dell’inazione. Si dispiega, infatti, una cosmologia fantastica, che descrive bizzarri universi narrativi dove, con artificio, retorica e “menzogna” letteraria, si cerca di esorcizzare la dolorosa consapevolezza dell’esistenziale itinerarium mentis ad absurdum.

Così, ancora una volta, le prose brevi di Centuria riassumono e ribadiscono l’antiteologia di Manganelli, intesa a denunciare il non senso di un mondo a cui lo scrittore non vuole attribuire significato alcuno, astenendosi da ogni interpretazione che non sia quella del puro gioco, della finzione appunto, che illustra l’enigmaticità della vita con figurazioni stranianti, le quali rimandano semmai a una catarsi prudentemente scettica e assai poco consolatoria, nel suo porsi come allegoria dell’impossibilità di esprimere parole, iscritte in un codice di con-senso.

Ma sono forse le “centurie” ulteriori, e con gioia dei filologi, i racconti scartati a esporsi con più sofferta franchezza nel dire senza troppi paludamenti, barocchismi o difese, il dolore di un vivere nei confronti del quale non sia dato esperire obiettivi, scopi o ragioni. Nelle carceri arcane e inaccessibili, che ritornano con insistenza in tali racconti, nelle città debitamente labirintiche e abitate da innumerevoli solitudini, nel sottolineare una claustrofilia fabbricata a difesa dell’angoscia esistenziale, sembra di poter cogliere sprazzi d’una empatia per l’umanità dolente, tutta implicita e discreta, a cui Manganelli tra le righe accenna con timida, ma insistita complicità.

Romanzi, questi, in attesa del lettore “a precipizio”, del “Lettore supremo” che precipiti dall’ultimo piano di un vertiginoso ed improbabile grattacielo costituito da tanti piani quante sono le righe di Centuria, cioè che compia l’attraversamento, in caduta libera, di una costruzione verticale e la lettura in discesa di una stratificazione esatta, in una specie di declamazione a staffetta delle righe del testo, o meglio, dei testi, come scrive egli stesso di Centuria: “… il modo ottimo per leggere questo libercolo, ma costoso, sarebbe: acquistare diritto d’uso di un grattacielo che abbia il medesimo numero di piani delle righe del testo da leggere; a ciascun piano collocare un lettore con il libro in mano, a ciascun lettore si dia una riga; ad un segnale, il Lettore Supremo comincerà a precipitare dal sommo dell’edificio, e man mano che transiterà di fronte alle finestre, il lettore di ciascun piano leggerà la riga destinatagli a voce forte e chiara. E’ necessario che il numero dei piani corrisponda a quello delle righe, e non vi siano equivoci tra ammezzato e primo piano, che potrebbero causare un imbarazzante silenzio prima dello schianto”.

Cerimonia bizzarra, intesa a concludersi con lo “schianto” del Lettore Supremo”, che, precipite in volo, a Centuria è supposto dedicare la sua ultima, estrema lettura. Libro in un certo senso conclusivo, dunque. Almeno per quel che riguarda le esperienze del Lettore Supremo alle prese con un’opera che sarà la summa calamitosa di tutti i romanzi. E’ l’emblema di una totalità stratificata, extratestuale ed intratestuale, allusa anche nel tipo di lettura consigliato: una lettura in caduta libera di tutta l’opera, di tutti i romanzi che contiene.

Mai, infatti, Manganelli si era lasciato sedurre dalla narrativa romanzesca, privilegiando sempre il recupero di forme astruse ed extra- narrative come l’articolato, seduttivo, commento ad un testo inesistente o la scrittura ardita dei corsivi, acutamente puntati su aberrazioni quotidiane. Con Centuria egli radicalizza, inquadrandola in una misura ferrea ed esemplificativa, la sua sfiducia nel romanzo naturalistico, il suo scarso interesse per la forma romanzo come narrazione di fatti plausibili. Scrivendo cento romanzi, Manganelli conferma in questa coazione di misura, il numero cento, tradizionale di tanta novellistica, un modo altro, letterario e sperimentale, e paradossalmente addirittura narrativo, quanto aveva affermato nel lontano 1965: “(…) io provo scarso interesse per il romanzo in genere – inteso come protratta narrazione di eventi o situazioni verosimili – e talora un sentimento più prossimo alla ripugnanza che al semplice fastidio; ho l’impressione che oggi codesto genere sia caduto in tanta irreparabile fatiscenza che il problema è solo quello dello sgombero delle macerie, non del loro riattamento a condizioni abitabili.”

E di fatto che l’edificio abbia tante righe quante sono quelle di Centuria non si propone di essere abitato né “abitabile”, non intende essere un tentativo di restauro o di messa a nuovo della forma romanzo, piuttosto una sua discussione letterarissima e incomparabilmente subentrante, agita per mezzo di astuzie mirabili, prima fra tutte quella di suggerirne un attraversamento regolato dalla legge di gravità… Il romanzo insomma, può ancora esistere e avere senso, ma solo in quanto costruzione di testi autonomi e potenzialmente illimitati, come grattacielo prestato ad una lettura a più voci e in sequenza, in quanto ordigno perfettamente innaturale e plurale, aspirante alla totalità non per la strada della unicità onnicomprensiva e onniavvolgente, bensì per quella sempre aperta della molteplicità fantastica, della molteplicità puramente menzognera.

Con Centuria, Manganelli porta a smagliante ed elementare dimostrazione il suo teorema basilare, che la letteratura cioè, altro non sia che artificio e menzogna e che solo in questa menzogna possa trovare luogo la realtà e possano materialmente esistere, nel senso che noi attribuiamo loro, fatti e cose. Il suo esercizio è come sempre altamente letterario e sotto ossessivo controllo formale, unici mezzi concreti per dare consistenza e esistenza alle cose. Mentre sconfessa con cento straordinari, impeccabili romanzi brevissimi tanto la forma quanto il presupposto del romanzo di tendenza realistica o naturalistica, e con esso il fondamento stesso dell’epos borghese, Manganelli celebra ancora una volta, superbamente la supremazia dell’artificio: fissa infatti inderogabilmente, restrittivamente la misura, moltiplica le trame, di continuo disloca – o dissipa – il possibile centro del libro.

Centuria ha una sua prima ragion d’essere nella struttura ferrea che la governa, la misura fissa dei romanzi, lo spazio fisico della pagina bianca “leggermente più grande del normale” da riempire. Manganelli affida in primo luogo alla struttura di Centuria la carica eversiva che sente necessaria alla letteratura, la sua volontà di disubbidienza e di diserzione. E nella struttura come fondamento imprescindibile dell’opera, di qualsiasi opera artistica e letteraria, Manganelli ha sempre creduto.

L’organismo impersonale di Centuria, allora, ha una prima, specifica, valenza meta letteraria. Impone quasi a mo’ di sfida il ripensamento della forma romanzo, ed è una elegante quanto pericolosa provocazione, come per Manganelli dovrebbe essere, sempre, la letteratura. Egli infatti scrive un’opera esemplare della pluralità, della replicazione e possibile esplosione all’infinito della forma breve e ne propone, astutamente una lettura in implosione, col filo a piombo. Un ordigno ben servito davvero, è innegabile. Ma Centuria, è anche un libro di buona, “vera letteratura”, perché, in primo luogo, consapevole del suo carattere menzognero ed in secondo, importantissimo luogo, perché è un libro ricco di legami con il buio, con i fatti ignoti e inconfessabili del profondo.

Si affaccia infatti su possibili proiezioni intellettuali o dell’inconscio, dà vita ad infinitum, ad libitum a situazioni della coscienza stilizzate in micro romanzi. Anziché essere, come Leopardi amava definire i suoi idilli, “situazioni, avventure storiche dell’animo”, quelle presentate da Centuria, sono situazioni, avventure fantastiche di un animo consapevolmente ed inquietamente novecentesco, di un animo nutritosi a sazietà di suggestioni freudiane e junghiane. Per Manganelli la letteratura ha infatti a che fare con l’oscurità della psiche, con la nevrosi, con la malattia, con la morte.

Dunque i cento piccoli romanzi fiume, sono le torrenziali menzogne che hanno a che vedere con l’intangibile realtà del profondo, con “il cimitero inquieto dell’inconscio”. Hanno il pacato, maniacale ordine delle nevrosi e in questo sono modernissime – “è proprio perché è nevrosi che la letteratura è essenziale alla cultura moderna” – hanno la nettezza crudele delle descrizioni dell’inferno e, più precisamente, di esatti microinferni privati di cui si possa per paradosso perfino essere gelosi. La loro perlucida felicità descrittiva, asciutta e vigorosa, ha un nucleo inesorabile di contenuto: il centro del mondo e l’equilibrato suo avvolgersi in spire di senso che non conoscono lieto fine.

La sorpresa che conclude, spesso con un rovesciamento, ciascuno dei cento romanzi è ogni volta l’irrisione del “vissero felici e contenti”. Le stupefacenti narrazioni delle “centurie”, ardite come un lancio nel vuoto, offrono infatti ogni volta un ingente campionario di deliri esistenziali. Nulla di reale o di realistico, beninteso, non luoghi né personaggi riconoscibili, né grossolane psicopatologie quotidiane, quanto piuttosto sottili, radicate e fatali inquietudini, distorsioni o adynata comportamentali, incistati conflitti nevrotici, intrusioni di scomode immagini archetipiche, conflitti di mondi e di esistenze, strutturali attrazioni discenditive. Liquidato infatti il “vissero felici e contenti” della cattiva letteratura, alle cento parodiali conclusioni di Centuria, rimangono o il punto di vista della morte o la morte dei personaggi.

E morto in effetti finirà il drago, che sempre giunge puntuale al suo “terribile appuntamento” col cavaliere destinato ad ucciderlo (Cinquantadue e Sessantacinque); e a morti, innegabilmente, devono rimandare i fantasmi (Quarantuno, Quarantasei e Cinquantaquattro); morti o in estinzione sono i dinosauri, e con loro gli dei a cui i dinosauri hanno smesso di sacrificare (Quarantasette); a morti appartengono certe voci che può capitare di sentir parlare al telefono (Sei e Ottantadue); morte torna a disseminare il comandante sgomento dalla notizia che la guerra è finita (Trentanove); morto “fatto a pezzi” finirà l’imperatore e dopo di lui l’uomo mossosi dalla Cornovaglia per incontrarlo (Ventisette), e più che morti stanno per essere gli abitanti di una città “estremamente povera” che si va esaurendo, oscuramente consapevoli di essere la fine (Novanta).

Ma in certo senso morti o in limine mortis, sono anche tutti i signori compunti che agiscono perplessi nei romanzi di Centuria, una miriade di personaggi che percorrono il tempo narrativo e si sbriciolano senza rumore sul filo di non vite, di non esistenze, che in fuga dal centro del mondo si recano da qualche altra parte ad attendere un treno, che capitano per sbaglio in un posto segreto che tanto somiglia ad un inferno. Eleganti, vestiti con precisione e con in mano, spesso, oggetti assurdi, indosso eleganti completi di lino e ai piedi mocassini bellissimi, con il cappotto di pelliccia e accuratamente sbarbati, questi strazianti fantocci attraversano la desertificazione di quel non luogo che è la letteratura per adagiarsi in una comoda, lucente, mortifera alterità.

Centuria dunque, alla stregua degli altri scritti manganelliani, combatte non soltanto l’oblio, la rimozione collettiva della morte, ma anche quell’insieme di abitudini ad esser vivi, o meglio più precisamente “a non esser morti”, da cui ci siamo lasciati generalmente pervadere: “noi ci siamo non solo abituati a non esser morti, che è facile farlo, ma ci siamo abituati a vivere in una maniera che prescinde in modo patologico dalla coscienza della morte”.

È nell’ottica della morte che, allora, trovano luogo e collocazione tutti gli altri temi esistenziali e narrativi dei romanzi di Centuria. A partire da questo consapevole punto di vista si possono leggere gli episodi d’amore, i deliri maniacali, i tentativi di imprese impossibili, i rigurgiti distorti di stilemi fiabeschi, gli affioramenti della materia onirica, i risvegli incresciosi, gli interrogativi che si fanno rovelli, le difficoltà di comunicazione che passano attraverso incredibili epistole o sibilline conversazioni telefoniche.

Nominata – non nominata, la consapevolezza della morte, intride Centuria ed agisce da filtro correttivo della visione. Manganelli trova anche il modo d’inserire, nei suoi cento romanzi fantastici, una scaglia di verità, di una sua anticlassica e personalissima verità: “la morte è l’unico sintomo certo della vita”.

Dunque questo è, forse, solo in apparenza il libro di Manganelli in cui meno si parla di morte, così come è solo in apparenza il libro più semplice, il libro più vulgato, di maggiore fruibilità. È invece, questo, un libro tutt’altro che facile, anzi, insidioso e per questo bisognoso di lettori astuti. Oggettivamente, cos’altro potevamo aspettarci da un autore che ha sempre, pervicacemente, elogiato l’oscurità, “quell’oscurità che è l’essenza della chiarezza”?

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5 pensieri su “Il centro del mondo, la parola e la morte. Appunti su Centuria di Giorgio Manganelli

  1. Puntuale, Antonella Pierangeli elabora una stimolante ombra di somiglianza attorno a uno dei testi-chiave della letteratura italiana del Novecento. Testo abitabile, non macerie. Se ne lascia contagiare e lo riflette evidenziandolo attraverso le conseguenze critiche che in lei produce. La musica di Centuria entra in risonanza con quella della sua lettura, e siamo di nuovo convocati alle soglie del testo, pronti per un’altra feconda immersione. Tutto questo lo assumo nonostante la palese contraddizione di godere, al contempo, sia dell’opera di Manganelli sia della mia attività di costruttore di macerie, elogio del fallimento come fine e non come mezzo.

  2. Grazie di aver ricordato con tanta perizia Giorgio Manganelli e la sua “letteratura”, la sua lucida follia, le sue diserzioni, le sue provocazioni, ancora troppo poco note ai “lettori” italiani, come quelle di altri grandi.

  3. Perizia, competenza, passione. Pagine che lasciano il segno, in un deserto critico e “salottiero” davvero sconfortante. Grazie ad Antonella Pierangeli.

  4. Grazie Antonella, la lettura di questo Manganelli mi ha trasmesso la voglia di leggere ancora di più, nonostante la barriera della lingua. Conosco la passione che metti nel tuo lavoro e ora la vedo all’opera. Ricordo le tue lezioni e gli autori che leggevamo, grazie di non essere cambiata. Dank je wel, Monique!

  5. Splendido saggio. La critica letteraria allora è ancora viva, lo sento con certezza quando leggo tanta abilità ermeneutica e acume critico. Grazie Antonella.

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