"Lavatoio San Carlo", © Andrea Silva, 2011
“Lavatoio San Carlo”, © Andrea Silva, 2011

di VLADIMIR D’AMORA

[Rivedo il mio paese,…]

Rivedo il mio paese, Calvizzano, del nord di Napoli
spaiato e catafratto, pietra del doppio vincolo,
coi suoi dintorni fissi fondali
per corse in sé concluse, che continuano,
col sangue giovane
alla morte, come al neon,
come la carne fosse cemento e le vite
non si smuoveranno.

Al mio paese il passo è cieco, colla schiuma
al cuore d’ore slegate sudo
e il mio paese, venduto, si sparge
in calcoli bulimici i rigurgiti
del proprio del livore.

Io gli fiutavo il legno delle case e il porco,
esaurita fola, in quelle mani sunte
dalla pleonessia
la colpa della terra, roride
e buone a scorticare visi
a seppellire i morti e me
frutti sputati ai cancri.

[Non è fondo…]

Non è fondo a destinare facce alla screziata gioia
lo strano è questa guerra interna
a ogni forma increaturale
mossa sull’orlo precipitata. Quando incontro mani celate
al mio vedere, in quel momento,
chiedo chiunque sia
è fonte nello strazio, perché rinomo ancora
le ragioni una e una e si dissolvono, perché potrei
partecipare: le direzioni?
Cancellate stamane. Siamo trapassati.
Lo sono come punto i piedi nel risvolto, due volte,
di qualche cielo, il grigio della risposta
e le foglie e certi collari che resistono
mentre pago
la mia illusione pago allo sportello cieco.

[A F.A.]

mi piace la piazza genuflessa al vuoto
di panche lasciate dai vecchi giocatori di carte
gli ultimi a ricordare
che dopo le luci sono le calde
riserve di veli sfondati, la linea ch’emerge
di cose
sottratte alla fine
di feste riuscite come carne liscia di serie
non servono occhi
nell’aria che fiuta il nero sopore
vento l’infamia che guida le mani
ancora frementi
alla perdenza d’ogni rigore
dentro ai riflessi esiliati dal senso
sono deietto e foglio
persisto