Attraverso il cinema, verso la vita: l’Atalante di Jean Vigo

Simone Ghelli, L'Atalante in Jean Vigo, Piombino, Traccedizioni, 2000
Simone Ghelli, L’Atalante in Jean Vigo, Piombino, Traccedizioni, 2000

 

di SIMONE GHELLI

Il cinema può andare avanti quanto vuole,

ma non supererà mai e forse non raggiungerà

un film come L’Atalante,

un film dove c’è già dentro tutto.

Luis Buñuel

 Quello con il cinema di Jean Vigo fu per me amore a prima vista: per me studente universitario, arrivato alle lettere dopo aver affrontato anni di noia votati alla ragioneria, di cui mi sfuggivano i principi; per me che non pensavo che il cinema si potesse addirittura studiare, guardare con occhi attenti e allenati. Forse l’amore per un film come L’Atalante (1934) sbocciò così: perché quelle immagini richiamano ancora una certa purezza dello sguardo, e con esso l’utopia di un cinema in grado di dare forma al nostro mondo, che il primo Novecento aveva messo a ferro e fuoco nei modi più disparati e cruenti. Jean Vigo aveva d’altronde partecipato, anche se un po’ in disparte, al movimento di rottura segnato dalle avanguardie, e in particolare dal surrealismo: con il “documentario sociale” À propos de Nice (1930), dove si fa beffe della borghesia in vacanza ricorrendo all’arte del montaggio, che dispiega metafore e similitudini; e poi con Zéro de conduite (1933), che è un inno alla carica pura ed eversiva dell’infanzia.

De L’Atalante mi colpì soprattutto il suo movimento interno, che è come privo di baricentro, e che ci promette fin dall’incipit – dove i novelli sposi abbandonano in fretta la terraferma – la possibilità di una vita diversa, che la tubercolosi negò a Vigo a film quasi ultimato. Nel vedere L’Atalante  si ha infatti l’impressione che tutto scivoli via, come se il film raddoppi attraverso le immagini la natura stessa del cinema: che è fatto di pellicola impressionata, e quindi di immagini che sono anche delle tracce di un passaggio, di qualcosa che c’è stato veramente e che ritorna (delle tracce che occultano in qualche modo il lavoro che le ha rese possibili). Questa sensazione è naturalmente accentuata dalla presenza costante dell’elemento acquatico, su cui decisi poi d’incentrare la mia tesi di laurea, a partire dalle osservazioni sul movimento che avevo letto in Gilles Deleuze[i] (altro grande amore universitario). L’idea dell’acqua come simbolo di cambiamento mi fu suggerita poi dalla lettura di Gaston Bachelard, che alla simbologia degli elementi principali della natura ha consacrato un’opera costituita da diversi volumi[ii], e che mi servì nel tentativo di leggere l’anarchia di Jean Vigo come orizzonte in cui si muoveva la sua pratica cinematografica, senza così ridurla a semplice fatto contenutistico (legato per altro a ben note vicende biografiche): anarchia, dunque, come pratica di sovvertimento degli elementi compositivi dell’immagine, a partire proprio da un movimento senza baricentro, indipendente dall’equilibrio tipico della “società terrestre”.

L’Atalante si presenta quindi innanzitutto come grande esempio di cinema d’esplorazione, che supera i limiti delle avanguardie guardando a una possibile sintesi, in quanto Vigo è il

primo cineasta che riesca a padroneggiare l’esperienza delle avanguardie artistiche e cinematografiche, e che riesca a dare piena espansione al loro accumulo lessicale, stilistico ed espressivo, mettendolo al servizio di un nuovo modo di fare cinema.[iii]

E, aggiungo io, anche di un nuovo modo di guardare, come ha giustamente sottolineato Prisco Vicidomini nella “Prefazione” al mio libro: «Il critico deve infatti cedere all’osservatore nel momento in cui raggiunge la piena comprensione di non trovarsi dinanzi ad un regista e ad un film bensì dinanzi ad un esploratore e alla sua testimonianza di vita, o di vite[iv]

L’idea della mia tesi, che divenne poi in parte libro, era insomma quella di liberare Jean Vigo dalle griglie ideologiche in cui molti critici sembravano averlo intrappolato, seguendo quindi la pista di un discorso in movimento, di cui vorrei qui riportarvi un breve estratto che cerchi di rendere l’idea del mio tentativo: quello di un linguaggio critico che mima in un certo senso il discorso delle immagini, scrivendo con il film piuttosto che sul film.

Vigo ne L’Atalante non ci fa vedere tanto ciò che non si possiede o di cui saremmo stati privati, quanto qualcosa che si sa di avere già e che chiede di poter trovare lo spazio in cui spargersi. (…) L’acqua perciò porta attraverso, in uno sconfinamento continuo che costituisce qualcosa di più di un essere portati via (come in Boudu sauvé des eaux di Renoir) o di un portare a un “altro mondo”.

Ad entrare in causa è il concetto stesso di viaggio, inteso come un trascorrere, un modificare, un trasformare. Gli spazi proliferano perché il movimento in un certo senso fa perdere i luoghi, soprattutto quelli identificabili nei porti delle città che scorrono come tappe di un percorso non misurabile. Qualcosa emerge in continuazione in superficie, ma al tempo stesso c’è sempre qualcosa che ne rimane al di sotto: qual è l’immagine che si nasconde sott’acqua? Non è detto che la scoperta venga fatta al primo tentativo, ed infatti Jean nel secchio non riesce a trovare niente. Solo quando il senso della mancanza diventerà insopportabile, quando l’isolamento nella propria “follia” non potrà cioè più agire da margine, sarà allora possibile vedere l’immagine di Juliette sotto la superficie del mare. Ma più che di una scoperta si tratterà semmai di una ri-scoperta, del ritrovamento di un amore temporaneamente perso che necessita di una rinascita, poiché la differenza s’installa nella ripetizione stessa, rosicchiando qualcosa ad ogni nuovo passaggio di un identico che si porta sempre dietro una nuova sorpresa che attende di essere rivelata. Vigo riporta questo processo sulla superficie della pellicola, vero e proprio organo visivo la cui sensibilità diviene mezzo per sorprendere il reale.[v]


[i]     In particolare in Cinema 1. L’Immagine-movimento, Milano, Ubulibri (I ed. 1984).

[ii]    In merito all’elemento dell’acqua si veda L”eau et les rêves, essai sur l’imagination de la matière, Paris, Corti, 1948.

[iii]   Maurizio Grande, Jean Vigo, Firenze, La Nuova Italia, 1979, p. 35.

[iv]   In Simone Ghelli, L’Atalante in Jean Vigo, Piombino, Traccedizioni, 2000, p. 6.

[v]    Ibid, pp. 45-46.

Annunci

5 pensieri riguardo “Attraverso il cinema, verso la vita: l’Atalante di Jean Vigo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...