“L’Ora Migliore” di Simone Ghelli e la dimensione umbratile della follia. Una recensione impura.

Simone Ghelli, L'Ora Migliore, Edizioni Il Foglio, 2011
Simone Ghelli, L’Ora Migliore, Edizioni Il Foglio, 2011

di SONIA CAPOROSSI

Simone Ghelli: classe 1975, livornese di Cecina, barbetta biondiccia, ciuffetto diradato, leggermente butterato, più giovane di me di due anni; brava persona, di quelle che ci ragiona su e non si incazza se non sei d’accordo; critico cinematografico capace ed appassionato (sono riuscita ad avere per breve tempo fra le mani il suo bel saggio su “L’Atalante” di Jean Vigo) ma qui, decisamente, archetipicamente scrittore. Così come si dipana attraverso i microracconti di questa raccolta edita a maggio di quest’anno per Il Foglio, quella di Ghelli è una scrittura densa, rappresa in strati incrostati di vita vissuta ed esistenza, dalla sostanzialità “microcefalica”: puntigliosa, precisa, ricondotta com’è nei confini che le stanno un po’ stretti della raccolta breve (ottanta sole pagine per undici racconti che variano tra un massimo di otto ad un minimo di tre pagine), non vi è presente alcun eccesso di stesura, non una virgola di troppo, a render ragione di un’intenzionale ricerca narrativa che dalla forma esangue raccordi il contenuto, in larga parte autobiografico, tramite la difficile sperimentazione di varie modalità espressive (non ultimo il prose poem, trattato in funzione radicalmente antibarocca, e tuttavia neosurreale) ricomposte in un insieme non omogeneo ma ugualmente abbastanza composito.

Nello stile, anch’esso variegato, prende corpo, a seconda del contenuto e dell’intenzione del racconto di turno, una scrittura immaginifica e corposamente onirica, come accade in “Microcefalo”, ad esempio, dove “l’uomo dalla piccola testa di notte cavalca su grandi sogni” (p. 51); oppure, all’opposto, un asciutto minimalismo un poco americanista, quasi leavittiano nello stile, tuttavia privo di sentimentalismo ed invece incentrato su temi ed argomenti di ben altra levatura. Punto di fuga oculare della raccolta sono infatti le smagliature di senso che la vita ci offre nel marasma diuturno dell’autoraccapezzamento, colte in situazioni cristallizzate falsamente vitalistiche, le quali, al contrario, nascondono e dissimulano la presenza incombente della morte attraverso l’autocitazione perenne del Folle.

Come la carta dei tarocchi, è questa la figura simbolica centrale che si staglia a  motore del racconto, risucchiando il reale circostante all’interno del vortice onnipervasivo della propria reclusione al mondo, del proprio microcosmo deforme ed ostentato, come modus supremo ed ultimo di un lancinante tentativo di colloquio (si legga in questo senso “Attenti allo sceriffo”), poi disatteso dalla presa di coscienza (compiutamente sveviana!) che il matto sa parlare, ed è il mondo  là fuori, semmai, a non saperlo fare. Ed allora, tanto vale non uscire, tanto vale rimanere fra le quattro mura comode del proprio mondo interiore: “per fortuna gli infermieri mi hanno vietato di uscire, come se il problema fosse davvero costituito da un cancello. Dicono che sia per il mio bene, perché vedo cose che non esistono. Non ho risposto, ma avrei tanto voluto dir loro che non sopporterei l’idea di vivere tra gente che avvelena i gatti” (p. 49).

Motivo portante è dunque l’anelito, continuamente disatteso, alla comunicazione da parte di chi si trova le sbarre della gabbia costruite tutt’intorno e le cuffie insonorizzate cucite quasi addosso. Attraverso un estenuante filo di lana raggrumato e denso di elettrostaticità, attraverso lo stato inerziale della condizione esistenziale, i personaggi amati dall’autore si offrono all’inazione, alla stasi narrativa e all’assenza di sviluppo, immobilizzati come sono nelle secche castranti della propria inequivocabile stazione prona, in una specie di autoreclusione interiore mai protesa verso i facili languori della disperazione, bensì moderna, più che moderna: se la condizione della follia, in certi casi, appare infatti protettiva e rassicurante, per questi personaggi diviene addirittura condizione dolorosa di autoriconoscimento identitario. Walter Pedullà, ligio alla lezione debenedettiana, utilizzava, per i personaggi dei romanzi italiani d’inizio Novecento, la categoria di coloro che vanno in giro “col cervello scoperchiato”, laddove la follia è forma di coscienza, in una diversità autoescludente ma dal destino capovolto: i pazzi, come dire, non siamo sempre noi, qualche volta, è bene dirlo, siete voi che vi spacciate per normali. In “Attenti allo sceriffo”, Ghelli abbozza in brevi cenni una nuova versione del folle consapevole, corrispondente postmoderno di quell’Albino Saluggia di volponiana memoria che rappresentava, in “Memoriale” (1962), per la sua stessa presenza ed esistenza in vita, l’icona della resistenza passiva di fronte alla massificazione del Sistema e l’immagine franta di un estremo tentativo, stando sul bordo esterno del senso, di trovare un senso attraverso il rischio continuo della sua perdita. Utilizzando così la propria esperienza concreta (per mesi Ghelli si è  impiegato come obiettore di coscienza all’interno di un moderno manicomio), l’autore opera scientemente la trasposizione letteraria del dolore percepito, filtrato e rimescolato nel paiuolo distanziante ed amplificatore della parola scritta.

In effetti esiste un primo filone, in questo senso, all’interno della raccolta, consistente nella narrazione psico-oculare introiettata in prima persona della follia, tramite condensazione e spostamento, anche laddove la prima persona si sofferma a descrivere una condizione terza di disagio, cedendo allo sforzo immedesimativo, nel caso in cui sia figura femminile (“L’amore a mille lire”) oppure, addirittura, col modus scribendi di una certa prosa d’arte (il “Microcefalo” già citato), in cui la parola – amo si slabbra, si sfilaccia in una centrifuga multisignificante, attraverso l’esangue resa del frammentismo sintattico e lo smorto richiamo visivo parafrastico di frasi accumulate come fossero sospinte da un anelito incipiente di versificazione lineare.

Questo è il primo, determinante filone narrativo che attraversa i racconti della raccolta. C’è poi il secondo filone, quello giovanilistico – descrittivo (“Qualcosa di stupido”, ma soprattutto “Passaggi dagli sconosciuti”) il quale, per dipanare la materia logica, utilizza una tecnica cinematografica (così nelle corde del nostro!) che, frame dopo frame, incastra l’eventum narrativo (nel secondo racconto citato, una serata di eccessi alcolici, lisergici e sessuali in riva al mare fra un gruppo di amici e delle ragazze sconosciute) nella tragedia afona, cafona e banale dell’imprevisto: “infine, ci sono i buchi neri in cui si disperde la trama di quella lunga notte. Non ricordo ad esempio il primo frame, come sia cominciato tutto intendo. E neanche di quando siamo rientrati nella jeep mi ricordo, a parte la fastidiosa sensazione della sabbia che mi pizzica sui testicoli mentre cerco di grattarmi con la mano infilata nella patta dei jeans. Leo che guida al volante come un demone lo vedo benissimo però, i riccioli rossi al vento e lui che attende i lunghi e bui rettilinei per alzare le mani e urlare: “guardate, va da sé! E’ l’auto del futuro!”[…]” (p. 72). Come effetto ineludibile e causa scatenante dell’incidente stradale finale, la cui predizione è espletata attraverso accorte anticipazioni narrative simboliche (lo stercorario che si capovolge sulla sabbia), il faccia a faccia con la morte è qui la dimensione umbratile e capovolta della follia, follia come ferita sulla superficie del significato e perdita di senso, come passeggiata sulla rena sabbiosa e indistinta del discrimine sottile che divide due campi semiotici irrimediabilmente “altri”, un tempo contrapposti, ora tuttavia sovrapposti nel tentativo di subduzione sintetica della letteratura: la vita e la realtà. Ma in che senso, la realtà?

Quasi per rispondere a questa domanda sovviene infatti una terza modificazione, esemplarmente descritta dal magistrale racconto intitolato “La sentinella di ferro”: ed è il filone esistenzial-industriale, ancora una volta, a causa dell’elemento introspettivo, più volponiano che alla Ottieri, e proprio per questo “industriale” solo in apparenza, per un motivo fondamentalmente ideologico – narrativo, poiché in questo racconto la realtà è a doppio strato. Un primo strato consiste nel fondale d’acciaio e cemento da plasmare come basamento ambientale, un secondo strato è la dimensione solitaria e di profonda, eroica alterità del protagonista Ermete, ultimo custode della fabbrica che si staglia sul paesaggio maremmano come una cattedrale nel deserto, ormai privata della propria funzione semantica e produttiva: “durante la fase entropica, nel cataclisma delle energie che si disperdevano in piccoli rivoli, la direzione propose a Ermete di passare ai laminatoi, ma lui aveva preferito rimanere lì, all’interno del guscio vuoto, nel grande scheletro che avrebbe ospitato il museo di archeologia industriale. Aveva preferito partecipare all’edificazione del mito, farsi inquadrare dagli occhi sgranati di chi avrebbe passeggiato fra quei ruderi […]” (p.35). Più in generale, “La sentinella di ferro” dimostra che ogni letteratura, se è paga del dirsi “realistica” (etichetta fuorviante che potrebbe equivocamente venire attribuita anche a questo racconto di genere), realistica non è, bensì fuori dalla Storia, come Ermete nella propria immobilità d’elezione sa bene: “era quello il suo posto: il punto di stallo, la giuntura fragile dell’ingranaggio, il tempo in cui tamponare le falle aperte da altri racconti” (p. 38). Ciò accade perché ogni “realismo”, sociologicamente, viene temuto dalla classe dirigente del momento in quanto tende a demistificare la rappresentazione ufficiale e deformata che essa fornisce della realtà, dandola in pasto al volgo; ed allora, questo realismo diviene più reale del reale, in quanto tale, iperreale e per ciò stesso, metacronico e surreale. Questo è proprio quanto accade nell’articolazione narrativa de “L’ora migliore”, intendo dire nella silloge tutta.

I racconti di Ghelli non sono pertanto realistici, bensì, al limite, possono dirsi  “realizzanti”, in quanto riconducono continuamente e sempre parzialmente il proprio sostrato di significanza sulla scala di valore del simbolo, consistendo il loro supremo sforzo comunicativo in un tormentato fieri, in un percorso metamorfico di fatica, in un brancolio nel buio alla ricerca dell’epifania della parola, come si evince nel magistrale racconto che dà il titolo all’intera raccolta, “l’Ora migliore”: “so che non possiamo farne a meno, eppure un giorno non ci sarà. La parola scritta. Un giorno non molto lontano, non più. L’ho inseguita tra i terremoti del sogno, e ora so che cos’era tutta quell’acqua fitta attraverso le crepe” (p. 11). Il dilavare delle infiltrazioni nell’anima è come l’ “anello che non tiene” di montaliana memoria,  sta lì a ricordarci la troppa umanità dello scrittore ed il suo travaglio, il labor limae dell’autore – carpentiere, che stucca e ristucca i mobili pensieri affinché, contro ogni strutturalismo, le parole aderiscano alle cose, e non accada invece il contrario.

La scrittura di Ghelli, in questo libro, fornisce pregevoli momenti di letteratura legittimata a dirsi tale, cosa ormai rara, checché se ne dica a favore, in un panorama desolante come quello italiano. E’ vero, essa paga la scelta editoriale dell’estrema brevitas della raccolta che non consente un più ampio respiro, né di leggibilità né tantomeno di critica; paga una frammentarietà derivata dalle varie scritture in tempi diversi successivamente ricomposte in sede di silloge, cosa che non consente l’organicità del capolavoro; paga a tratti un’eccessiva limatura aggettivale, altre volte una tendenza esattamente contraria, leggermente sbilanciata verso il prose poem che poi, a lettura finita, lascia un po’ a secco per eccessiva pretenziosità (si legga “Osvaldo”).

Eppure Simone Ghelli, rosso mal pelo, scrittore precario, riesce ad incasellare la categoria della precarietà in una confluenza misuratamente intellegibile; riesce a dare corpo e forma, nei momenti migliori del suo libro, alla ricerca espressiva come fine a se stessa; riesce, in una parola, a trovare la sua ora migliore, anche se, contraddittoriamente e paradossalmente, perfettibile.

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2 pensieri riguardo ““L’Ora Migliore” di Simone Ghelli e la dimensione umbratile della follia. Una recensione impura.

  1. Bellissima analisi: direi superiore al libro. La critica che “serve” è quella che prolunga la scrittura – ad esempio nel caso dello stercoraro: davvero, scrivendo, non ci avevo pensato (eppure a pensarci è così, ma non sapevo dove andavo).

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