Tradimento, © Marco Casolino 2010
Tradimento, © Marco Casolino 2010

di SONIA CAPOROSSI

Se c’è in Italia un artista irriverente quanto basta da risultare disponibile ad aspirare al trono di “primo dissacratore” quando il Re (ovvero Maurizio Cattelan) sarà morto, quello è Marco Casolino. Passato dall’osservazione e dalla plasmatura della materia inerte come fonte precipua di ispirazione e di espressione, dal metallo, dal legno, dalla plastica Casolino è passato via via all’arte visuale, precisamente la fotografia post-duchampiana o, volendo, post-surrealista, come mezzo di analisi critica (impura, impurissima!) del mondo circostante. Tramite il mezzo fotografico, in effetti, questo inusuale ed originalissimo artista parla delle nostre paure recondite, insite nella deformazione e nella reduplicazione delle forme, dei volti e dei corpi, toccando tasti che sanno evocare, nel fruitore, gli aspetti più riposti della percezione sensitiva, della meraviglia e dello stupore, quale ultimo possibile baluardo contro l’insensibilità a cui pare condannarci la società dei consumi, se non ci si ritaglia, niccianamente, un posticino di autoaffermazione grazie all’arte: messaggio che in Casolino è più che esplicito, perchè ne ha fatto prassi e stile di vita. Ho conversato per Critica Impura con un artista che non è un uomo, bensì una vera e propria fucina di invenzione: questo è quanto ne è uscito fuori.

Sonia: Per cominciare, Marco, mi vuoi raccontare come si sono svolti i tuoi esordi artistici? Quando hai cominciato a scolpire e fotografare e perché?

Marco: Sono artista o artigiano da sempre. Non ho nessun ricordo di me senza una matita o un cacciavite in mano. Sin da piccolo ero in grado di replicare la realtà disegnandola o cambiare l’uso di un barattolo facendolo divenire un clown con una lampadina al posto del naso. Crescendo ho negato a me stesso la possibilità di esprimermi nelle forme a me più congeniali (eccezion fatta per necessari rigurgiti che mi spingevano saltuariamente a costruire, dipingere o inventare) in nome di una stabilità economica e di un ruolo sociale che sono divenuti, via via, una gabbia troppo stretta per viverci dentro. Quasi due anni fa la mia figura sociale ha cominciato a fare acqua da tutte le parti e in maniera finalmente irresponsabile, ho investito tutto su ciò che sapevo fare meglio. Senza accorgermene mi sono ritrovato nudo e allo scoperto con una determinazione che non mi era mai appartenuta. Da subito ho cercato un linguaggio che mi rappresentasse e la foto composizione digitale mi è parsa la via ideale da percorrere. La scultura è un ulteriore passo in avanti anche se l’ho affrontata da neofita. L’esperimento di “way-out” (la scultura eseguita per Nessuno Tocchi Caino) mi ha trasferito emozioni di tatto e sudore che mi impongono di continuare nella ricerca in questa direzione. I miei perché sono sinteticamente il rifiuto dei canoni imposti da una società mercenaria e l’ossessione di poter rispondere alla domanda futura dei miei figli: “papà ma in tutto questo schifo tu che cazzo facevi?”.

Sonia: Prima di frequentare lo IED, Istituto Europeo del Design, ti sei diplomato all’Istituto Tecnico Industriale, un percorso di studi solitamente inusuale per un allora aspirante artista visivo, che però ti ha formato in direzione del contatto materico con la realtà, facendoti confrontare con materiali concreti come i metalli ed il legno e indirizzandoti verso l’elaborazione tecnico – meccanica della forma. In che modo questa tua formazione protoscultorea ha influito nel tuo rapporto con l’espressione fotografica?

Marco: L’Istituto Tecnico Industriale mi ha regalato la meccanica. Amo la meccanica e non vi è cosa che riesce a placarmi l’animo più delle mie mani sporche di grasso. Da essa dipendono i miei processi mentali quindi: che sia macchinario, pennello, fotografia o scultura l’approccio rimane il medesimo. D’altro canto, come suggerisce il nome, anche per la macchina fotografica si può parlare di congegno meccanico.

Sonia: Nella serie “La disgregazione dell’Io”, la sequenza dei tuoi autoritratti si snatura surrealisticamente nella deformazione e nella reduplicazione satura, ironica e grottesca, della tua figura egotica. Come è nata questa sequenza di fotografie e che cosa hai voluto dire attraverso di esse?

Marco: « Il nostro spirito consiste di frammenti, o meglio, di elementi distinti, più o meno in rapporto tra loro, i quali si possono disgregare e ricomporre in un nuovo aggregamento, così che ne risulti una nuova personalità, che pur fuori dalla coscienza dell’io normale, ha una propria coscienza a parte, indipendente, la quale si manifesta viva e in atto […] Con gli elementi del nostro io noi possiamo perciò comporre, costruire in noi stessi altre individualità, altri esseri con propria coscienza, con propria intelligenza, vivi e in atto ». Queste parole di Luigi Pirandello mi aiutano, con attinenza sconcertante, a definire il percorso compiuto nella realizzazione di questo mio progetto. Ciò che egli ipotizzava possibile per la psiche umana, io lo ho attuato sulla mia immagine, frantumando e ricomponendo la mia figura con necessaria ironia. Ne sono scaturite le rappresentazioni visionarie del mio rapporto col Mondo. L’accettazione di me stesso, l ’amore, il sesso, la religione, la natura, il dolore, sono alcuni dei temi descritti nelle mie composizioni fatte sul-reale. La fotografia e la sua successiva rielaborazione, sono per me mezzi tecnici dei quali mi sono avvalso, in maniera irriverente, per formulare un linguaggio visivo che desse forza alla mia voglia di comunicare. Entrambe sono state utilizzate con occhio pittorico e con il desiderio di lasciare intatta una quotidianità impossibile, quella quotidianità che metodicamente ha dato vita a tutti i miei “ME”.

Sonia: Come mai hai scelto di fotografarti abbracciato, come un Prometeo liberato, al monumento che all’idroscalo di Ostia ricorda la morte di Pier Paolo Pasolini?

Marco: Pier Paolo Pasolini mi manca! L’ho scoperto grazie al mio professore di lettere all’Istituto Tecnico Industriale che mi ha trasmesso il rispetto per la sua figura. In un’estate di molti anni fa, in uno di quei giorni in cui i palinsesti televisivi perdono gran parte della loro volgare aggressività, incappai in una retrospettiva sul cinema Pasoliniano. Rimasi per ore difronte alla televisione guardando senza interruzione gran parte della sua opera cinematografica. Ma l’episodio che lo ha reso per sempre parte integrante del mio essere è stata la dolorosa dedica che fa Nanni Moretti nel suo “Caro diario”. Dal giorno in cui ho visto il film di Moretti non ho mai smesso di percorrere quella strada andando, di quando in quando, a fare lunghe e silenziose chiacchierate con quella che per me è una delle più importanti menti che la nostra malconcia nazione ha mai partorito. Reputo vergognoso il limbo di oblio al quale il sommo profeta è stato condannato e rendendomi gigante, governato da fili, come le sue amate marionette, lo proteggo dalla dittatura del consumo che egli stesso aveva lucidamente ipotizzata.

Sonia: A quale genere artistico ti ispiri o senti di appartenere maggiormente?

Marco: Non mi sono mai posto la questione. La mia famelica curiosità mi porta ad invertire rotta continuamente rendendomi artisticamente informe. Devo ancora decidere se non appartengo a nessun genere oppure a tutti.

Sonia: Parlami dei tuoi strumenti di lavoro: quali fotocamere e quali programmi di computer art utilizzi quando fotografi? E quali tecniche e materiali scultorei preferisci?

Marco: La mia amata attrezzatura non è di tutto rispetto. La macchina fotografica è una piccola Nikon D40 e Il software che prediligo è Photoshop. Per la scultura improvviso: scalpelli, cacciaviti, martelli, frullino e mole diamantate. Non ho un materiale preferito, lo scelgo di volta in volta perchè anch’esso è parte integrante del messaggio da trasferire.

Sonia: Quale è la motivazione che ti spinge ad agire artisticamente?

Marco: Viviamo in un periodo nel quale l’estetica è stata corrotta dal marketing. Subiamo continue aggressioni dai mezzi di comunicazione di massa, al punto tale che, i dettami da loro imposti, sono ormai parte integrante del nostro modus vivendi. Creano necessità fittizie che non si esauriscono al momento dell’acquisto del bene o dell’espletazione del voto elettorale, restano dentro, sedimentano al livello del subconscio, trasformando la percezione dei bisogni umani. L’uomo che imprigiona se stesso. Una volta che nella mia testa si è palesata questa visione cinica di me e della mia specie, l’azione è divenuta una necessità. Creare nuovi punti di vista distorcendo la realtà è il mio obiettivo. Utilizzando gli stessi sistemi espressivi adottati dal marketing per creare quella che chiamerò “realtà parallela imposta”, ho dato vita a visioni quotidiane impossibili. Queste visioni hanno il doppio scopo di proporre inediti canoni estetici lontani dalle logiche di lucro e di allertare il fruitore, istruendolo a livello percettivo, sulle sconfinate possibilità di distorsione del reale.

Sonia: Mi puoi fornire una tua personale definizione di “immagine” in senso artistico?

Marco: L’immagine è un dizionario con il quale l’artista tenta di tradurre sensazioni.

Sonia: Quali progetti hai in cantiere per l’immediato futuro?

Marco: “Scompensi”, così si intitola la nuova serie nella quale da protagonista mi sono fatto spettatore. Ho cominciato a lavorare con i corpi altrui utilizzandoli per mettere a nudo gli equilibri illogici che, quotidianamente, ci organizzano la vita. Sto progettando anche diverse performance o azioni, come preferisco chiamarle, che prenderanno vita nel prossimo autunno. Sento, inoltre, la necessità di confrontarmi con installazioni che interagiscano con lo spettatore e presto tornerò all’uso del metallo.

Sonia: Per finire, Marco, una domanda di capitale importanza per comprenderti come artista: quale funzione attribuisci all’arte, oggi, ammesso che ne abbia mai avuta una?

Marco: A me questa risposta l’ha data Hermann Hesse ne “Il lupo della steppa”. L’artista è colui che, attraverso la sua sensibilità e capacità di astrazione, può navigare nelle acque non esplorate dai cauti borghesi. L’arte è perciò, il pozzo di idee al quale attingere ogni qual volta l’essere umano si trova a sbattere il naso sulla scritta: VICOLO CIECO.

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Per approfondire (cercando anche le opere di cui qui si parla soltanto):

http://www.marcocasolino.it/Home.html

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