Fenomenologia della Critica Impura. Con Spirito.

Marco Casolino, “Vitruviano a riposo”, 2010

di SONIA CAPOROSSI

L’ho sempre pensato, per quel poco che vale, oggi, un pensierare che si faccia discernimento, assunzione di coscienza e non con-fusione. L’idea m’è sorta meditando non tanto sui tempi e sui luoghi, quanto sui modi della scrittura critica, la scrittura di scrittura che è ormai genere a sé stante, letterario e sensuale, dato che si manifesta in variopinte datità; ed è perlomeno questa qui che vi vado ad esporre, partendo dall’analisi della figura del critico, datità della datità, fenomeno tra i fenomeni, a volte da baraccone, a volte un po’ meno.

Esistono, come minimo, tre tipi di critici letterari, che si danno il loro daffare, come direbbe Pagliarani, perché la scrittura, la poesia è “il nostro daffare al momento / è saltare è saltare è saltare / se no sulla coda ci mettono il sale”: c’è per primo il critico accademico, paludato e stanco, cariatide crepata dal tempo anche se avesse trent’anni, esposto come convitato di pietra alle intemperie delle avanguardie che non lo scalfiscono per nulla, perché nulla di esse gli piove sul capo. Questo monstrum statuario irraggiungibile, scrivendo in punta di pennino, produce grandi sbaffi d’inchiostro che si spande ontologicamente dappertutto, sulle riviste accademiche, sugli annali, sugli atti dei convegni interuniversitari, sulle antologie critiche, sulle epigrafi in calce ai mezzibusti negli androni degli atenei, affidandosi, per le proprie istituzionali delicatezze aforistiche che mai ferirebbero alcuno, a quel metodo assiomatico, d’ascendenza aristotelico – euclidea, classificatorio e normativo, che non riconduce ad alcuna nuova scoperta, ad alcun pur pigro barbaglio diogeneo di luce, limitandosi per ciò, un pochino hegelianamente, a fare della letteratura la propria storia, ma senza neanche la dialettica del Croce, bensì con una dialettica in croce, una storia cronachistica, puramente descrittiva, che non dice altro da sé, autoimplodendo in tautologia.

Poi c’è per secondo il critico accademico – militante, più informale e sbarazzino, oppure, in altra variante, più fazioso ed incazzato, il quale, dall’alto o dal basso della propria palesata ideologia, attraverso la cui efferatezza spende e spande parole originali che di primigenio non hanno nulla, specialmente quando è chiamato a votare nei concorsi più in voga e a pubblicare sulle riviste di nomea, si autodenuncia tronfio e pregno partigiano della penna tutto cappa e poca spada, e non si perita d’evitare spargimenti di sangue fra gli autori non foss’altro che, credendo fermamente che “esista solo il testo” e non “l’autore”, non commette in sua opinione alcun omicidio! Così facendo, tuttavia, lo si vede propendere con decisa baldanza verso questa o quella neoavanguardia, verso questa o quella sistemica rottura del sistema, applaudendo variamente, blocchetto alla mano, gruppi più o meno noti – e più o meno validi- di letterati che egli, per tratti comuni, riunisce in consesso con lo scopo di darli alla sfera pubblica, dietro a un nome o ad uno slogan che li identifichi anonimamente come blocco coeso – perché l’unione fa la forza! –: e allora nascono i parigini e gli ottentotti – come a dire: i postmoderni ed i cannibali- e, quando gli scrittori in persona si fanno critici di se stessi per aggirare le difficoltà di dover aspettare che qualcun altro scriva per te, nascono  pure i neoepici e da buoni ultimi i TQ: e subito, sedutastante, dalle pagine dei giornali, il critico militante li fa rientrare, per quanto onesti questi scrittori siano intellettualmente, nell’indistinto gregge di coloro che non vogliono stare nel gregge. Così, a ben vedere, non si capisce proprio per che cosa milita il militante, se ami la nuova letteratura o remi contro, se la esalti o la massacri.

Poi, dall’alto del suo metodo strutturalista o strutturale, in base ad una presunta logica della scoperta che in realtà si rivela ben presto, più o meno bassamente, un’astrazione verbosa, questo critico accademico – militante, dalle pagine culturali dei giornali e dei blog dati per buoni, s’arrabatta a giudicare, analizzare, corroborare il nuovo conio, il neologismo, nuove teorie che di sostanza, fuori dall’istanza nominale, di nuovo concettualmente hanno ben poco. Ed ecco che, dalla penna del critico militante, il militante d’accademia o montagnardo, beninteso, strana specie animale che differisce dal vegetale, l’accademico di palude, per minore spensieratezza e maggiore vitalità, sorgono tutta una vasta serie di definizioni critiche mai udite prima oppure, se già udite, di certo necessarie! Oggesù! Necessarie almeno dal tempo in cui, finito il neorealismo, non si sapeva come chiamare l’involuzione cassoliana e s’è dovuta dire realismo: ma come, il realismo viene dopo il neorealismo? E insomma, a lungo andare, non si sa bene in cosa il militante differisca dall’accademico, visto che, come per i borg, anche per lui la resistenza è inutile, perchè verrà assimilato.

Poi c’è il terzo tipo di critico letterario, quello antiaccademico, antimilitante, antifazioso e fuori dall’ordinario, ma neanche, a dirla tutta, associato o a contratto; il critico letterario che si muove nell’ombra, che in mezzo all’ombra agisce e che dell’ombra stessa, in fondo, si perita di parlare; quello che se si fa partigiano, non è per decisione a tavolino, non è per mazzetta, non è per baronaggio e neanche per carriera, non è per amicizie letterarie o impiegatizie, ma per riscontro di bravura, non è per ammiccamento, ma per violenta fascinazione emozionale, non è per produzione scientifica obbligata, ma per impulso sacrosanto alla scrittura, all’analisi critica del mondo circostante, alla sottigliezza dialettica che non tracima fuori dal reale, bensì a questo stesso confine del reale s’attiene, pur s’attanaglia, impaurito dalla grazia o dalla perdita di grazia della letteratura d’oggi, ormai sulla bocca di tutti, ma sempre nella penna di pochi, anche se tanti sono coloro che si spacciano per talenti e non sono che baiocchi, in soldoni, e pure senza valore, e pure bucati…

Ci sono questi tre tipi di critici letterari, dicevamo, che poi si possono dire anche in un altro modo, sentite un poco a me: quelli che leggono prima di aver scritto, e sanno tutto, e quel tutto che leggono è tutto ciò che sanno; quelli che scrivono prima di aver letto, e scrivono di tutto, e ciò che scrivono è tutto ciò che sanno; infine quelli che leggono e che scrivono nello stesso tempo, e scrivono per sapere, e leggono per scoprire, e quel cazzo che non sanno alla fine non è neanche tutto ciò che sanno, perché man mano, andando avanti, si sporcano le mani, fanno a lotta con l’autore redivivo, lo abbrancano addosso al muro o lo seducono i piedi, e per andarci a letto lo debbono spogliare dalle ipocrisie, lo debbono scoprire. E quando strappano il primo bacio, si ritrovano innamorati, senza nemmeno il permesso dei santi padri, senza neanche il plauso dei genitori. E questo, all’impurezza, basta e avanza, per potersi dire amore. Sapete che cosa vuol dire?

Il critico letterario antiaccademico, se ha utilizzato per una volta l’arte furbetta del neologismo concettuale, l’ha fatto, in fondo in fondo, per definirsi “altro”, altro da chi non gli compete, altro da chi non è come lui; lo ha fatto, in definitiva, per dirsi impuro: critico impuro. E come non esistono, sulla faccia della terra, uomini amorali, perché tutto, anche l’anti-, non è fuor di morale, appartenendo al massimo, nel suo punto di riferimento logico e teoretico, alla noosfera dell’antimorale, cosa che non è altra da un’altra forma di morale; allo stesso modo non esistono critici impuri del tutto privi di purezza, perché la purezza non è mai pura, è sempre al fondo inferma, inferma perché inferna, inferma perché blasfema; al massimo, se si trovano nell’antitesi, nel circolo ermeneutico della negazione del conforto, nella difficile condizione di vivere in stato di sopravvivenza circondati da squali e da murene, dal Dio di Roserio e dai gregari, quei critici letterari che vivono nell’ombra, al riparo del sottosuolo, che sono malati e malvagi come l’uomo di Dostoevskij, quei critici illetterati perché non universitari, blasfemi di oscenità perché conoscono i sommersi, selvaggi di indipendenza perché apprezzano i diversi, infermi di moralità perché sostengono i precari, quei critici, quegli esseri umani, beh, possono dirsi impuri, perché ci tengono a sporcarsi le mani, a toccare, sfogliare, pastrocchiare e impiastricciarsi le dita col nero dell’inchiostro, tanto il proprio quanto l’altrui, e darci giù di lettura, “carte su carte di ribaltatura”, per usare uno stilema di Bianciardi, che impuro supremo lo era, negli intestini e nei polmoni; ma questi critici impuri insomma che cosa fanno? E leggono, e pastrocchiano, e si impiastricciano e scalpitano, e pensano alla bellezza, all’estetica del brutto, del matto, del coatto e del minore, e godono di quanto scoprono, e scoprono di quanto godono, e leggono, e leggono, e leggono, e scrivono, e scrivono, e scrivono…

Alla fin fine, ci tengono proprio, i critici impuri, almeno tanto quanto i lettori che si sporcano le mani, a sentirsi ancora puliti, se la purezza è nella mistura, nel melting – pot dell’indagine critica e nella sporcizia di quando si fatica; se la purezza è rotolarsi nel fango materico, per sentirsi pur sempre impuri, per potersi poi dire umani.

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Si ringrazia l’artista Marco Casolino per aver prestato la propria opera fotografica come pregnante commento visivo, e si rimanda al suo sito ufficiale:

http://www.marcocasolino.it/Home.html

 

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12 pensieri riguardo “Fenomenologia della Critica Impura. Con Spirito.

  1. Divertente, delicato… E la citazione dell’uomo del sottosuolo proprio bella! Riporto parte della prefazione di “Aurora” in cui Nietzsche, riferendosi a se stesso scrisse:
    “In questo libro troviamo all’opera “un’essere sotterraneo”, uno che perfora, scava, scalza di sotterra.
    Posto che si abbia occhi per un tale lavoro di profondità, lo si vedrà avanzare lentamente, cautamente, delicatamente implacabile, senza che si tradisca troppo la pena che ogni lunga privazione di luce e d’aria comporta; o si potrebbe dire perfino contento del suo oscuro lavoro.
    Non sembra forse che una fede gli sia di guida e una consolazione lo compensi ? Vuole forse avere la sua propria lunga tenebra, il suo mondo incomprensibile, occulto, enigmatico, perchè avrà anche il suo mattino, la sua liberazione, la sua aurora? …
    Certamente tornerà indietro : non chiedetegli cosa cerca là sotto, ve lo dirà lui stesso, questo apparente Trofonio ed essere sotterraneo, quando sarà “ridiventato uomo”.
    Si disimpara completamente a tacere, quando si è stati così a lungo, come lui una talpa, un solo…”

    Anche nelle parole di Nietzsche si odono echi di “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskji, il tuo articolo è pari all’opera di un “essere sotterraneo” di un apparente Trofonio… che certamente risale a contemplare la sua aurora!
    Un saluto alla redazione

  2. Caspita: per chi ancora non pensasse che l’esercizio critico sia pratica di scrittura (e dalla scrittura poi prende movimento anche il pensiero)… E’ l’idea di sporcarsi le mani che mi piace: il rischio, primo tra tutti, di mostrarsi in pubblico con panni poco adatti… E quei panni, se proprio si vuol dirottare il discorso sul vestito, dicono già tutto: di nessun travestimento, di una maschera esibita con fierezza (chi non ce l’ha), anziché rimossa per l’occasione.. All’accademia e all’antiaccademia opponiamo finalmente la taverna, il sottosuolo, la scrivania d’un ufficio polveroso: tutto ciò che possa dirsi infine né pro né contro… Preferirei di no: bartleby.

  3. Complimenti…un testo colto esilarante, etico e leggero…
    Finalmente…l’acqua pura comincia scorrere…
    Grazie
    Un abbraccio
    Donato Di Poce

  4. Ma che bella fiammata di parole e amore per le parole. Ricorda in maniera implacabile che pratica e pensiero non possono mai andare disgiunte: che, come diceva Malerba, si scrive per capire ciò che si pensa. Niente di più impuro, pastrocchiato e materico. Come quei disegni che si svelano solo a risultato ottenuto. La critica impura è viva come lo è la vita, sempre meravigliosamentwe impura, e mai anti. Anti-cosa, in fondo?

  5. Però non mi sembra affatto leggero e divertente o divertito. E’ sociologia della critica e, di conseguenza, della letteratura. Anni fa la fece Scarpa, con la trovata dei “bj”, allora era molto divertita e postmoderna. Qui io intuisco una stanchezza e una rabbia che sono premesse di una reale produzione critica obliqua. Se l’emotivo è esplicitato in termini di consapevolezza, e qui mi sembra che lo sia, è possibile la risoluzione attraverso discernimento e, quindi, la manifestazione in atto di un amore a priori – che è precisamente un esercizio, un’atletica (e quindi, per etimo, un’ascesi) di cui si nota generalmente l’assenza.

  6. Io non so nulla della critica. Non la capisco e la ignoro, come faccio con la cinematica, i trinomi e la politica ecuadoriana. Semplicemente, distinguo testi in cui batte un cuore (o un tic:a volte basta) e che hanno nutrimento, e testi che non suonano nemmeno se li scuoti, e ti farebbero morire d’inedia.
    Questo lo trovo nutriente, e pieno di suono. Mi fa persino sperare che di quelle cose che non capisco, qualcuno sappia come occuparsi.

  7. Vorrei pensare di non comprendere cosa sia la critica per rendere la mia mente scevra da condizionamenti e concetti preconfezionati. Vorrei ancora immaginare che la critica fosse un esercizio intellettivo capace di discernere qualità intrinseche dell’oggetto di cui si intende porre un’analisi comparata con i giusti canoni di riferimento facendo uso esclusivo della ragione, tralasciando le influenze interne ed esterne, avendo cura di estraniare l’analisi dal contesto generale, ponendo l’attenzione sugli aspetti originali della scrittura.
    In fondo la scrittura è l’arte di narrare le cose, gli eventi, i fatti dell’uomo e della vita e come tale deve essere assoggettata alla critica di coloro che abbiano le credenziali, l’autorevolezza, la libertà per una valutazione onesta di essa. Un po’ diffido degli accademici che all’ombra riparatrice della cultura catalogano, sputano critiche intrise a loro volta di criticità, giudicano pur non avendo compreso cosa giudicare, celebrano e massacrano secondo criteri che esulano da ogni principio di giustezza. Però è fondamentale che la critica ci sia: deve svolgere il suo ruolo di indagine e di comprensione della scrittura, ma soprattutto scoprirne le originalità, le innovazioni linguistiche ma anche intellettuali. Deve rappresentare una sorta di controllo sull’attività culturale di singoli autori o periodi storici affinché sia dedotta la relazione ma anche con la comparazione con il passato. In fondo la critica si sviluppa e accentua il suo peso in riferimento al passato, a ciò che è stato e comunque potrebbe esserlo nell’immediatezza di un presente, magari reso intenzionalmente atemporale per conferirgli maggiore consistenza e lunga durata. Con la critica difatti si gioca a spettacolarizzare l’opera, rinunciando a volte di osservare con gli occhi della verità, inficiando l’aspetto peculiare di essa che è essenzialmente un’analisi corretta, senza vizi, né formalismi dell’opera. La critica ha un valore se il percorso d’indagine che la determina corre su binari paralleli di onestà intellettuale e di capacità di intravedere nell’opera percettibili segnali di rinnovamento linguistico ma anche la bellezza delle parole che sapientemente costruite dall’architetto-scrittore suscitano principalmente attenzione e convinzione che si stia leggendo qualcosa che va oltre i confini delle strutture letterarie di riferimento. Il critico è essenzialmente lettore, colto, dotto, che deve sapere sviluppare una capacità incondizionate di indagine affinché il giudizio che ne dovesse derivare dalla lettura dell’opera sia conforme alla luce della bellezza che non inganna ma comunica una verità letteraria. Egli un po’ è il magistrato delle parole, il pubblico ministero indipendente che sa sentenziare secondo coscienza e legge. E allora possiamo tranquillamente dire che sa fare il proprio dovere, senza avere recato danno alcuno, ma reso un servizio alla letteratura.

  8. Brava Sonia , hai rappresentato la negatività con le parole che si merita . La tua onestà intellettuale è ormai rara , rarissima .
    ( ti ho sentita alla Fiera del Libro con Bux e Saya e mi sei piaciata ( Petrolini ) un sacco .
    leopoldo –

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