Il caleidoscopico mondo Pop di David “Diavù” Vecchiato. Un’intervista impura

Diavù al massimo grado del proprio rigore estetico
Diavù al massimo grado del proprio rigore estetico

di SONIA CAPOROSSI

Artista poliedrico e multiforme, David “Diavù” Vecchiato ha attraversato gli ultimi vent’anni di pop culture italiana ed europea da protagonista assoluto. E’ stato ed è, di volta in volta, pittore, scultore, editore, musicista, illustratore, cartoonist, vocalist, speaker e dj radiofonico, artista arrabbiato e irriverente, con il culto del colore sovraccarico e dello schizzo metamorfico, figlio del polisenso e del polisegno, raccattapalle dell’icononogia postwharholiana dei miti d’oggi, plasmatore del e plasmato dall’espressionismo pulp che da noi mancava, mancava da troppo tempo anche quando c’era. Ho intrattenuto una conversazione con l’artista in esclusiva per Critica Impura, parlando di arte e del più, per tacere del meno, con la consueta libertà, d’eloquio, di fraseggio e di borseggio (di sensi e significati).

Sonia: David, quando ci siamo conosciuti, nell’ormai lontano 1997, tu eri il direttore editoriale della rivista di cartoon e varia controcultura “Tank Magazine”, sulla quale accogliesti volentieri un’intervista ai Wellen, il gruppo musicale di cui facevo parte allora, integrandoci nel progetto Guano, la “factory di cervelli fumanti” che vedeva l’interazione e la collaborazione di diversi artisti provenienti da svariati campi. A quei tempi, avevi pubblicato un ottimo disco con i Savalas, Dancin’ Days, il quale ottenne lusinghieri riscontri fra gli addetti ai lavori, ma che poi non ebbe seguito. Puoi revocare con me quegli anni, il punto dal quale in poi ci siamo un po’ persi per poi ritrovarci?

David: Bella memoria la tua eh? Il primo EP dei Savalas era Dancin’ Days e il Cd era Radio Bella Vista, due lavori non proprio malaccio, sono d’accordo. Io faccio piuttosto fatica però a ricordare, soffermarsi sul passato è un po’ rimescolare i vermi, ma se proprio devo azzardare un’analisi di quei tempi come di oggi, devo ammettere che ho sempre mancato di rispetto alle arti tutte. Quelli che citi erano gli anni Novanta, anni in cui dipingevo ed esponevo opere in molte mostre in ambiti underground rifiutandomi però di lavorare per le gallerie d’arte ufficiali con cui avevo anche dei contatti; anni in cui pubblicavo numerosi fumetti su riviste periodiche anche molto note o illustrazioni e copertine per best-seller senza mai farmi passare per la testa l’idea di realizzare un mio libro a fumetti. Anni in cui ho realizzato un CD con rispettivi videoclip, quello dei Savalas appunto, ma poi non sono andato a suonare dal vivo, se togli rare occasioni. Eppure ho sempre composto musica e ho sempre disegnato, fin da piccino. Non avevo granché contatti con gli altri bambini e mi relazionavo col mondo inventando storie, mostri e canzoni. Nel periodo in cui ho abitato ai Castelli Romani, le canzoni mi mettevo sul terrazzo del mio vicino a cantarle e a strimpellarle con una chitarra scordata che non sapevo suonare, mentre il mio amico suonava dei bidoni da verderame. Subito dopo pranzo, magari di domenica o d’estate, quando in campagna dormono tutti, puoi immaginare che secchiate di merda potevano tirarci! Una volta un tizio di trent’anni più di me mi ha pure rincorso per le vigne e quando m’ha preso m’ha picchiato di brutto perché avevo tirato una sassata a suo figlio, soltanto perché aveva protestato contro le mie canzoni. Un’altra volta mi hanno sparato col fucile a sale… insomma, le mie esibizioni non trovavano grandi consensi tra i burini dei Castelli. Ammetto di non aver soddisfatto ogni mia passione con la costanza di un buon amministratore, però ho sempre saputo difendere quello che facevo. E anche l’editoria è stato uno dei miei amori traditi. A venticinque anni mi occupavo di Tank Magazine, da me ideato, diretto e concepito graficamente e quel lavoro oltre a divertirmi mi permetteva di vivere. Quando l’editore chiuse Tank nel 1997, pensai di far confluire dentro una factory di talenti una parte dell’energia incontrata in quell’esperienza. Ma col tempo ho visto solo individualismi che si sono sfiorati e non molto di più. E malgrado l’insegnamento di Tank ci sono ricascato dieci anni dopo fondando con Serena Melandri MondoPOP, un’art-agency, galleria d’arte e art shop che ha sede in centro a Roma e si ostina a fare cultura visiva mostrando quali sono davvero le nuove correnti, vive e internazionali, dell’Arte Contemporanea a questo Paese di rimbambiti, che al massimo concepisce bagnini e ristoratori come rappresentanti culturali del più alto livello. Molto tempo sprecato perché in Italia qualsiasi arte è impiegatizia, cerca stipendio fisso e ferie pagate. Spesso anche gli artisti con cui collabori si comportano da commessi, pretendono che gli produci un catalogo della mostra e ti chiedono quante opere vendute garantisci…E magari sono alla prima mostra, tanto per farti capire, e non capiscono che tu sei come loro con la differenza che hai voluto creare una struttura utile a tutti! Per fortuna non è proprio tutto tempo sprecato, perché tanti artisti con cui lavoro sono miei amici o lo sono diventati e ci divertiamo a rompere un po’ le palle a questo Paese ammuffito. E già se fai un briciolo di cultura rompi le palle in un Paese dove cittadino e teledipendente sono sinonimi e dove gli intellettuali scomodi sono estinti.

Sonia: Noi Wellen ci sciogliemmo poco dopo il nostro ingresso in Guano (e dico purtroppo perché eravamo uno dei migliori gruppi post rock italiani, alla stessa stregua dei Marlene Kuntz e degli Afterhours, o almeno così pensava l’allora nostro produttore artistico Domenico Liggeri, amico comune, che però non trovò contratti a causa del fatto che le major non volevano che cantassimo in inglese). Ad ogni modo, per via dello scioglimento, non ho seguito l’andamento del progetto, visto che come partecipanti non esistevamo più. Guano, a tutt’oggi, va ancora avanti come situazione parallela alle tante che hai messo in porto? Se sì, cos’è, come funziona, che cosa vi bolle in pentola?

David: No, no, Guano è morto. È stato un progetto legato a una lunga fase di passaggio in cui io zompettavo tra un mezzo di espressione e l’altro e lo facevo con gente con cui passare un’intera giornata a farsi le canne o a progettare performance e installazioni…Ma niente di fondamentale. Guano non ha prodotto nulla di lungimirante, solo bei momenti ora morti, o comunque svenuti.

Sonia: Prima di Tank, c’era stata la fanzine Katzyvari. Il nome è ilare, non foss’altro che per il fatto di ricordami Koyaanisqatsi, il film di Godfrey Reggio con le musiche di Philip Glass….Non c’entra un katzy, lo so…

David: Invece hai ragione, il nome era proprio un mix tra il Koyaanisqatsi di Reggio e il cognome del più celebre liutaio del mondo, ma a noi piaceva suonasse volgare com’è il classico “…e cazzi vari” che dici quando intendi generalizzare, perché l’uomo è volgare, «e anche la donna», direbbe Amleto ai suoi amici spadaccini. Malgrado queste premesse, la fanzine di per sé era un’accozzaglia di eiaculatio precox dei tanti, troppissimi, partecipanti attivi. Infatti sconsiglio vivamente di leggerla, se ne trovate una copia datela in pasto alle fiamme dell’inferno! Mi ricordo che ai tempi di Katzyvari dopo riunioni-fiume notturne in redazione o diurne al bar per decidere i contenuti di ogni maledettissimo numero, alla fine ci dividevamo le pagine un tot a testa e ognuno si sfogava sulle sue come preferiva. Niente di più terribile. Avevo appena vent’anni e ho perso soldi e capelli per far uscire in tutte le edicole d’Italia le idee trite di una manciata di cretini, me compreso s’intende, anche se ammetto che i numeri che mi piacquero di più furono gli ultimi due in cui mi tolsi lo sfizio di pubblicare qualsiasi cosa venisse in mente quasi solo a me e Katzyvari cominciava a somigliare alla pubblicazione che avevo in testa di fare fin dall’inizio, anarchica fino all’ultima goccia di inchiostro. Con la rivista successiva, Tank, divenni il grande dittatore. L’unico con cui dovevo fare a pugni stavolta per i contenuti era l’editore che la produceva. E posso vantarmi che fu uno dei primi progetti in questo Paesello che trattava di musica, arte, fumetto, cinema e culture underground, pescando nelle stranezze più insolite e mixando il tutto con uno stile e una grafica della madonna. Poteva piacere o fare schifo, visto lo stile volutamente vomitevole in cui era scritta, ma era la rivista giusta nel momento giusto e molta gente la ricorda ancora e me lo dice. Tu pensa in che tristezza di Paese viviamo se c’è gente che ancora si ricorda Tank Magazine e lo rimpiange.

Sonia: Io ad esempio lo rimpiango! Comunque, per tornare alla musica, le tue sperimentazioni sonore non si sono certo esaurite con i Savalas. Nel 2005 hai messo su una specie di teatro adenoideo, rumoristico e sfacciato, come tuo solito, chiamato Cabaret Elettrico con i Za Bùm. Dicci un po’ come è cicciato fuori quest’altro prodotto teratologico…

David: Dunque, il Cabaret Elettrico è stato partorito durante cene a base di Chianti ed Empanadas col disegnatore Riccardo Mannelli e con altri disgraziati, dopo l’esperienza editoriale dell’ultima edizione di Cuore del 2001, di cui io ero Art Director e Mannelli direttore. Abbiamo ideato questo non-spettacolo, questa messa atea, come una sorta di cadavere squisito in cui ogni artista coinvolto avrebbe dovuto metterci del suo, aggiungendo un’idea alle idee degli altri. C’erano anche i cortometraggi di Gipi, animazioni di Stefano Ricci, e molto altro… Intendeva essere un racconto emotivo del presente, non una fotografia, più un un infarto, dove la drammaturgia ridotta all’osso lasciava fiato a musica e disegni, tableaux vivant e animazione, il tutto con fare esplosivo e gusto un po’ cialtrone, per non prendersi troppo sul serio. Questo Cabaret Elettrico si sarebbe dovuto rappresentare in gallerie d’arte o musei, ma nessuno ce l’ha prodotto perché fondamentalmente non c’era niente da vendere, né opere né stampe o altro. Mettici pure che nel mondo dell’arte, al contrario di quello dell’intrattenimento, se non ti prendi sul serio neanche gli altri ti ci prendono. Capirai perciò perché ci siamo fermati. Allora abbiamo virato verso luoghi come il Future Film Festival di Bologna e centri sociali/locali come il Brancaleone di Roma. Così è diventato una specie di spettacolo, trenta persone sul palco, proiezioni di filmati realizzati appositamente, musica dal vivo e Remo Remotti nel ruolo dell’instancabile domatore di elettrodomestici a presentare il tutto. Ci hanno contattati anche da festival internazionali, sia di teatro che d’arte, ma senza una produzione sarebbe stato complicato spostare tutta quella carovana circense, per cui abbiamo declinato. E poi a sopportare l’invasivo Mannelli ci riesce solo la sua compagna argentina, l’adorabile Diana, e a sopportare me non so chi possa più riuscirci, perciò alla fine si è chiuso il capitolo Cabaret Elettrico dopo varie repliche ma senza un lieto fine. Io per questo progetto tirai su una piccola orchestrina nei pressi di Udine, gli Za Bùm appunto, con cui nelle mie scorribande friulane ho registrato altri pezzi oltre a quelli suonati nel Cabaret Elettrico. Tra un caffè corretto mattutino, bottiglie di rum sfumate e hamburger notturni abbiamo composto e suonato le colonne sonore per due film indipendenti del regista Stefano Bessoni, un’altra malsana conoscenza che ci ha introdotto al vizio del bicchierino di assenzio prima di coricarsi. Il film sulle cui musiche abbiamo lavorato recentemente si intitola Krokodyle e uscirà presto in DVD in edicola con la rivista mensile Sci-Fi Now, da quel che so. Per il resto, sento gli Za Bùm ancora come una ricetta segreta per pochi intimi finché non avrò un buon motivo per tirare fuori dal cassetto i gioielli sonori che abbiamo registrato assieme, le canzoni intendo. Nel frattempo ho iniziato a registrare un disco solista che spero di dare alle stampe prima dell’apocalisse del 2012. E stavolta sto cercando di prendere la faccenda seriamente…Ma non è detto che ci riesca.

Sonia: Artisticamente, di chi ti senti figlio?

David: Mi sento figlio di coloro che in qualche modo cambiano le regole del gioco. Da Jacovitti a Pazienza, da Celine a Flaiano, da Rino Gaetano a Beck, da Basquiat a Haring, mi piace chi apre dei varchi verso nuovi sentieri…Infatti, se parli di arti visive, Marcel Duchamp è il mio faro illuminante e dovrebbe esserlo per tutti coloro che fanno arte visiva, perché un secolo fa si è vendicato con chi gli diceva che il suo stile pittorico faceva cagare (Apollinaire tra gli altri) e ha assassinato l’arte così come la conoscevano e la adoravano tutti. Ammiro le qualità artistiche di chi ha un segno originale, ma il genio che ha preso per il culo davvero tutti i parrucconi del sistema dell’arte del suo tempo, decostruendo l’idea stessa di Arte così come veniva intesa, è stato Duchamp e dopo quasi cent’anni dai suoi primi ready-made molti artisti contemporanei ancora propongono una ricerca direttamente derivata dalla sua, poveretti. Significa chiaramente che non ci hanno capito un cazzo, malgrado il mondo dell’Arte, vecchio e dai gusti triti, li incensi. Bisogna invece guardarsi bene dallo scimmiottare le intuizioni di Duchamp, così come di chiunque si riconosca come maestro, perché svincolarsi dal genio paterno è il primo passo da compiere per mirare a una maturità artistica. Se pensi che dobbiamo farci intendere da chi non avesse chiaro di chi stiamo parlando, posso ricordare che Duchamp è l’uomo che nel 1917 prese un oggetto, un orinatoio da muro, lo capovolse, lo firmò col falso nome R. Mutt e poi lo spedì per partecipare alla mostra della Society of Independents Artists di New York. Esplose un caso e la “Fontana” assieme agli altri “readymade” di Duchamp hanno iniziato così a distruggere gli accademismi. Duchamp ha rivelato che l’opera dell’artista non è il quadro ma è il gesto che segue l’idea. Tra l’idea e il gesto c’è l’Arte, quella sensazione che crediamo di intrappolare quando la chiamiamo ‘Arte’. L’opera che rimane permetterà a chi saprà guardarla di percepire lontani echi di quella sensazione originale. È il nostro solito modo di combattere contro la morte, contro il tempo. L’opera è l’escremento, hanno detto celebri pensatori che pensavano molto più di me e Duchamp lo ha dimostrato meglio di tutti, con un pisciatoio.

Sonia: Certo, il ready – made ha dato il via alla vera e propria arte concettuale, al passaggio dall’arte puramente visiva o “retinica”, come la chiamava Duchamp, all’arte “mentale” o del gesto – idea. Il suo orinatoio è una classica macchina celibe di quelle che anche i surrealisti conoscono bene: distaccare un oggetto dal suo contesto d’uso immediato e catapultarlo in una dimensione concettuale, in un campo semantico “altro”, è il gesto straniante per eccellenza del dadaismo e del surrealismo, quello stesso straniamento che poi, nella storia dell’arte contemporanea, ha preso le più svariate forme, dal barattolo dei pelati Campbell di Andy Wharhol fino ai tuoi stralunati pupazzetti. A proposito di pittura, fra le innumerevoli mostre a cui hai partecipato, quale ti ha lasciato più soddisfatto e perché?

David: Fossi più ruffiano dovrei dire “Subtleties of Character” del dicembre scorso, collettiva a cura dell’artista Dan Barry alla WWA Gallery di Los Angeles. Dovrei dirlo perché tre mie opere erano a fianco a quelle di artisti che apprezzo molto in una galleria di Los Angeles che tratta sia pittura Pop Surrealista che disegni di fotogrammi di cartoons classici Disney, Warner & co, quindi mette assieme due mie passioni, pittura contemporanea e animazione, fregandosene dei pregiudizi di tanti. Questa collettiva mi ha fatto conoscere personalmente tanti altri artisti con cui sto organizzando una collettiva a MondoPOP nel 2012 e poi ho pure venduto, se vogliamo vederla in soldoni. Però, pensandoci bene, l’Urban Superstar Show al Museo MADRE di Napoli del 2010 mi ha soddisfatto di più perché a me piace anche curarla una mostra, occuparmene, attaccare le opere e farmi il culo, organizzare oltre che esporre. Nell’edizione del l’Urban Superstar Show di aprile 2009 ho portato per primo in Italia il Pop Surrealismo in un museo, con opere di gente come Gay Baseman, Shag, Glenn Barr, Junko Mizuno, Gary Taxali, Mijn Schatje, Ciou e molti altri, ma quello dello scorso anno di Urban Superstar mi ha davvero divertito perché abbiamo esposto materiale incredibile in una mostra pubblica senza aver speso un euro di soldi pubblici, grazie ai partner (la rivista XL e il Napoli COMICON, la fiera di fumetti) e a tutte le persone che hanno lavorato gratis, compreso me. Abbiamo tenuto aperto il Museo fino alle 3 di notte con artisti come Jim Avignon e Jon Burgerman, Massimo Giacon e Marco About, che hanno suonato e cantato su un palco fino a quell’ora. Anch’io ho eseguito live dei brani miei con la band Razmataz.

Sonia: Oltre alla tua instancabile attività artistica, hai anche insegnato presso lo IED, Istituto Europeo del Design. Che tipo di sevizie esercitavi sui tuoi masochistici allievi?

David: Ho insegnato character design e animazione. Sono stato adorabile nei contenuti e odioso nella forma, credo. Sono arrivato a lezione più volte in ritardo e ho mancato anche una seduta di tesi, ma ho cercato di mostrare agli studenti che la bellezza era già nei loro segni, dovevano tirarla fuori con la tecnica e tanta voglia, senza dover andare a copiare lo stile già consolidato di chissà quale insegnante frustrato. Loro mi mostravano cosa gli faceva esplodere la voglia di disegnare e io gli mostravo come andare alle origini. Hanno visto così che non c’è Tim Burton senza Svankmajer, che non c’è Andrea Pazienza senza Robert Crumb e non ci sono Crumb e Woodring senza Basil Wolverton, che non c’è Blu senza William Kentridge e così via. Gli insegnavo che essere disegnatori è senza ritorno, è una maniera di vivere e di vedere la realtà. A un certo punto però ho mollato perché hanno vinto loro.

Sonia: David, tu hai lavorato nel corso degli anni per le maggiori riviste cartacee italiane di cultura e controcultura, da Cuore a Satira, da Musica di Repubblica a Frigidaire, da Blue ad Alias, a Linus, a Rockstar, a Rumore. Hai persino disegnato, nella notte dei tempi, cartoon per la mitica emittente Videomusic ed illustrato i bestseller satirici di Giobbe Covatta. Il grande pubblico oggi ti conosce prevalentemente per la tua opera di illustratore di XL, per il gruppo L’Espresso. Come è nata questa collaborazione, e soprattutto perché Macaco e Piteco?

David: Le persone associano spesso il tuo nome a lavori che hanno uno spazio relativo nella tua esistenza… Un fine poeta che per quarant’anni ha scritto poesie e un bel giorno ammazza l’ex-moglie sarà conosciuto dal grande pubblico come un assassino. Io ho la fortuna ogni mese di pubblicare invece più sfaccettature del mio lavoro sul magazine de La Repubblica. I miei collage, una rubrica sugli Art Toys e una sugli artwork delle copertine di dischi, recensioni di fumetti e spesso interviste o articoli. Per questa continua occasione ringrazio il direttore e la redazione che apprezzano evidentemente il mio lavoro e hanno capito che avrei potuto occuparmi di immaginari visivi in più settori, dalla musica ai toys. Questa collaborazione mi ha consentito, oltre all’aver disegnato un casino, di aver intervistato gente come Daniel Johnston e molti altri personaggi e amici di cui a mia volta apprezzo il lavoro e di aver potuto parlare di Pop Surrealismo, di Lowbrow Art, di Skate Art e di molti altri argomenti di cui mi interesso. Poi ci sono le mie strip di Macaco e Piteco, che sono l’unica maniera in cui trattare temi di attualità esprimendo opinioni mascherate da storielle. Macaco e Piteco sono l’idiozia fatta pupazzo, sono due fratellini che vogliono imitare gli atteggiamenti degli adulti e che per questo sono teneri quanto irritanti. Mi sono ispirato alle brutte storie di bambini abusati che mi raccontava una mia amica assistente sociale quando li ho creati perché è dal letame che crescono i fiori.

Sonia: E del mitico Benito Meniconi, lo Sfracellatore, che mi dici?

David: Benito è troppo hardcore e di cattivo gusto purtroppo per una pubblicazione da edicola, è un fascista inconsapevole, un “pischello” di estrema destra che vive nella periferia degradata di Roma, che bestemmia, esalta lo stupro e che si sente tanto macho da essere un supereroe e, come tale, sconquassa tutto. È neorealismo contemporaneo quello de Lo Sfracellatore, mescolato però con le storie sceme di buoni contro cattivi tipiche dei supereroi. Il tutto fa corto circuito e porta le storielle al paradosso. Ma stiamo parlando di un personaggio che mi divertivo a scrivere e disegnare dieci-quindici anni fa e che ho mollato proprio perché non trovavo una rivista disposta a pubblicarlo: le storie erano troppo pesanti, troppo scorrette. Avrei potuto farci un libro a fumetti, certo, ma come hai capito io non amo il tempo lungo di realizzazione di un libro, mi sembra che la vita scorra mentre io sto là chiuso in casa a disegnare cose che diventano vecchie mentre le faccio. Così facevo i web-cartoon. Ma anche come cartoon non ha trovato sbocchi perché non si possono trasmettere in Italia le avventure di un ragazzino fascista fino alle ossa che si sente invulnerabile ed è in realtà un nulla, un disadattato sociale lasciato a se stesso dal Sistema che alleva i giovani delle classi sociali meno ricche come ignoranti e violenti. Quelli come Benito sono utili come ultràs negli stadi, come elettori ignoranti da comprare con poco, come consumatori senza consapevolezza…E poi quando c’è da partire volontari per le missioni di pace o da arruolare poliziotti e carabinieri, ecco che tornano utili di nuovo. È un personaggio ridicolo e comico, a me fa ridere e se ci penso ho un sacco di sue storie scritte e mai disegnate, ma è anche una faccenda troppo vera per essere digerita, figurati per diventare un cartoon o una serie a fumetti.

Sonia: Hai voglia, è una faccenda di importanza sociologica. “Beniiiiitooo! Esci e vatte a trovà un lavoro!”, come direbbe con il suo doppiaggio stridulo la madre, grembiule e bigodini in testa. Ma torniamo a noi. Epocali sono le tue performances di pittura in tempo reale e di Street Art, di cui rimangono tracce in rete tramite video dei vari malcapitati partecipanti. Che fine fanno le tue opere siffatte? Ne provi disaffezione o non vorresti mai separartene?

David: Non ho idea. Alcune sono conservate nei magazzini di MondoPOP per mostre future, altre le ho regalate oppure perdute. Qualcosa è stato venduto. Una delle ultime performance l’ho fatta con l’artista losangelino Buff Monster. Il risultato di quella performance erano due opere su muro e sono state cancellate, questo lo so.

Sonia: Che progetti hai per l’immediato futuro?

David: Progetti pochi, io mi butto direttamente nelle imprese impossibili senza troppi calcoli o previsioni. Però nell’immediato futuro di sicuro ci sono da inventare nuovi eventi e nuovi progetti attorno a MondoPOP, come ad esempio organizzare un Festival di Urban Art a Roma nel mio quartiere che è il Quadraro. Poi far uscire un disco di Diavù, come ti ho detto…Vado all’inferno una volta a settimana per questo.

Sonia: Una copia del disco ovviamente è prenotata…Ed ora l’ultima domanda, poi ti lascio in pace. Benedetto Croce, il panciuto di Pescasseroli, ha scritto che “l’arte è ciò che tutti sanno che cosa sia”. Prendo volutamente lui come esempio in quanto ha imperato per cinquant’anni nel primo Novecento con la sua concezione estetica solo per essere poi denigrato per altri cinquant’anni nel secondo Novecento per lo stesso motivo. Un esempio sommo, direi, di quanto sia difficile il quesito sul quid est dell’opera e di quanto l’aria che tira possa cambiare direzione. Dammi tu, se ti riesce, una definizione di che cos’è, per te, oggi, quella strana cosa che tutti chiamano Arte.

David: Io mi ritrovo nelle parole di Gombrich che diceva che non esiste l’Arte, esistono solo gli artisti. Aggiungerei che sono pure persone come tutte le altre, di mestiere fanno i produttori commercianti e fabbricano e vendono una cosa che di per sé non esiste. L’Arte è quindi una cazzata, ma è quella che racconta meglio la vita perché la vita stessa è una cazzata. Per questo l’Arte e la Vita sono la stessa cosa se sei così bravo da non farne due cazzate distinte. Ma la maggior parte di noi le separa già da piccolo e prosegue così solo la Vita abbandonando l’Arte. Per mia fortuna sono riuscito a farne un mestiere per cui non è andata così.

Sonia: E proprio su Gombrich ho scritto qualche tempo fa un articolo per Critica Impura che ti invito a leggere, magari per scambiare qualche altra opinione fra di noi…Ringraziamenti ed ossequi all’uomo e all’artista!

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Per Approfondire:

Website: www.davidvecchiato.com

Blog: www.diavu.com

Galleria/Shop online: www.mondopop.it/artist_view.php?id=22

Per interagire col Nostro (quando c’è):

http://www.facebook.com/diavu

http://www.twitter.com/diavu

http://www.youtube.com/diavooh

http://www.myspace.com/diavu

http://www.flickr.com/diavu

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