Il sangue della forma e la carne del contenuto. Una macellazione impura.

Rembrandt, Bue Macellato (1655)

di SONIA CAPOROSSI e ANTONELLA PIERANGELI

A: Il vizio del poemetto è un morbo che abbranca. Ci pensavo giusto questa notte.

S: Il poemetto come genere troppo spesso è al limite del lirico, la prosaicità è il suo vero rischio.

A: La prosaicità è il suo vero pregio…

S: No. Se un giorno io dovessi scrivere un componimento poetico carico di prosaicità, mi ucciderei. La prosaicità è la contraddizione intrinseca della poesia, in quanto l’annulla e la nega.

A: Una prosaicità lirica è possibile e non credo ti spareresti, ti ucciderei io… Fuor di metafora, non è nelle tue corde.

S: La prosaicità lirica esiste, di fatto, ma non è nata per stare in versi.

A: Non credo. Tutto può stare in versi, dipende dallo stato di grazia dell’autore!

S: Parli del contenuto o della forma?

A: Di entrambi.

S: La forma è ciò che fa la poesia; il contenuto è relativo, può essere di tutto: gli argomenti sono di un’infinita scelta.

A: Lo so benissimo. Ma tutto può essere anche detto in modi infiniti, anche la forma è multiforme.

S: Non ti seguo. Dov’è l’essenza della poesia secondo te?

A: Nella forma che plasma e nel contenuto che è plasmato…E secondo te?

S: Nella forma che si informa, nell’istante del vuoto in cui il contenuto, che è sempre relativo, rimane sospeso. La poesia è nella privazione, nella steresis aristotelica. In quel momento sospeso e indefinito, insomma, in cui sorge passivante nella mente dell’artista la potenza dell’atto creativo.

A: Nasce nella privazione ma poi s’incarna nell’oggetto, lo trasfigura e lo rende altro.

S: Al contrario, ne è trasfigurato. la poesia è un ossimorico atto passivo. L’autore è meno importante di quanto sembri. il contenuto lo dà il lettore, non l’autore.

A: Non sono d’accordo. L’autore si incarna nell’opera col corpo e col sangue, traina il lettore nel proprio inferno. Lo assedia. Ne scarnifica l’anima.

S: Se ti dicessi che mentre scrivo il mio unico scopo è quello musicale, ci crederesti? Il contenuto non lo creo mentre scrivo; lo creo solo dopo, ovvero mentre leggo e rileggo ciò che ho appena scritto; io creo il contenuto non quando sono autore, ma quando divengo lettore di me stesso. Nell’istante dell’emergenza poetica, non esiste significato univoco: esso anzi è sempre molteplice ed affidato all’atto interpretativo del lettore di turno. Per questo ogni lettore è sempre anche autore.

A: Ma a volte anche la tua musica può essere sgraziata a causa del contenuto. Una dis-grazia ossessivamente dis-sonante, ma incastonata nella partitura inconfondibile del reale, in senso hegeliano. Come una dissezione anatomica, una macellazione sonora.

S: No, è il contenuto a venir fuori straziato e macellato grazie alla dodecafonia, per proseguire la metafora musicale…Se quando scrivo usassi dei versi più armonici, più lineari e meno parole petrose, il contenuto stesso sarebbe diverso, più dolce ed idillico, in una parola: lirico.

A: Sarebbe, in tal caso, l’unica musicalità che si può avere dentro in quel momento scrivendo su un determinato argomento, su quello e solo su quello. Ma potresti scrivere versi più armonici e lineari, quando parli di sudario o di agonia, di morte o di un occhio che ti scruta?

S: Ma quelle parole acquistano un senso in virtù della partitura musicale su cui sono tessute, non il contrario.

A: Ovvio. Ma la partitura in che cosa consiste? Non è forse il tessuto connettivo dell’intuizione?

S: Consiste in puro suono e ritmo.

A: E allora il contenuto che cosa c’entra?

S: E’ andata così: ho cominciato giorni fa a scrivere sperimentando un ritmo spezzato ed il contenuto è venuto fuori da quel ritmo. Non è che avessi deciso di scrivere di quell’argomento a priori ed in virtù di questa intenzione abbia sperimentato un ritmo spezzato: è accaduto esattamente il contrario. Da ciò ho dedotto che il  contenuto è a posteriori, la forma a priori.

A: La forma e la sostanza artigianale del pensiero poetico nascono in absentia, nello spazio sonoro della mia mente che “tutto minia e impuramente accende”, se mi consenti una citazione pasoliniana. Che cosa credi? Non lavoro di certo ai miei versi appoggiato con il gomito sul tavolo, la mano tesa a reggere la fronte corrugata nello sforzo di pensare: “adesso scrivo di questo argomento!”…

S: Pasolini, ad esempio, non faceva così? E’ troppo prosaico per non aver sempre pensato prima al contenuto e poi alla forma, che a volte perde persino di vista…

A: Ma Pasolini sosteneva lo stesso tuo concetto. Componeva addirittura battendo il tempo, ritmando mentalmente una partitura. Le parole venivano dopo.

S: E come possono le parole venir dopo, se sono corpo sanguinolento e carne scabra di quello stesso ritmo che tu affermi egli battesse mentalmente? Le parole sono forma, non contenuto. Il contenuto è concettuale e cangiante da interprete ad interprete, viene attribuito e prende corpo in un secondo momento ad opera del lettore, non dell’autore. Vuoi un esempio di poeta musicale prima che prosaico, un poeta estetico prima che teoretico? Giovanni Pascoli. Ecco, Pascoli è musica allo stato puro. Invece immagino un’altra genìa di poeti mettersi al tavolo da lavoro e tirar fuori dal cappello del mago metafore realistiche per farle significare questo e quello…E poi costoro, su un contenuto prosaico, narrativo o dimostrativo, impiantano inserzioni liriche dal metro antifluido e sfranto, artefatto su misura. Ecco, io amo chi procede esattamente al contrario. Se pensi prima al contenuto, sei prosaico anche quando fai versi; è esattamente ciò che io voglio evitare.

A: Ma quando il contenuto è l’abisso stesso che genera la parola e quindi la forma? Quando sono io (in compagnia del pallido Blanchot) con la mia notte che si annida nei dirupi siderali dei miei sensi, a dare fuoco e voce alla mia visione del mondo? Penso a Pascoli, il fanciullo troppo cresciuto coronato di barba, un musico puramente “rivelato” all’impurità abbacinante dei suoi desideri, cantore sublime di una vita tutta tesa verso l’immanente paura di se stessa. Il sonoro Pascoli, permeato di realtà…

S: Pascoli ha la realtà nel biografismo ed il sogno nel verso. Ci sono poeti immensi che hanno fatto della musica pura la loro arte lirica somma. Rimbaud e Pascoli sono due di questi. Tu pensi che Rimbaud pensasse prima all’argomento piuttosto che alla versificazione? Quando si bada prima al contenuto, non mi stanco di ripeterlo, si rischia la prosaicità. La musica libera l’attività creativa dal suo peso e dalla sua inerzia passiva; la forma si autodetermina come primum, gronda formazione ed informazione, ed una volta generata, basta a se stessa. Oltretutto, la forma ha un quid in comune con la capacità tecnica, anche se non si identifica completamente con essa; bensì, semplicemente è necessario, perché si faccia arte, che anche l’abilità d’esecuzione ci sia. La riprova è nel fatto che un uomo comune ed un poeta recano dentro di sé gli stessi contenuti estetici, poniamo ad esempio l’amore, la morte, il dolore, la gioia; l’uomo comune di certo non per questo può dirsi poeta e mettersi impunemente a versificare. Se anche lo facesse, non è detto che produrrebbe arte. Inoltre, in certa poesia, come nel simbolismo e nel surrealismo, il contenuto non è immediatamente identificabile, bensì è soggetto a mille interpretazioni e decodificazioni da parte del lettore, il quale a volte, imprevedibilmente, scova segreti e tesori nascosti di senso e significato, emergenze dell’inconscio a cui l’autore stesso a suo tempo, nell’atto di scrivere, non aveva nemmeno mai pensato.

A: Come un tempio le cui strutture, fregi e trabeazioni siano visibili soltanto dopo l’ingresso e non dall’esterno. Una fitta rete di impulsi sensoriali che risvegliano il lettore dal sonno dogmatico dell’automazione. La poesia come visione e non come riconoscimento. Uno straniamento della comune capacità di percepire la bellezza come un’armonia fino ad allora indecifrabile. Baudelaire adopera il termine correspondances per definire il processo comunicativo del poetico, il tramite emozionale attraverso il quale la poesia s’incarna in noi e ci possiede. L’insostenibilità di carne e ritmo è invece una felice congiunzione di grazia e di eufonia, una rarità da incorniciare, se pensiamo che non tutti i poeti riescono ad abitarne il limite senza mai avere la tentazione di farsi cristallizzare in una definizione. Ecco perché la poesia è così indefinibile.

S: Ma per tornare a monte, secondo me, le critiche di prosaicità che vengono spesso attribuite ai poeti civili sono spiegabili nei termini di cui sopra. Che poi anche un poeta ossessivamente prosaico riesca a volte a toccare corde liriche per il tramite del contenuto, questo è certamente possibile. Anche un romanzo in prosa lo fa. Ci sono pagine liriche nei grandi romanzi di ogni tempo, ma lì è la forma che prevale. I versi dei poeti civili, invece, si affastellano nella struttura ridondante del poemetto proprio perché stanno rincorrendo ogni dove una tesi, una dimostrazione razionale, d’argomento sociale, storico o civile, più che delle note di pentagramma. Il procedimento, per ottenere poesia, dovrebbe essere invertito: scelgo la forma del poemetto, e vedo dove mi vuol portare.

A: Dove ci manderanno semmai… Meglio non chiederselo, a quest’ora della notte.

S: Speriamo non ci mandino “dove ci porta il cuore”.

A: C’è anche di peggio del cuore…

S: Il lombo, il filetto e lo stufato?

A: Di un bue macellato.

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6 pensieri riguardo “Il sangue della forma e la carne del contenuto. Una macellazione impura.

  1. Il titolo mi fa riflettere,geniale utilizzare il termine “sangue”in riferimento alla forma,e “carne”al contenuto.Il sangue fa pensare a ciò ch’è fondamentale per noi uomini….senza sangue non vi è vita ,mentre privati di un pezzo di “carne”la vita continua. è un”controsenso provocatorio”

  2. I poeti e i santi non si definiscono mai “poeti” e “santi” non possono essere altro.

    L’animo di un poeta lo immagino proprio come il “bue squartato”di Rembrandt: straziato dal dolore, fragile e precario come precaria è la carne umana.

    Ma allora vi chiedo “Il sangue della forma può prescindere dalla sostanza del contenuto”?

    Umberto Saba in una lettera al suo giovane amico e scrittore P.Gambini scrisse : Ti accludo un piccolo grafico (una specie di scorciatoia)che spiega cosa pretendo da uno scrittore, da un artista in genere: linea del cuore, linea della testa, linea dello stile.
    La maggior parte degli scrittori attuali, anche se superano le prime due linee, raramente arrivano a toccare la terza.(Umberto Saba, La spada d’amore. Lettere scelte 1902-1957, a cura di Aldo Marcovecchio, con una presentazione di Giovanni Giudici, Mondadori, Milano 1983).

  3. Per chi tifo!? Per tutti e per nessuno 😉
    E poi non vedo scorrere sangue. Gli interlocutori S & A sottolineano la differenza ed utilizzano il vocabolario del proprio nemico. Bada che neppure il termine nemico è adatto. La filosofia non è una guerra e l’uno (S\A) non nutre odio per l’altro (A\S) anzi nutre compiacimento, ammirazione. Semplicemente S\A ritiene di approfondire, correggere o completare A\S. La confutazione è sempre un riconoscimento. S\A si basa su A\S per allontanarsene, per affermare la propria differenza.
    Ma per contrasto chiarezza e distinzione non dovrebbero aumentare?

  4. …ecco perchè la poesia è così indefinibile… il succo delle vostre arance concettuali, verso la fine… dopo un lungo direi eufemisticamente contorto processo di canonizzazione e poi…se sapessi come scrivo poesie forse potrei anche smettere, e poi dipende, è sempre diverso l’approccio…
    però quello che volevo far notare rispetto al porsi di fronte all’arte oggi, e che in qualche modo potrebbe sembrare mettere sotto scacco ogni discorso sull’arte contemporanea (ma solo temporaneo, finito il mio discorso riprende la partita) è che il riempire con critiche, sostenute fondamentalmente da concetti, lo spazio semiotico della fruizione di qualsiasi opera ne alza immediatamente il tasso di concettualità, perchè alla fruizione diretta dell’opera sia si arriva attraversando questo spazio denso portandosi dietro un botto di roba significante, che alla fine quello che vedi senti tocchi annusi, non è molto diverso da quello che hai pensato strada facendo. l’ipertrofia dei media e dell’estetica alla fine prende il posto di quello che potevano invece dirti il in prima battuta i tuoi sensi, per poi passare un certo quid limitato del cognitivo, dove qualche concetto derivante ci può pure ben stare. questo sarebbe il corretto percorso del rapporto della fruizione di tutto il mare magnum che sconfina certo la stretta definizione di un tipo di pittura americana tra i ’50 e ’60, che è l’espressionismo astratto che è l’ultima idea di un arte calda, mentre dalla pop art in poi non si fa che mettere in pratica discorsi a priori. insomma so che quello che sostengo può sembrare semplicistico o eccessivo, ma qualsiasi forma d’arte, che sia nella creazione che nella fruizione della stessa, venga pesantemente contaminata sostenuta o come vi pare, da parola altre che i basano soprattutto sull’articolazione di concetti, ha per destino di diventare arte concettuale, movimento che portato alle sue estreme conseguenze arrivava ad avere l’opera solo con l’esposizione della spiegazione della stessa, che non c’era più, non essendocene più la necessità… segue… 🙂

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