Void Generator
Void Generator

Di SONIA CAPOROSSI

 

I Void Generator, senza falsa modestia, sono una band di punta della psichedelia, dello space e dell’art – rock italiano, viva ed attiva fin dal 1996, pur con svariati cambi di formazione, e certamente più apprezzata all’estero di quanto sia nella madrepatria. Chi scrive ne è membro fondatore e bassista. E’ uscito nel maggio del 2010 il nostro ultimo lavoro, l’incensato Phantom Hell and Soar Angelic, 70 minuti di psichedelia progressive strutturato attraverso quattro lunghe suite che si avvalgono di una notevole cura in fase di studio e di una concezione sperimentale ed avanguardistica del suono. Il disco è stato recensito e richiesto su scala mondiale, anche grazie alla distribuzione affidata alle cure di Phonosphera, l’etichetta indipendente da noi fondata all’uopo, che oggi si occupa anche di promuovere e distribuire numerosi gruppi ruotanti attorno alla nostra concezione musicale. A breve uscirà un ep strumentale, presumibilmente intitolato “Metamorphene”, che riporterà una jam session dal vivo in puro stile space rock, ed una lunga, elaborata suite di psycho – jazz sorta dalla collaborazione di svariati musicisti dell’hinterland romano. L’intervista che segue, a mo’ di conversazione fra il serio ed il faceto, cerca di fare il punto della situazione musicale italiana e globale, in riferimento ad una attenta, se pur parziale, definizione della psichedelia in quanto istanza espressiva, prodotto di fruizione, genere musicale e forma d’arte.

Caporossi: Benvenuti in Critica Impura, Cristiano e Gianmarco. Del resto, quali musicisti più impuri di voi?

Iantaffi: Ah, Io sono proprio impuro, torno giusto adesso da un festino ad Arcore… Impurità a parte, per convenire agli onori di casa, mi presento: sono stato iniziato alla musica rock nel lontano 1985 grazie alla vacanza di un bassista nel gruppo di mio cugino di ben otto anni più grande. Però ricordo bene di essere stato fulminato sulla strada di Damasco da Black Dog dei Led Zeppelin; era un freddo Natale del 1984…Cominciai così, suonando il basso in una light prog band di paese e coltivando invece la chitarra in forma privata, a casa insomma. Decisi poi di frequentare l’UM (Università della Musica in Roma) dove mi diplomai nel 1994. Poi, vari seminari e amenità di questo tenore. Insegno chitarra dal 1995. Nel frattempo ho accumulato qualcosa come quasi 23 mila dischi (tra vinili, cd e supporti vari) che hanno invaso le mie abitazioni. Rock, blues, hard rock, heavy metal, stoner, doom, prog, psychedelia, berlin school, fusion e jazz. Forse dimentico qualcosa, ma il mio background è questo.

Lodi: Quanto a me, da che mi ricordi, ho sempre suonato il pianoforte. Sin dall’età di quattro anni (non per voler mio, fu piuttosto una spinta dei miei, amanti di musica e non solo) mi sono dedicato con crescente voglia e desiderio allo studio di questo strumento. Oltre al mio naturale maestro Osvaldo Belli, che ricordo con molta stima e affetto, il primo grande amore è stato ed è tutt’ora Keith Emerson. Non amo scimmiottare nessuno (mi rimarrebbe difficile farlo con un grande come Emo); preferisco aggiungere sempre, quando posso, qualcosa di mio personale, anche accettando il rischio di sbagliare creando motivi e argomenti musicali privi di spessore. Il genere suonato dai Void, devo ammetterlo, all’inizio non mi entusiasmava. Dissi di no a un primo tentativo di corteggiamento da parte di Gianmarco nel settembre del 2002, quando ci esibimmo sullo stesso palco, lui con i Void, io in duo con un altro pianista. Venivo dal jazz, quello puro (anche se non sono mai stato un jazzista puro sangue) per cui pensare di muovermi in un contesto così diverso era un’idea lontana da me. Fino al 2005, quando è scattata la scintilla: mi accorsi, suonando i loro pezzi, che c’era un mondo nuovo da scoprire, uno spazio da occupare con un modo diverso di suonare. Così è iniziata la mia personale avventura, che dura ancora, con i Void Generator.

Caporossi: Io del resto provengo dalla psichedelia e dal prog inglesi, dal gothic rock, dalla Kosmische Musik, dall’elettronica sperimentale e dall’ascolto reiterato ed analitico della classica contemporanea. Vediamo di approfondire il discorso sui generi musicali di nostra pertinenza. Quando io e Gianmarco abbiamo fondato il Generatore del Vuoto, nell’ormai lontano 1996, il panorama musicale heavy psych e space rock italiano non era poi tanto lontano da quello che è ancor oggi. Se vogliamo, il concetto potrebbe estendersi a livello internazionale: molte bands ma poche sonorità veramente innovative sotto i ponti. Alla fine anche il desert e lo stoner, perle degli anni Novanta, sembrano essersi comportati come Crono: il tempo ha divorato i propri figli, che ormai si ripetono in stanchi scimmiottamenti reciproci ad ogni uscita discografica. Che cosa ne pensate?

Iantaffi: Che Crono è circolare, appunto, per cui è abbastanza normale che gli artisti veramente personali ed innovativi siano sempre in minoranza, soprattutto dopo la seconda metà degli anni Settanta, dal momento che da allora l’industria musicale ha usato la mano pesante nei confronti della massificazione dei gusti. D’altronde, la musica si impara “copiando”, per cui è comprensibile che sia molto più semplice “copiare” piuttosto di creare ex novo, purtroppo… Altrimenti saremmo tutti Mozart. Secondo te è più facile suonare Colorado Bulldog di Paul Gilbert o scrivere Achilles Last Stand dei Led Zeppelin? E’ un discorso pedissequo a quello dei soldi, non sei bravo se ne fai tanti, ma la differenza la fa il modo in cui li spendi.

Lodi: Concordo.

Caporossi: Alla fine, per quanto ci riguarda, l’evocatività vintage ha stravinto, se mi passate le allitterazioni. E non soltanto per l’uso della strumentazione d’annata, elettrica od elettronica che sia (Moog et similia), ma anche e soprattutto per l’attitudine metacronica alla riscoperta della struttura vincente del prog: la suite di venti minuti ed oltre.

Iantaffi: Va bene, per stavolta non farò caso alle allitterazioni! In un certo senso, la musica è comunque metacronica, almeno parzialmente. Altrimenti (mi si passi la ripetizione) saremmo tutti dei novelli Mozart. Il fatto che le composizioni del nostro ultimo lavoro siano in sostanza quattro (quattro ?!) suite, sicuramente rimanda alle gesta del vecchio progressive, senza però ricalcarne le forme o l’aspetto canterburiano, il sound. Diciamo: progressive sì, ma in senso lato. Ciò non significa che sia sempre così in futuro, vedremo.

Lodi: La suite è per me un vero e proprio esame di coscienza. Lo dico senza alcuna retorica. E’ come scrivere un libro o un racconto: il discorso musicale nasce e si sviluppa nel tempo, nello spazio, nella memoria di chi suona. Non si può bluffare nella suite, non se ne ha, paradossalmente, il tempo per farlo. Ho sempre amato molto una musica capace di esprimersi attraverso l’uso del tempo senza alcuna costrizione. Il rischio, ovviamente, è che si può cadere in una prolissità fastidiosa e di conseguenza nella creazione di qualcosa di totalmente inutile. Tutta l’arte è inutile se non ha qualcosa, di grande o piccolo, da rivelare. Detto questo, però, non posso fare a meno neanche degli aforismi musicali.

Caporossi: Edgar Varese pronunciò una frase che divenne l’inno interiore di Frank Zappa: “modern composer refuses to die!”. La composizione sperimentale rock, secondo voi, a che punto è oggigiorno? Voglio dire, non solo a livello di impianto concettuale, ma anche dal punto di vista della strumentazione, dopo i frippertronics è stato veramente inventato tutto? Noi ad esempio ci siamo costruiti ben due Theremin con le nostre abili manine…

Iantaffi: L’invenzione tecnico-musicale influenza e viene influenzata anche dalla tecnologia in modo circolare (aridaje…); ergo, non è stato inventato tutto. Il ricercatore questo lo sa bene. Altrimenti asciugherebbe scogli.

Caporossi: A proposito di circolarità e ripetizione. Il concetto della perdita dell’aura da parte dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, di cui parlava Walter Benjamin in un ormai imprescindibile lavoro del 1935, sembra attualmente coinvolgere la musica non soltanto nel senso della possibile stampa e ristampa del supporto in plastica viniloide, ciò che rende la musica stessa oggetto precipuo di consumo ormai dall’invenzione del fonografo, ma anche nel senso del brevetto di strumentazioni come delay e arpeggiatori i quali, anche dal vivo, hanno modificato sostanzialmente la fruizione del suono, indirizzandolo verso l’inflazione psichedelica delle onde cerebrali dell’ascoltatore attraverso la struttura ancestrale del loop. Tuttavia, mentre arti come la fotografia ed il cinema, riprodotte in serie, sono soggette loro malgrado a perdere l’aura di sacralità e di unicità scadendo spesse volte nel consumismo, nel caso del loop quest’aura misteriosa e affascinante appare recuperata ed, anzi, amplificata. Penso a certi lavori di Klaus Schulze o del serialismo, Terry Riley ad esempio, in cui la ripetizione del pattern tramite strumenti elettronici evoca, anziché annichilire, la sperimentazione sonora e la grandezza artistica del brano. Quanto influente è stato per la nostra preparazione anche teorica l’utilizzo di strumentazioni di tal sorta, che consentono la riproducibilità tecnica del fraseggio musicale in sé?

Lodi: Il discorso di Benjamin è valido nel momento in cui si accetta come medium la partitura, intesa proprio come note scritte sul pentagramma. Dagli anni venti in poi, con la nascita del jazz e delle prime improvvisazioni, o presunte tali, si apre un nuovo orizzonte. Il medium, il mezzo fra noi e ciò che udiamo, non è più la partitura, bensì il musicista stesso. Per questo attraverso l’uso del fonografo, del vinile, dell’audiocassetta, del cd, dell’ MP3, si può parlare, e Caporaletti lo fa già da un pezzo, di nuova aura. Per un certo tipo di musica, come il jazz, il rock, il pop, tanto per citare la maggiori famiglie, torna ad essere importante l’uomo, l’artista in quanto tale. Non sarebbe mai esistito il grande Armstrong se nessuno avesse avuto modo di poterlo ascoltare attraverso le sue incisioni. Sarebbe come se non fosse mai esistito. I Void Generator, ed i musicisti come noi, non possono permettersi di non esistere.

Iantaffi: Beh, dal punto di vista precipuo della riproduzione del fraseggio da parte di strumenti come delay e arpeggiatore, il loop è l’essenza stessa della musica. Quando cominci ad imparare un qualsiasi strumento, se non parti da un loop, per semplice che sia, non impari neanche “Tanti Auguri a Te”, perché tutto è loop. Poi (è chiaro) c’è chi ha sfruttato a fondo questo concetto. La ripetizione ha un fascino ancestrale, amniotico direi, è l’espressione sublimata dell’ossessione, per questo piace. Offre poi il destro perché ciascuno interpreti in modo personale la medesima fonte sonora, il medesimo loop. L’abbandono unico ed irripetibile all’esecuzione ed alla interpretazione del loop di turno tende ad esprimere la propria personalità in maniera inequivocabile. Non so se questi concetti rendano l’idea dell’influenza su di noi di “ciò che ritorna”.

Caporossi: E qua stiamo a Nietzsche, come sembra emergere dalle tue parole. A questo punto come definire, non in breve, l’essenza stessa della psichedelia in senso musicale?

Iantaffi: Per corollario, l’essenza della psichedelia, così come io la vedo, non può non essere una longa manus della necessità di distacco dalla realtà del nostro io. A differenza di quanto possa far credere una usuale associazione a droghe varie, lo stato psichedelico, od anche stato modificato di coscienza, può essere ottenuto per autoinduzione, o (volendo) semplicemente ascoltando Phantom hell and Soar Angelic. A voi la scelta. Certo, se poi ci fumate sopra il rischio è tutto vostro, declino ogni responsabilità.

Caporossi: Infatti sulla copertina di Phantom Hell c’è un avvertimento molto eloquente: “we strongly recommend not using drugs during the listening”. Come a dire: non ne avrete bisogno. Ma cambiamo argomento. Il mercato musicale ormai somiglia sempre più a quello librario: si diffondono alla notorietà vere e proprie offese all’arte e alla decenza, mentre l’arte sperimentale rimane un puro fenomeno di nicchia. Noi, ad esempio, ci siamo tirati fuori dalla prostituzione intellettuale del servaggio alle major e abbiamo fondato Phonosphera, la nostra etichetta indipendente specializzata in psichedelia, progressive e quant’altro non venda. Che relazione avete voialtri con il panorama musicale di mercato?

Lodi: Ultimamente sto acquistando sempre meno cd; mi annoio con molta facilità purtroppo. Non trovo molti stimoli in questo mercato, ormai saturo da molto tempo.

Iantaffi: Appunto, mi sono allontanato dalla prostituzione arcoriana e puranco dalla prostituzione musicale anni orsono. Personalmente, acquisto quasi esclusivamente vinili. Per il resto, tendo l’orecchio a cose nuove ma, a parte qualche lieta eccezione, non vedo molto lì fuori. Posso però assicurarti che, qualora dovessero presentarsi delle situazioni interessanti ed in grado di accrescere le potenzialità della Phonosphera, quest’ultima sarà in grado di regalare il dovuto spazio agli interpreti di turno, indipendentemente dallo stile praticato (…sembro Lotito…lol).

Caporossi: Phonosphera come semiosfera, se Lotman mi consente il plagio. Ma torniamo al discorso sulle nuove tendenze. Senza nulla togliere alle seguenti espressioni musicali, se pensiamo che oggi, per psichedelia, si intende prevalentemente parlare di Paisley Underground, di Shoegaze e di New Weird America, mi viene da piangere come sbucciando una cipolla. E a voi?

Lodi: Non sbuccio mai le cipolle.

Iantaffi: Non me ne frega nulla, perché se ti metti a piangere per qualsiasi cosa vada in questa maniera dovresti farti modificare i dotti lacrimali con due sacche aggiuntive…

Caporossi: Va bene, cercherò di lamentarmi un po’ meno! Quanto a generi e stili, sul nostro myspace, geniale è il commento nella sidebar che dovrebbe riportare le presunte influenze musicali: c’è scritto infatti “your sister”…

Iantaffi: Ehm, non so se è geniale, però rende bene l’idea del fatto che non ho un’idea precisa delle nostre influenze.

Lodi: Del resto, Pooh e Negroamaro a parte, ci hanno accostato a tutti.

Caporossi: A questo punto ditemi un musicista, uno solo, ma anche no, che vi rappresenti fino in fondo. Io il mio ce l’ho: un amplificatore da 700 watt lanciato in feedback. E poi forse Penderecki.

Lodi: L’ho detto, Keith Emerson con tutti i suoi pregi e difetti.                

Iantaffi: Penderecki è troppo cattolico. Io direi Gabriele di Pietro e la sua fisarmonica, veramente inarrivabile…

Caporossi: Io ti accosterei, scherzi a parte, decisamente a Robert Fripp, sia per intenzionalità sperimentale che per sonorità. Anche la Gibson Les Paul nera è la stessa….Comunque, alla fin fine, sulla scorta di Kant, vi voglio porre tre domande fondamentali sui Void Generator, in relazione al nostro futuro: che cosa possiamo conoscere? Che cosa possiamo sperare? E che diavolo dobbiamo fare?

Lodi: Possiamo conoscere tutto ignorando ciò che già sappiamo. Possiamo sperare di essere ancora compresi finché viviamo. Dobbiamo vivere, che è una splendida fatica.

Caporossi: parole eccezionali. E tu, Gianmarco?

Iantaffi: 1. Possiamo conoscere di cose parallele e divergenti che tutte emanano dalle nostre singole personalità, musicali e non; 2. Possiamo sperare che la sintonia degli intenti musicali sia sinusoide e con scostamenti divergenti tali da riprodurre un’unicità ed un’autenticità propria solo della composizione responsabile; 3. Dobbiamo essenzialmente dare libero sfogo al nostro io, il resto scorrerà con percorso irripetibile disegnato dall’es e dal super-io. Ipse Dixit.

Caporossi: Ipse chi?!

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Per approfondire:

http://www.myspace.com/voidgenerator

http://www.lastfm.it/music/Void+Generator

http://www.phonosphera.com/

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