Aiuto. Se è il corpo a parlare. Michel Foucault o della Corporeità Inquieta.

Michel Foucault
Michel Foucault

di ANTONELLA PIERANGELI

“Il potere si è addentrato nel corpo, esso si trova esposto nel corpo stesso.”

Michel Foucault

Il corpo parla. Il corpo racconta. Il corpo chiede aiuto. Il corpo è il luogo in cui s’inscrive il potere, è il dominio esteso di una torsione di senso.

Se nel corpo stesso si trova esposto il potere, è allora in esso che si possono individuare i tratti devastanti del dominio e le sue regole di formazione e di esercizio. Analizzare il potere significa, dunque, dare voce al corpo, assumerne modificazione, forma e natura, come metodo d’indagine e filo conduttore di ogni pratica discorsiva sulla “disciplina del dominio” e sul suo stesso stato. Significa anche metabolizzare quel potere, anonimamente diffuso, che è onnipresente e dappertutto, “non perché inglobi tutto, ma perché viene da ogni dove”.

Michel Foucault, in un’intervista rilasciata pochi mesi prima di morire, quando l’Aids aveva ormai esteso su tutto il suo corpo un controllo pieno ed assoluto, torna drammaticamente sulla questione del potere. Afferma, infatti, di non essere sicuro di aver chiarito adeguatamente, in precedenza, le nozioni di potere e, soprattutto, di dominio. Nel tentativo di delineare in maniera più precisa la loro differenza, il filosofo francese definisce, allora, le “relazioni di potere” come relazioni corporee, all’interno delle quali, si cerca di controllare l’assoluto ontologico dell’altro. Rapporti mobili che possono modificarsi e che non sono totalmente definibili se non come vere e proprie strategie “fisiologiche”, aperte come abissi di senso, tra le libertà dei soggetti. Gli “stati di dominio”, invece, si creano quando un individuo o un gruppo sociale riescono a bloccare, a cristallizzare, tali relazioni di potere, a renderle immobili, irreversibili, a “disciplinare”, gradualmente ma inesorabilmente, un sistema assoluto di rapporti di forza. Quindi il potere è, essenzialmente, realtà effettuale: il potere, infatti, si “esercita” e, il senso del dominio, può essere ricercato solo là dove il dominio effettivamente si compie.

In altri termini, dice un sempre lucidissimo ed implacabile Foucault, se il potere è dominio, si garantirà uno spazio materiale entro cui agire, si darà delle regole che presiedano tale azione propulsiva, si costituirà una “localizzazione”, metterà in atto una sintassi, ossia un sistema di regole, che, operando su spazi corporei, ne determini il significato. Il potere viene dunque scritto sulla superficie del corpo, perché si obiettiva nel corpo stesso, in esso si fa immagine, in esso diviene ragione immanente di ogni suo essere e significare. Successivamente, attraverso un gioco di trasparenze infinite, ogni corpo incarna una sequenza infinita di segni, costituendo l’epifania del controllo in cui il potere si oggettiva, prendendo “corpo” nei corpi, sulla carne vivente, su cui sono incisi i segni del dominio. In questo modo, afferma Foucault, il nesso corpo-potere si reifica, domina, perché produce il suo spazio e perciò, definendo un’oggettività di regole, di comportamenti, di azioni sociali e una densità storico materiale entro cui dispiegarsi, consente, fra l’altro, la nascita di quella forma specifica di dominio che è il disciplinarsi del soggetto corporeo. Questo significa, sul piano teleologico, certamente violenza, coazione, esclusione, amministrazione coercitiva della vita e del dolore, ma anche investimento del desiderio, della sessualità, di quella forza vitale che sprigiona l’energia dei corpi e nel contempo li plasma. La sagoma della materia si modella, allora, seguendo le regole del dominio, imprimendosi sulla superficie della realtà e del linguaggio e rendendoli segni viventi di una presenza immanente, noumenica, che induce a credere che i corpi non “vivono” il potere, ma che il potere “vive” in essi.

Quando poi nel tempo, il corpo muta gli eventi in segni, articola spazio e linguaggio, parla come parla ogni cosa – perché la corporeità assoluta esplica la concezione foucaultiana di corpo, nei termini di spazio linguistico – allora, si arrocca in un aristotelico, magmatico sinolo di materia e forma, che non coincide più con l’unità della coscienza ma si frammenta nei diversi saperi, per comporre la propria figura negli interstizi del linguaggio frantumato. E’ proprio in quella venatura fra corpo, sapere e potere, che il nesso profondo e strettissimo, e l’urlo del corpo che già Nietzsche ferocemente mostrava, spalancano un abisso: non c’è verità infatti che non sia straziata da un rapporto di forza e corpo. Sapere e potere sono appunto il diagramma essenziale di un insieme concettuale, dove i singoli momenti stanno in relazione di reciproca specularità, non “essendo” soltanto ma “divenendo”, essi stessi, forme di dominio, infiniti microsistemi di potere. I corpi rappresentano, dunque, i luoghi eminenti dell’urlo della carne, un urlo muto, un grido di aiuto, spaventoso, che si leva dalle piaghe del vero. I corpi infatti sono lì, basta guardarli. Essi agiscono, patiscono, sono oltraggiati, si disgregano ma il significato del loro vivere si manifesta essenzialmente nella sintassi che li governa.

Lo spazio corporeo soggettivo, ritenuto fondamento sicuro, è, dunque, perennemente attraversato da traiettorie di potere che lo fanno essere quello che è, che lo plasmano nel profondo, nei desideri, nella coscienza, dove quel soggetto è prodotto dai saperi che con esso nascono e dalle pratiche disciplinari che gli fissano una identità. Quell’invenzione recente che è il soggetto kantiano, creativo in quanto trascendentale, ma oggetto in quanto assoggettato alle pratiche del sapere-potere è, proprio per questo, forse già morto. Il potere, infatti, non si limita semplicemente a reprimere, al contrario, disciplinando, produce. Ma il corpo, avverte Foucault, non è malleabile all’infinito, il corpo oppone resistenza: “là dove c’è potere, c’è resistenza” e questa “non è mai in posizione di esteriorità rispetto al potere”. Bisogna allora ammettere l’esistenza di una realtà complessa e instabile, in cui il corpo può essere contemporaneamente strumento ed effetto di potere, ma anche ostacolo, intoppo, punto di resistenza ed inizio di una strategia opposta. Il corpo che trasmette e produce potere lo rafforza ma lo mina anche, lo espone, lo rende fragile e permette di opporgli ostacoli. Allo stesso modo il silenzio del corpo e il suo segreto proteggono il potere, danno radici ai suoi divieti; ma allentano anche le sue prese ed organizzano tolleranze più o meno oscure. Allora la resistenza costituisce l’altro termine nella relazione delle forze, la resistenza diviene il grido della materia fattasi senziente, memoria di verità, conflitto torturante e impari con un’ombra poiché sempre, dice Foucault, dove si fronteggia il gorgo “ ciascuno è l’avversario di qualcuno”.

La resistenza viene ad essere, allora, la condizione preliminare di ciò che, forse, funzionerà per sempre come un’illusione: quell’idea eterna di ragione, che dal deserto ci mostra il mare. Per Nietzsche, volontà di potenza. Per Foucault, la scommessa dell’autopoiesi. E’ comunque sempre il corpo a parlare, nell’assenza, della sua lacerazione. Nella semplicità e nella sublimità di una richiesta d’aiuto.

(Articolo precedentemente apparso in “L’Area di Broca”, XXXIV – XXXV, 86 – 87, luglio 2007 – giugno 2008)

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4 pensieri riguardo “Aiuto. Se è il corpo a parlare. Michel Foucault o della Corporeità Inquieta.

  1. leggere e dimenticare focault. 🙂
    una sintassi che governa il corpo? il mio è dislessico allora. oh.
    se fosse finito il domino antagonistico e fossimo tutti parte dell’egemonia?
    senza più tante urla del corpo, nè contorsioni, nè silenzi, in un chiacchericcio?
    più rendiamo nostro, meno resta. ormai è restato ben poco.
    anche il potere è in agonia.

    1. orrore NeMo! ma è proprio perchè è la sintassi che governa il corpo che TUTTI i corpi sono dislessici… ma allora non c’è neppure la possibilità di un percorso di liberazione… e se il potere allunga la stringa sintattica, la rende labirintica e oscura proprio perchè permette un chiacchiericcio sempre più invadente, non per questo è effettivamente in agonia, anzi…

  2. Bello. E’ che a leggere Foucault e una lucida analisi ed esposizione come questa si rimane certamente affascinati dalla potenza del linguaggio e della figura, ma è anche altrettanto facile perdere il nesso reale per il quale il corpo è posto come base delle pratiche del potere e della politica. Cioè, a volte sembra che ci si perda nella metafora corporale, smarrendo la corporeità reale. E poi ci si chiede: ma è soltanto il corpo ad essere questa base? No, già qui ne abbiamo un cenno. Lo spazio linguistico ad esempio. Argomento di altrettanto vasta portata. A tal proposito viene in mente quel “Come fare cose con le parole” di Austin. Il linguaggio è così esso stesso già corpo? Sì e no. Gioco linguistico. Enunciazione sonora. Comportamento. Regole e grammatiche sedimentate. Ma anche il difficilissimo problema del significato. Se tutto è corpo, intendo, il corpo non c’è. Se ne va. E’ ridotto a materia bruta. E non per nulla resistenza, scommessa di autopoiesi, assenza, lacerazione, sono quasi gli elementi che vengono introdotti per dare voce a questa ulteriorità. La posizione del corpo in tutto questo rimane a mio modo di vedere complessa e di difficile comprensione. E Foucault un pensatore che ha iniziato un percorso di grande rilievo ma che spesso è stato colto soltanto nel suo aspetto più letterario. A volte mi domando dei corpi di tutti i predicatori di Foucault. Quali rapporti di potere hanno formato i loro stessi corpi? E qui, provocatoriamente, mi riferisco a quel “corpo dei corpi” che caratterizza l’ambito dello studio e della ricerca, cioè l’ambito che più mi interessa e che se vogliamo smercia pure e racconta Foucault al più vasto pubblico, tendendolo anche in un certo senso in vita. Questo è il corpo docenti. E l’espressione lascia molto ad intendere…

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