Ritrovarsi e perdersi nelle stanze della letteratura: Simone Ghelli racconta il suo nuovo libro “Voi, onesti farabutti”

Simone Ghelli, Voi, onesti farabutti, Caratterimobili, 2012

Simone Ghelli, Voi, onesti farabutti, Caratterimobili, 2012

Lo scrittore Simone Ghelli parla a ruota libera del suo “Voi, onesti farabutti”, romanzo che uscirà nel prossimo mese di Settembre presso Caratterimobili, delineandone la genesi e le intenzioni.

“Voi, onesti farabutti” è la storia di un dialogo incompiuto fra generazioni: quella che ha fatto la Resistenza e la generazione attuale, precaria, apparentemente condannata a dover assistere al crollo del proprio paese senza poter intervenire.

La voce narrante è quella del protagonista, che descrive il nonno come l’esponente di una minoranza ormai in via di estinzione che crede ancora fermamente in certe idee. Nasce da questa condizione la necessità d’inventarsi una memoria, che il protagonista connette alla propria storia particolare, iniziata con la frequentazione degli anarchici maremmani e proseguita con l’esperienza di obiettore nell’ex ospedale psichiatrico di Siena: tutte situazioni collocate ai margini, per scelta o per necessità, così come fuori dal sistema si sente lui stesso in questo continuo arrangiarsi senza prospettive che è il destino di una generazione di precari.

Voi, onesti farabutti è quindila storia di una ricerca delle armi, anche spuntate, che dalla memoria possano tornarci utili per riprovare a immaginarci un futuro.

Di SIMONE GHELLI

Di cose da dire, su questo libro, ce ne sarebbero tante. Deve ancora uscire, ma già c’ha cinque anni, perché la prima versione, che era un racconto breve, risale addirittura al 2007: s’intitolava Un dito di rosso, ed arrivò finalista al Premio Letterario Castelfiorentino. Poi per un po’ è rimasto lì, e a volte mi capitava di rileggerlo, anche in pubblico; ma soprattutto quando andavo a casa di mio nonno, che mio padre gliel’aveva fatto incorniciare per regalo, e ogni volta che stavamo da lui e alzavo gli occhi non potevo fare a meno di ritrovare quelle parole. Ogni tanto qualcuno mi diceva che era un peccato lasciarlo così, che era una delle cose migliori che mi fosse capitato di scrivere, e allora col tempo mi sono abituato a questa idea di ritornarci, anche se lo facevo con una certa dose di timore – perché per me i racconti sono come delle piccole stanze con un loro ordine ottenuto faticosamente, che quando ci entri devi stare attento anche a come apri la porta, che basta un soffio di vento a scombinare tutto. E infatti non è stato per niente facile, perché in quel racconto c’era una lingua che ancora si stava formando, con un certo recupero del dialetto toscano che mi risultava digesto sul breve periodo (un altro esempio del genere è L’amore a mille lire, che potete trovare nella raccolta L’ora migliore e altri racconti, uscita nel 2011 per Il Foglio Edizioni), ma che ad allungare il brodo mi pareva un po’ artefatto, stucchevole.

Insomma, questo per dire che cinque anni ci son voluti per fabbricarmi una specie di lingua mia, e anche una punteggiatura che si adattasse al ritmo del dialettale (a quella sorta di cantilena che si parla dalle mie parti, sulla costa tirrenica), e tutto questo senza tenere conto della difficoltà della storia, che era tutta lì (mio nonno, la resistenza, i nostri tempi) ma che doveva trovare una sua forma. Non volevo scrivere un romanzo nostalgico, sui bei tempi andati del comunismo, ma rispecchiare il malessere di questi anni a tutti i livelli, e in primo luogo in una forma per così dire spigolosa, per niente accomodante. Se infatti dovessimo pesarlo per il numero delle pagine, senz’altro il mio si direbbe un romanzo breve, ma il suo peso specifico sta in realtà nella densità – nel modo di condensare le cose e il tempo, negli strappi che lo attraversano (strappi della trama che  ho cercato di raddoppiare con l’uso di una punteggiatura che ricreasse una sorta di sincopato).

Tutto questo per dire una cosa piuttosto semplice: che uno scrittore lavora per anni su qualcosa che non sa neanche dove lo porterà, se vedrà una fine, e quando capita la fortuna di arrivare in fondo (non soltanto di finire il libro, ma anche di vederlo pubblicato) subentra sempre il pensiero di quello che ne sarà. A un certo punto lo scrittore si chiederà: dov’è che andrà a finire questa storia? Perché lo sa, lo scrittore, che poi quella storia diventa potenzialmente di tutti (anche se io son di quelli che pensano che la storia sia di tutti già sin dal principio, ma questa diciamo che è una mia convinzione personale), ma gli prende la smania di sapere chi saranno e quanti saranno questi tutti. Perché per quanti discorsi ideologici si possano fare, a uno scrittore poi interessa d’esser letto, e preferibilmente da tanti anziché pochi.

E così mi sono chiesto se dopo tutto questo tribolare intorno alla scrittura, dopo tutto questo arrovellarmi nel trovare una pubblicazione (e anche qui ci sarebbe da dire, perché il libro, in una versione più breve, sarebbe dovuto uscire un anno prima, ma poi non se n’è fatto più niente perché la collana in cui era stato inserito ha chiuso, e io lì ho dovuto ripensare daccapo tutta la storia, e non è stato affatto facile, e per questo non smetterò mai di ringraziare quelli di Caratterimobili), dopo tutto questo mi sono chiesto insomma se non avessi ancora un po’ di energie da dedicare ai lettori, per trovarne qualcuno in più del solito, perché io non sono certo uno che scrive i bestseller.

L’idea di scrivere una sorta di racconto parallelo, che richiama il libro sin dal titolo (Farabutto di uno scrittore) ma come rovesciandone i presupposti (da una parte un io che accusa i farabutti, che li indica, e dall’altra un io che si autoaccusa),  mi è sembrato un esperimento da provare, soprattutto di questi tempi, dove grazie alla rete i lettori hanno sicuramente la possibilità di essere chiamati in causa in diversi modi, a volte anche interagendo direttamente nella fase di elaborazione e costruzione di un’opera.

In realtà la mia idea è molto semplice, e si basa sul presupposto che molto spesso le persone ti fanno i complimenti perché stai per pubblicare un nuovo libro (e su facebook, per dirne una, stanno magari tutti lì a mettere il pollice in alto), ma poi alla resa dei conti, quando il libro esce, hanno sempre una scusa per non comprarlo, quando addirittura non pretendono che gli venga regalato (ecco, io questa cosa dei presunti amici che vogliono il libro in regalo non l’ho mai capita: il libro è frutto di un lavoro, e in quanto tale va pagato, e a maggior ragione se ti consideri mio amico). Allora mi sono sforzato di pensare a qualcosa che potesse stabilire una sorta di patto di reciproca fiducia col potenziale lettore, e questa cosa è diventata un racconto lungo (di circa 20mila battute) che è intimamente connesso al libro, e che con l’editore abbiamo deciso di regalare, sia in copia cartacea che digitale, a chi scommetta sul libro in anticipo prenotandone la propria copia.

Non vorrei però che si considerasse questa cosa come una sorta di gadget, perché il punto non sta affatto lì. Voglio dire che non mi sono messo a fare qualcosa che non sia il mio mestiere, ma ho semplicemente lavorato un altro mese (perché tanto c’ho messo) cambiando il punto di prospettiva: la mia storia, il mio libro come l’avevo voluto era concluso, ma in quella famosa stanza chiusa di cui parlavo all’inizio ho deciso di costruirci una finestra per guardarla da fuori, come un viandante curioso che vi si avvicini. Il racconto è insomma diventato una sorta di antefatto del libro (ma naturalmente le due cose possono continuare a vivere anche separatamente), dove lo scrittore ne racconta la genesi, ma al contrario del libro, e qui si trova la sfasatura che m’interessava, l’io che racconta non si avvicina minimamente a quello dello scrittore: è cioè a tutti gli effetti un protagonista inventato di sana pianta, e dunque questi due racconti rappresentano i due estremi di una storia, che va dalla distanza massima con la materia a un’impensabile prossimità (impensabile per quanto poi è successo realmente durante la stesura del libro, per come la vita ha deciso d’influenzare comunque la trama del racconto).

Certo, in ultima istanza ho messo anche in conto l’ipotesi che l’esperimento possa fallire, ma questo rientra in fondo nell’ordine delle possibilità, e comunque credo che ne sarà pur sempre valsa la pena, anche se tutta questa storia dovesse portare un solo lettore in più ad avvicinarsi al mio libro. Mi piace pensare all’idea di quel lettore che legga il racconto, e mentre lo legge s’immagina che io l’ho scritto proprio perché accadesse tutto quello, che lui stesse cioè lì a leggere un racconto e a pensare a me che lo scrivevo.

Lo so che detta così sembra un’idea barocca, un po’ manierista, ma poi se leggerete il libro vedrete che non è affatto così: che nel libro c’ho voluto mettere tutta la ciccia che potevo, e che di ragionamenti ce n’è davvero pochi – i ragionamenti stanno tutti nella mia testa, e vanno bene finché sto qui a parlare di quello che faccio, ma quando poi si scrive diventa un’altra storia: la storia dei ragionamenti che si perdono dietro alle parole, le quali a volte ti portano dove non lo sai nemmeno te, e lì sta la cosa migliore per quel che mi riguarda; che riesco a perdermi proprio in quella stanza tutta sistemata che ho rassettato per anni.

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